La Costituzione vieta all’Italia di fare la guerra

di GIANCARLO ALTAVILLA – L’Italia ripudia la guerra, il precetto sancito dalla Carta fondamentale non può essere contraddetto.

Siamo in tempi di guerra, con battaglie di terra, di aria e di televisione.

Esperti o quasi, storici (o quasi) e nuovi opinionisti riempiono le pagine dei giornali e gli schermi della TV, e non vi è luogo in cui non si discorra di russi, di ucraini e di NATO.

Quanto basta per starsene zitti e non aggiungere nulla al vociare cacofonico dei troppi condottieri che sanno cose militari che io ignoro.

Ma ognuno è quel che è, e le sinapsi della sua mente sono condizionate da quel che gli è capitato di leggere e studiare.

Ho ripescato nei lontani ricordi dei miei studi costituzionali qualche riflessione di allora che credo sia valida anche oggi, perché, se i telegiornali passano, le norme costituzionali no, e stanno lì come trincee contro i nuovismi intellettuali un tanto al chilo.

La guerra in Ucraina pone il Paese di fronte alla scelta di inviare o meno le armi al popolo invaso dall’esercito russo e a quella di procedere, oppure no, ad una significativa implementazione delle spese militari italiane. Sono contrario ad entrambe le scelte, perché, secondo me, non sta nelle armi il futuro dei popoli. Ma non è questo l’argomento di queste righe, nella quali intendo riflettere sul rapporto tra guerre e Costituzione.

All’argomento i Costituenti hanno dedicato diverse norme, a riprova della sua rilevanza e delicatezza; sono norme importanti, complesse, nelle quali trovano sintesi i grandi temi della pace e della democrazia.
Si considerino, in proposito, i principi della difesa della patria e della pace. Recita l’art. 52 della Costituzione: ‘La difesa della patria è sacro dovere del cittadino’. Salta agli occhi la forza dell’aggettivo ‘sacro’.
Non c’è un’altra norma nella Carta che lo contenga e la sua forza si coglie appieno se solo si considera che esso non ha un contenuto giuridico ma più propriamente etico o religioso. Frastorna un po’ l’invocazione del sacro nella enunciazione di un precetto giuridico. Il sacro è l’assoluto, l’indiscutibile; è ciò che prescinde da qualunque ipotesi di negoziazione o di compromesso. La sacralità è ultra giuridica, è a-guridica, appartiene al mondo della spiritualità e il diritto non dovrebbe mai lasciarsi tentare da una ambizione di assolutezza che contraddice la qualità completamente umana delle norme e dei principi giuridici.

Il sacro dovere di difendere la patria assume le sembianze di un culto, di un obbligo sacrale che non attiene alla dimensione giuridica dei cittadini ma alla loro posizione di guardie di un bene supremo, assoluto, sacro appunto.

Ma cos’è la patria? Cos’è questo bene comune davanti al quale tutto diventa recessivo e secondario?
È lo Stato, l’ordinamento, il territorio, la comunità, l’identità nazionale?

Benedetto Croce, al fine di dare sostegno alla legislazione per la difesa dei paesaggi d’Italia, scrisse che essi erano ‘il caro volto della patria’. E ciò ci autorizza a pensare che la patria sia tutto quanto partecipa alla individuazione della identità collettiva nazionale.

La norma costituzionale sul punto tace, si astiene dal definire cosa sia la patria, di cui sancisce la sacralità, senza stabilirne il significato. E questo è sorprendente, se solo si considera che prima di prescrivere il dovere sacro di difenderla, sarebbe stato necessario indicarne l’identità. A maggior ragione considerando che la sacralità della patria comporta l’ineludibile obbligo di sostenere ogni e qualsiasi sacrificio per difenderla, fino a quello della vita, che è un diritto individuale, sì, fondamentale, ma che si affievolisce davanti al precetto costituzionale di difenderla.

Difendere la patria. Il concetto è assoluto e questo suscita qualche domanda. Siccome ogni guerra può porla in pericolo, il sacro dovere di difendere la patria sussisterebbe non solo se l’Italia fosse aggredita, ma anche se essa fosse lo Stato aggressore, posto in pericolo dalla reazione dell’aggredito? Il sacrificio è dovuto rispetto al fine supremo di difendere la patria: quindi non rileva il presupposto di essere aggredita incolpevole o, invece, aggressore bellico?

