La cicuta del compagno De Benedetti e di Repubblica

di ALDO BELLI – Paolo Panerai, “Le mani sull’informazione. I retroscena dell’editoria italiana” (edizioni Solferino).

Il libro testimonianza di Paolo Panerai, “Le mani sull’informazione. I retroscena dell’editoria italiana” (edizioni Solferino), finalmente consegna alla storia ciò che tutti conoscevano, ma che nessuno finora con tanta autorevolezza e puntuale narrazione vissuta in diretta aveva mai riordinato.

Panerai ha attraversato da giornalista, e poi da editore puro, l’ascesa e il declino dell’informazione in Italia: nato a Milano nel 1946, dopo la redazione del Il Secolo XIX diventa nel 1975 Capo-servizio economia di Panorama, quindi direttore de Il Mondo (1976-86), nel 1980 fonda la casa editrice Class, fa nascere il mensile che ne porta il nome, il settimanale Milano-Finanza, i quotidiani MF e Italia Oggi, il canale televisivo Class CNBC e l’agenzia MF Dow Jones.

Paolo Panerai è un giornalista che ha dimostrato nel suo lungo corso di non essere un Cavaliere (né Nero né Bianco), ma un Capitano della libera informazione nel tempo dei mercenari e dei Lanzichenecchi. “Io ho sempre fatto parte della minoranza di editori puri” scrive. “La crisi dell’editoria tradizionale è un fenomeno planetario”, tuttavia in Italia “gli editori impuri sono stati sempre la quasi totalità”.

Per decenni l’Italia ha sorbito il lavaggio del cervello della sinistra capeggiata dal Cavaliere Bianco sulla concentrazione monopolistica delle televisioni private di Silvio Berlusconi: il cui privilegio delle frequenze pubbliche non reca solo il nome di Craxi, ma anche del Partito democratico; è il 28 febbraio 2002 quando l’onorevole Luciano Violante con la naturalezza di rivelare la temperatura del sole dichiara di fronte alla Camera dei Deputati: “L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le sue televisioni quando ci fu il cambio di governo e lo sa lui e l’onorevole Letta”. Durante i governi di centro-sinistra il fatturato di Mediaset aumentò di 25 volte.

Panerai riordina i retroscena di un paese nel quale “Dio non gioca a dadi con l’universo” come disse Einstein: e qui si tratta del dio incarnato dietro le quinte dalle grandi banche, e i dadi sono la lucida perseveranza della Fiat di Gianni Agnelli poi della guerra della P2 all’Avvocato per il controllo de Il Corriere della Sera. Niente è casuale nell’editoria italiana. “Un articolo o due, possono diventare merce di scambio di un certo peso. In Italia non è una novità: è stato così negli anni del fascismo, era così nel lungo dopoguerra, lo sarebbe stato anche in tempi più recenti… Una tendenza, quella degli imprenditori – grandi o medi o anche piccoli – a comprarsi o a entrare nei giornali, che non si è mai arrestata”. E giù con l’elenco, dal “costruttore-palazzinaro Domenico Bonifaci” a Francesco Gaetano Caltagirone agli Angelucci imprenditori della Sanità. E allora, compagni?

“Volete che in questa bagarre” – l’intreccio tra imprenditori, proprietà dei giornali e politica – “un imprenditore e finanziere spietato e abile come Carlo De Benedetti rimanesse fuori dal gioco?”. Panerai, se ancora in Italia i compagni leggessero i libri, avrebbe già avuto pronta la legna e la paglia per ardere al fuoco, condannato dalla piazza per blasfemia: “In occasione della guerra di Segrate” (Il lodo Mondadori che vide lo scontro giudiziario-finanziario tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore), “Scalfari ne approfittò per vendere la sua modesta partecipazione “al Gruppo Espresso, “e io” (è De Benedetti che parla) “gliela comprai versandogli ottanta miliardi di lire”.

Il Padre di Repubblica, fine intellettuale ma pure luce immacolata del “Resistere, resistere, resistere”, Āyatollāh laico della sinistra italiana, apre la porta al Cavaliere Bianco tradendo Caracciolo, l’amico di sempre e sodale nella nascita del nuovo quotidiano per l’area del centro-sinistra, desertificata dal rogo de l’Unità, di Paese Sera e de Il Popolo.

