Io pensavo che alla Biennale premiassero i film non i capi di Stato

di ALDO BELLI – Con tutto il dovuto rispetto per la Giuria Internazionale della 61 Biennale di Venezia.

Solange Farkas (presidente), Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma, Giovanna Zapperi hanno oggi rassegnato le loro dimissioni in blocco. Alcuni giorni fa l’Ansa aveva rilanciato la notizia che la Giuria della Biennale di Venezia “si asterrà dal considerare quei Paesi, i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale”.

Io ho sempre pensato, a questo punto sbagliando (ubi maior, minor cessat), che a Venezia si premiassero i film, gli attori, i registi, e non i capi di Stato. Probabilmente, è quello che ha pensato anche il suo presidente, Pierangelo Buttafuoco, messo sul rogo dal ministro della Cultura Giuli. Sarà perché è un toscano, mi fa venire in mente Franco Cardini, uno dei più importanti medievalisti italiani, quando in un’intervista del 25 dicembre scorso affermava: “Ha ragione Veneziani, la cultura di questa destra è da encefalogramma piatto”. Aggiungerei, non meno diversamente da quella di questa sinistra.

Ciò che preoccupa gli uomini e le donne liberi non è solo il ministro Giuli e i suoi sostenitori di Bruxelles, ma la deriva di un pezzo della cultura occidentale – che la Giuria della Biennale ben rappresenta – asservita alla cecità del pensiero unico incapace di distinguere la cultura dal potere politico. Nella decisione del presidente della Biennale, Buttafuoco (le cui idee politiche sono sicuramente distanti dalle mie per formazione), di ospitare alla Biennale anche Russia e Israele, c’è stato più pensiero liberale e cultura civile di quanto ve ne sia in coloro che non perdono occasione per sciacquarsi la bocca con la libertà.

Ogni volta che si confondono i popoli con il potere politico che li governa si perde di vista un principio fondamentale della cultura: i popoli non coincidono mai interamente con i loro governi, né con le decisioni prese in loro nome. Il regime nazista utilizzò i Giochi Olimpici come strumento di propaganda. Molti paesi discussero il boicottaggio, ma alla fine parteciparono. Nonostante tutta la barbarie, gli atleti (e il popolo tedesco) non coincidevano con il regime di Adolf Hitler, basti pensare alla vittoria di Jesse Owens, simbolo di smentita vivente dell’ideologia razziale sotto lo sguardo di Adolf Hitler.

Noi che siamo residuati del razionalismo kantiano, potremmo anche aggiungere che la Corte penale internazionale ha accusato di crimini contro l’umanità Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, non i russi e gli israeliani. Ma sarebbero parole al vento. Ignoranza docet!