Considerato che i Costituenti respinsero la proposta di dichiarare la neutralità permanente dell’Italia (pronta a difendersi ma autodeprivata dalla facoltà di aggredire), l’obbligo di difendere la patria deve ritenersi tanto sacro quanto assoluto, valido anche nel caso in cui il Paese si avventurasse in una iniziatica bellica volontaria che le imponesse di difendersi?

Le domande meritano tutte una risposta negativa: perché l’Italia è una nazione di pace.

All’art. 11 della Costituzione si legge che ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente (…) alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni’.
La forza della prescrizione è notevole: l’Italia non esclude, vieta o ostacola la guerra, ma la ripudia, ovvero la respinge recisamente.

L’Italia non combatte ma dialoga; e tale precetto comporta, Carta alla mano, due conseguenze.

La prima, che anche una guerra prettamente difensiva è incostituzionale, laddove lo Stato, prima di accedere all’uso delle armi, non abbia ricercato la pace con mezzi non belligeranti.

La seconda, che il sacro dovere di difendere la patria non è propriamente assoluto, perché l’azione defensionale in armi, in tanto è obbligatoria, in quanto costituzionale, ovvero extrema ratio per la soluzione del conflitto tra nazioni.

Ma l’art. 11 Cost., se ridimensiona (opportunamente) l’assolutezza del dovere di difesa patria, stabilisce che l’Italia può limitare la sua sovranità partecipando ad organizzazioni internazionali: ma esse possono disporre l’impiego di forze armate italiane al di fuori dei confini d’Italia e per interessi diversi da quelli nazionali?

L’art. 11, che riduce la capacità belligerante dell’Italia, ripudiando la guerra, nel delegare ad organismi terzi le azioni di ‘risoluzione delle controversie internazionali’, consente l’uso delle armi per ragioni che nulla hanno a che fare con le esigenze patriottiche dell’art. 52?

Di casi nei quali l’Italia ha partecipato alle guerre ne abbiamo conosciuti molti, troppi, negli ultimi anni. E in un sistema di relazioni internazionali nel quale il nostro Paese è un elemento significativo ma quasi sempre recessivo rispetto al ruolo di Stati dotati di maggior forza politico-diplomatica, il sistema degli articoli 52 e 11 della Costituzione è entrato in crisi, tanto che è ormai inteso che le guerre in nome di enti terzi sono legittime.

Ma non è così. I Costituenti stabilirono che alla sovranità italiana si ponessero dei limiti in favore di organismi internazionali, siccome democratici e governati dai medesimi principi di non belligeranza. Solo la gestione delle dinamiche internazionali è stato previsto che possa essere delegata ad organismi sovrastatuali, ma senza deroghe ai principi fondamentali della patria, tra i quali quello della pace.

L’Italia ripudia la guerra. Questo precetto, nobile e sancito dalla Carta fondamentale, non può essere contraddetto a causa della partecipazione ad organismi internazionali, a favore dei quali i limiti alla sovranità bellica nazionale in tanto sono costituzionalmente legittimi in quanto gli enti sovrastatuali a loro volta ripudino la guerra quale strumento di soluzione delle controversie.

L’Italia non fa la guerra, perché la Costituzione lo vieta. L’Italia non può fare la guerra nemmeno se un ente terzo lo decide in sua vece, perché la condivisione del principio della pace è il presupposto irrinunciabile per la limitazione della sovranità nazionale in favore di organizzazioni superstatuali.
Ma non è andata così, perché i conflitti successivi alla II Guerra Mondiale, ai quali anche l’Italia ha partecipato, sono stati a volte voluti, provocati, non evitati e ispirati da ragioni di mera convenienza, opportunità o indifferenza.

Purtroppo da anni l’ordine bellico rivolto all’Italia ha trovato frequenti e sistematiche occasioni per contraddire i principi costituzionali di pace, la cui cogenza è stata ritenuta inefficace quando a decidere è qualcun altro. Forse il fatto che le guerre si siano svolte in terre esotiche ha reso meno cruciale il dibattito sul tema della legittimità del coinvolgimento dell’Italia.

E nel silenzio di molti, sono rimaste mute anche le parole degli articoli 11 e 52 della Carta, che invocano il sacro e l’assoluto; ma, in verità, la sovranità militare pacifista dell’Italia non c’è e la Costituzione ha il volto di una donna fin de siècle, che, con sguardo triste, assiste al ballo nuovo di donne e uomini che non ne riconoscono la bellezza (che fu).