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James Levine è morto, un grande direttore d’orchestra

di GIANCARLO DEL MONACO – James Levine è morto a 77 anni a Palm Springs, in California, nel suo paese, gli Stati Uniti.

di Giancarlo Del Monaco

James Levine il 9 marzo è morto a 77 anni a Palm Springs, in California, nel suo paese, gli Stati Uniti. L’ultima volta ci siamo visti al Metropolitan, una decina di anni fa, per la ripresa di Fanciulla del West destinata alla Tv americana. Levine era seduto sulla sedia a rotelle, era in grado di dirigere ugualmente anche se viveva con grande sofferenza quella sua condizione.

Non difendo il lato oscuro di James Levine, ma rifletto sulla natura del genere umano. Trovo una forma di gossip quella di ridurre un grande artista alle sue oscurità. Se l’Arte dovesse ridursi alla materiale miseria degli uomini nel loro corso terreno, dovremmo svuotare i musei e ridurre le biblioteche. James Levine è stato accusato di abusi sessuali, il crimine umano più ripugnante. Tuttavia, potremmo forse titolare un necrologio scrivendo: “E’ morto Caravaggio, l’assassino”? Non giustifico, rifletto. Perché è l’Arte stessa ad indicare non la permissività dei comportamenti umani, ma la capacità di cogliere in tutte le espressioni del genere umano le sue luci e le sue ombre. Ciò che ha fatto nella sua vita Levine, rimane: nel duplice volto della grandezza e della miseria. Il necrologio del personaggio non propende per alcuno dei piatti della bilancia, perché certa è la tristezza nei confronti del suo peccato, quanto lo è la luce della sua arte. Ma il peccato può cancellare, o offuscare, l’Arte? Che l’Arte possa essere sufficiente a garantire il perdono celeste, è materia preclusa a noi mortali. A noi rimane solo il compito di rendere conto della verità: e la verità che James Levine lascia ai posteri è quella di un uomo vissuto in contraddizione, eppure di lui rimarrà nella storia solo la musica, insieme all’insondabile mistero dell’irrazionale ambiguità dell’esistenza umana.

Ho conosciuto molto bene James Levine. Abbiamo realizzato insieme tre produzioni al Metropolitan di New York: lo Stiffelio, La forza del destino e il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi. Avremmo dovuto fare anche L’anello dei Nibelunghi di Richard Wagner, ma in quel momento il Metropolitan vi rinunciò per mancanza di fondi. Ricordo che Levine rimase molto amareggiato, mi disse che gli sarebbe piaciuto vedere Wagner attraverso un regista che non era tedesco e che conosceva bene la lingua quanto la musica. Io mi sentì onorato, naturalmente, del suo elogio. Ci siamo incontrati in vari Festival nel mondo. Nel periodo che trascorremmo insieme per le tre opere del Metropolitan, mi invitò spesso la sera al ristorante. Levine aveva l’abitudine di sedere ad un tavolo riparato da una colonna, per evitare di farsi riconoscere dagli avventori del locale: si chiamava, ricordo, San Domenico, stava a Central Park West, vicino al Metropolitan. Levine aveva una predilezione per gli strozzapreti, accompagnati dal vino bianco, e a fine cena ordinava sempre un’ottima grappa.

L’ho sentito dirigere numerose volte. Era un direttore d’orchestra eclettico, anche un magnifico pianista, a differenza di molti altri non si considerava un “razzista della musica”, passava con naturalezza da Il pipistrello di Strauss fino al Mosè e Aronne di Schoenberg, amava Mozart come il Verismo, amava Verdi come Giordano e Wagner come Richard Strauss, amava semplicemente tutta la musica e dirigeva bene tutto. Mi diceva: ciò che conta è la grande musica, solo questo fa la differenza. Levine amava le vere voci.

Levine al Metropolitan sarà ricordato non per il suo licenziamento, ma per avere costruito l’orchestra del Metropolitan e per avere con questo contribuito a diffondere la grande musica in tutti gli Stati Uniti e da lì nel mondo intero.

Tra i molti ricordi dei mesi trascorsi insieme al Metropolitan, conservo quello che forse più di altri spiega come nacque la nostra amicizia. Siamo nati nello stesso anno, il 1943, lui in giugno ed io in dicembre. Levine aveva una vera passione per la voce di mio padre, sapeva che aveva studiato vari ruoli con i compositori, come Giordano, Zandonai, Cilea, Mascagni; e mi diceva sempre: pensa che fortuna che ha avuto tuo padre a studiare le opere direttamente dal compositore…

Nel 1991 debuttai al Metropolitan con la mia prima delle cinque opere che realizzai per quel magnifico Teatro: La Fanciulla del West di Giacomo Puccini. Ero stato proposto varie volte per una regia al Metropolitan. Fu il sovrintendente Joe Volpe, poi, a scritturarmi. La sera della prova generale de La Fanciulla del West, rientrato a casa ricevetti una telefonata dalla segretaria di Levine, con il quale non mi ero mai incontrato. Mi disse che il Maestro Levine voleva parlarmi con urgenza. Ritornai in Teatro, e fui fatto accomodare nel suo ufficio. Rimasi stupefatto. Trovai una distesa di mie fotografie incollate con lo scotch alle pareti, ritratte mentre lavoravo e provenienti da varie produzioni liriche in molti Teatri d’Europa. E questo? chiesi. Levine, dopo avermi invitato a chiamarlo semplicemente Jimmy come faceva con gli amici, mi rispose che gli erano state inviate da cantanti che avevano partecipato alle opere che avevo firmato in giro per il mondo, suggerendogli che doveva scritturarmi a New York. Una di queste, mi disse, era Teresa Stratas, il grande soprano greco. L’avrei voluto, aggiunse poi Levine, ma purtroppo non ci sono mai riuscito. Fu un modo simpatico per scusarsi, ma per me significò molto di più.

Sono convinto che James Levine sia stato con Leonard Bernstein, uno dei direttori d’orchestra americani più influenti nel secondo dopoguerra. Addio Jimmy.

(foto: WikiImages – licenza pixabay – https://pixabay.com/it/photos/opera-opera-house-concerto-67497/ )