L’atteggiamento positivo è quello di chi davanti alle avversità esprime ottimismo e fiducia, l’autoconvincimento è un’altra cosa
In genere ‘essere positivi’ aiuta sé stessi e gli altri, perché essere certi che i problemi si risolveranno, che tutto andrà bene e che il sole dissolverà le nuvole, dà forza e stimola le azioni. L’autoconvincimento, siccome il convincimento indotto, è diverso. Esso non è spontaneo e ‘caratteriale’ ma trova ragione nella volontà di persuadersi (o di lasciarsi persuadere) che, nonostante le evidenze, le cose andranno per il meglio. L’ottimismo aiuta a vivere e ad affrontare le avversità; l’autoconvinzione rischia di essere uno schermo psicologico che si frappone tra sé stessi e la realtà, che non viene affrontata con ottimistica positività, ma dissimulata e pervicacemente percepita come vorremmo che fosse.
L’Unione europea
Ottimisticamente intesa, l’Europa è un bel posto; sì, un po’ vecchio, teatro recente di guerre cruenti e crudeli, ma, tutto sommato, un grande continente che ha saputo sviluppare culture, pensieri, strutture e sovrastrutture dispensatrici di un diffuso benessere. Ottimisticamente parlando, l’Europa è ricca, democratica, civilissima. È abitata da una congerie di popoli di origini antiche, tra loro diversi e tuttavia omogenei nel riconoscere il primato dell’Uomo, l’inalienabilità di certi diritti fondamentali, l’irrinunciabilità della democrazia e del principio di eguaglianza.
L’ottimismo ci consente di riconoscere la fratellanza delle genti d’Europa, che, in un afflato di sovranazionalità, si riconoscono, sì, italiani, tedeschi, francesi, ecc., ma anche, via, diciamolo, soprattutto, cittadini europei, tanto quanto i californiani si sentono americani. Ed è l’ottimismo che ci fa percepire la proficuità di un mercato unico d’Europa, in cui le merci circolano liberamente, tanto quanto gli uomini e le loro idee.
Insomma, l’ottimismo è proprio una bella cosa. Attenzione però che l’atteggiamento positivo non degeneri in autoconvincimento. Il rischio c’è.
Ho da tempo la sensazione che il senso di ‘stare in Europa’ sia più che altro l’effetto della difficoltà di uscirne, della pericolosità di sottrarsi all’abbraccio degli Stati fratelli, che solo i nichilisti percepiscono come giogo. Non credo di averlo sentito solo io l’insistito refrain: senza l’Europa saremmo già falliti; l’Europa ci dà tanti soldi, siamo noi che non sappiamo spenderli, vi immaginate la lira italiana in un sistema finanziario come quello odierno? E via così.
Ci siamo persuasi (e lasciati persuadere) che, in effetti, l’U.E. sia un gran bel posto, pieno di bandiere blu, e che la convenienza (economica) a viverci sia in realtà una scelta sociale e culturale, democraticamente compiuta, e non l’effetto di un entusiastico autoconvincimento che la sovranazionalità ci avrebbe salvato dal baratro finanziario in cui ci aveva portato la nazionalità sovranista, democristiana e cattocomunista, degli ultimi vent’anni del ‘900. Ci siamo autoconvinti che i numerosi ‘nonostante’ non possano scalzare il fantastico mondo dell’Europa unita, culla di modernità e benessere.
Nonostante lo spread, che consente ad alcuni Stati di lucrare sul debito pubblico degli altri (impoverendoli); nonostante la troika, ovvero la cordata di Stati creditori che schiaccia i paesi debitori (impoverendoli); nonostante il patto di stabilità, che, obbligando gli Stati d’Europa a mantenere i requisiti di adesione all’Unione, impedisce loro le spese e gli investimenti (impoverendoli); nonostante il Trattato di Maastricht che, imponendo un deficit entro il 3 per cento del PIL, paralizza l’azione politica ed economica dei paesi membri più poveri e influenza il loro regime fiscale (a vantaggio di quelli che possono permettersi tasse più leggere, le quali, attraendo gli investimenti, provocano il trasferimento delle imprese dagli Stati più deboli in quelli più ricchi); nonostante la concorrenza alimentare, che mortifica i prodotti nazionali di pregio e tradizione, per propugnare regole comuni di produzione; insomma, nonostante la diffusa e frequente difficoltà di sentirsi soddisfatti, compresi, rappresentati, apprezzati e sostenuti, è diffuso il pervicace autoconvincimento che l’Europa sia la nuova casa degli italiani, cittadini europei.
Io sono un europeista, ma dubito
Dubito di questa Europa che non mi piace, perché non ha sentimenti, non ha anima ed è solo un corpaccione famelico, dal carattere scontroso.
È di oggi la notizia che la Corte costituzionale di Germania ha bocciato la politica monetaria e finanziaria della Banca centrale europea, rea di aver deciso l’acquisto di titoli di stato dei paesi membri della U.E., a sostegno dell’emergenza (anche economica) provocata dal Covid-19. I tedeschi non ci stanno. O meglio, secondo loro, il sostegno della BCE deve essere proporzionato non alle esigenze (sociali e quindi economiche) provocate dalla pandemia, ma alla capacità finanziaria degli Stati in difficoltà.
In altri termini, non è importante il fine (aiutare i popoli in emergenza sanitaria) ma il mezzo (ovvero il suo costo). O così, o niente; anzi, niet, avrebbero detto i russi della Guerra fredda. Con buona pace della Corte di giustizia della U.E. (organo supremo del diritto dell’Unione) che, nel 2018, aveva sancito l’indipendenza della BCE. Be’, la decisione tedesca è un nonostante grosso. Tanto grosso che rischia di scuotere anche il più cronico autoconvincimento dell’Europa casa comune.
Non entro nel merito giuridico delle argomentazioni rese dalla Corte germanica. Dico solo che l’Europa (più propriamente, l’azione di alcuni Stati membri) sta pregiudicando il futuro dell’Unione, concepita come una holding e non come un ente politico, chiamato a rappresentare una comunità e non un gruppo di soci più o meno facoltosi. E, si badi, non è una questione di generosità tra Stati, ma di coerenza.
La U.E. ha i suoi organi politici, tecnici e giurisdizionali; e svolge funzioni sovranazionali: se le sue decisioni sono assoggettate al niet ora di uno ora di un altro (ma, diciamolo, qui è l’uno il problema) tanto vale dirlo, e tutti a casa (propria). Non è una bella prospettiva, sarebbe il fallimento di un progetto, per alcuni di un sogno.
Ma autoconvincersi di una realtà che non c’è, è l’avvisaglia di una malattia non la tenera espressione di una illusione cui si fa fatica a rinunciare.
(foto: AbelAmber – licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/mappa-europa-globo-paesi-gli-stati-3483539/ )
Giancarlo Altavilla è avvocato amministrativista, cassazionista, professore a contratto all’Università di Pisa