Il bipolarismo italiano! Imbevuti di ipocrisia, smemorati della storia d’Italia, la nuova cicuta da versare nella bocca degli italiani si colora di panacea di tutti i mali della nostra democrazia bloccata: gli uni devono stare qui e gli altri là, in ossequio a quel principio sostanziale della sovranità popolare che garantisce sempre e comunque la trasparenza nella gestione del potere pubblico, tra chi governa e chi dall’opposizione ha il dovere primario di controllare la corretta e buona amministrazione e applicazione della legge.

Bruno Tassan Din nel 1976 divenne direttore generale de Il Corriere della Sera, il suo nome ricorre nello scandalo del Banco Ambrosiano e della P2 di Licio Gelli (1981): complessivamente 20 anni e 4 mesi di pena inflitti dai tribunali. Alberto Cavallari nominato direttore del quotidiano di via Solferino nel 1981, “in piena crisi della Rizzoli-Corriere della Sera aveva potuto garantire a Rizzoli e Tassan Din una tranquillità interna dove sempre dominava il PCI attraverso il consiglio di fabbrica…”.

“Potrebbe sembrare un paradosso” osserva Paolo Panerai, “avere un legame condizionante come quello della P2 e andare, Rizzoli e Tassan Din, a pescare un direttore come Cavallari, con aperture a sinistra: ma questi erano i funambolismi di Tassa Din, che sapeva benissimo sfruttare tutte le opportunità da una parte e dall’altra” (tanto per rimanere alla cicuta del bipolarismo italiano). “Intelligente come pochi, era anche spregiudicato come pochi. E per questo avendo un saldissimo rapporto con Adalberto Minucci, uomo colto e cresciuto nella Grosseto di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, capo dell’informazione del PCI con Enrico Berlinguer segretario, aveva concordato con lui la nomina di Cavallari”.

“Quanto avrà reso la Repubblica a De Benedetti... in termini di costante consenso giornalistico alle sue mosse nelle pagine dell’economia, della finanza e della politica” per i suoi affari borsistici o industriali? si chiede Panerai. “Si capisce che ha effettivamente passione, oltre che convenienza, per l’editoria. Gli piace moltissimo dettare la linea alla sinistra italiana”. E Panerai non indugia nel proseguire osservando che “ancor più importante è capire per quale motivo o con quale strategia l’Ingegnere abbia creato i presupposti che hanno portato alla fusione di L’Espresso-Repubblica con La Stampa e Il Secolo XIX, nel 2017, con il gruppo editoriale GEDI” (la Fiat).

Tutto questo, oggi: perché quello di Panerai non è un libro di storia, ma una boccata di ossigeno che attraversa la finestra del nostro presente, mentre Facebook “è in grado di influenzare in maniera decisiva l’opinione, le scelte, le relazioni di 1,66 miliardi di utenti nel mondo” e “il 10 giugno 2020 le fake news hanno superato in rete le notizie vere e corrette”.

Tra le numerose conclusioni, due sono sicuramente pesanti per il presente e il nostro futuro di cittadini liberi, con la coscienza critica che sola può salvare la nostra libertà da qualsiasi cicuta.

La prima è che “nella storia dell’informazione italiana, le mani sui giornali sono state messe da troppi gruppi industriali e finanziari per poter appoggiare o contrastare politici e clientele, o nel caso dei giornali economici e finanziari, alterare il mercato. E’ la Repubblica italiana che in ogni caso ci perde, è l’indipendenza dell’informazione che ci rimette”.

La seconda. E’ ancora immaginabile, che un giornale d’informazione, cartaceo o web, possa far esplodere un impeachment come quello del Washington Post, consegnato agli annali dell’informazione indipendente al servizio della democrazia sotto il nome di Watergate?

La risposta è che non c’è alternativa all’editore puro, o come preferisce dire Panerai “professionale”, per la libertà di espressione e di informazione e l’indipendenza dei giornalisti: “quando un giornalista accetta di lavorare in un giornale che ha un padrone impegnato in numerose attività, com’è stato nel caso di De Benedetti, è spesso moralmente pronto a non scrivere contro chi controlla il giornale. Se invece lo fa, sa che prima o poi potrebbe pagare l’atto di eroismo”.

E poiché in Italia la cicuta del falso pensiero bipolare in realtà nasconde un intreccio di interessi per il quale nella notte tutti i gatti sono bigi; e dall’altra l’illusione che il Web, Facebook, Google, costituiscano la libertà di pensiero per tutti, possedendo viceversa il potere di censurare unilateralmente chiunque e al di fuori di qualsiasi controllo di legalità “dal più umile cittadino al capo dello Stato più potente del mondo…”. Occorre “capire il pericolo: in primo luogo per l’informazione, e quindi per la democrazia”.