Da consolazione a spiraglio del futuro, dall’eccezionalità emergenziale ad una condizione di straordinaria normalità e quotidianità stravolta
In queste settimane vi sono moltissime occasioni per ripensare le categorie tradizionali che abbiamo considerato insuperabili, metastoriche, necessarie e scolpite nella natura umana.
Un mea culpa collettivo
I ripensamenti sul piano politico ed economico sembrano prospettare un vero e proprio mea culpa collettivo, un’epifania rispetto alle prospettive sociali prossime venture: a fronte del disastro della sanità pubblica, devastata da decenni di massacro liberista e di smantellamento dello Stato sociale, aggravata della disarticolazione del Sistema Sanitario Nazionale a favore delle sanità regionali, che stanno mostrando il fallimento e l’affanno di gestire una situazione che non può che avere un coordinamento e un indirizzo nazionale (e magari anche sovranazionale, intra o inter-nazionale).
I giornalisti e gli intellettuali che sostenevano il mercato selvaggio
Schiere di giornalisti e intellettuali – che negli scorsi anni hanno condiviso, legittimato, sostenuto l’ideologia del mercato selvaggio che ha provocato la distruzione di ogni interesse generale (universalità dei diritti) a favore della privatizzazione delle prestazioni e sevizi (favorendo l’individualismo e gli egoismi sociali) – oggi intasano i canali televisivi e i social con richiami alla necessità di ripensare tutto: dall’assunzione di medici, infermieri, personale sanitario (ma solo per il periodo di emergenza) ad investimenti massicci (ma in strutture centralizzate lasciando sguarniti i territori), dalla concessione che gli Stati possano fare debito (un tabù quasi infranto dal covid-19, ma solo per qualche mese, non oltre l’anno) alla richiesta di sospensione dei vincoli europei che fino ad ieri erano considerati inderogabili (e continuano ad esserlo per le iene olandesi e tedesche che vorrebbero banchettare con i resti dei paesi del ClubMed) e che i più consideravano virtuosi e condivisibili tanto da imporre aumenti dell’età pensionabile e distruggere tutti i servizi per cittadini e cittadine.
Dobbiamo provare a scavare in profondità
Al di là degli orientamenti e delle scelte politiche, oggi occorre andare più a fondo, alle radici della nostra civiltà e delle contraddizioni che la innervano, dei modelli culturali e filosofici i cui principi e valori (quelli che, pur nei conflitti sociali, tra classi, tra generazioni, tra donne e uomini, fondano la nostra società: libertà, progresso, eguaglianza, emancipazione, nei vari modi declinati) rischiano di vacillare.
Sono uscite in questi giorni interviste e interventi di alcuni tra i più conosciuti e importanti filosofi italiani, il cui approccio è molto diverso, ma che sollecitano una profonda revisione delle nostre (in)certezze.
Il paradosso di Iacono
Alfonso Maurizio Iacono, in un’intervista a La Nazione del 27 marzo, e successivamente in un articolo ne il manifesto del 1° aprile, evidenzia il paradosso scaturito dal contagio, per cui l’isolamento, la “reclusione” in casa, la chiusura di quasi tutte le attività produttive stanno lasciando spazio alla natura, e la scansione del tempo della vita stia rallentando, in un flusso più lento e rilassato, privo delle tensioni continue imposte da una società dominata dal profitto, dalla concorrenza spietata.
La “misura dell’inatteso è infinita”: citando Arnaldo Momigliano, Iacono suggerisce che l’improvviso disvelamento della caducità esistenziale ci fornisce l’occasione di ripensare radicalmente la vita forsennata condotta finora, fondata sui dogmi imposti dalla società determinata da un mercato completamente sregolato e dalla mercificazione selvaggia di ogni ambito dell’esistenza, individuale e collettiva, e dell’immaginario. Da queste suggestioni possiamo trarre spunti di riflessione non rassicuranti, in cui paura e meraviglia (thauma) sono tuttavia collegate da una reciproca generazione: perciò, si potrà sviluppare una nuova prospettiva di pensiero che permetta da un lato di sottrarsi al disincanto intellettualistico e dall’altro di ripensare radicalmente le categorie ormai obsolete che abbiamo elaborato fin qui, per dipanare la matassa con cui imbastire un nuovo mondo ormai non solo necessario, ma possibile: rovesciare la competizione in cooperazione è la scommessa che non si può più rinviare.
Massimo Cacciari
Massimo Cacciari, in una intervista sull’Huffington Post del 5 aprile, reagisce invece in maniera sanguigna e volutamente contro-filosofica (ma proprio per questo, massimamente filosofica): ai continui richiami alla serenità, alla riappropriazione del proprio tempo e delle relazioni familiari, nonché degli spazi casalinghi, che inondano la rete, Cacciari risponde evidenziando e sottolineando gli effetti dello stravolgimento sociale, economico, politico e culturale che l’infezione sta provocando nella nostra esistenza: lo sconquasso economico-sociale, geopolitico,istituzionale, evidenzia innanzitutto la consunzione, il preoccupante restringimento della politica a favore della dimensione tecnico-scientifica. Nell’intervista, confessa di sentire vacillare il suo sentimento europeista, strettamente correlato ad un’idea di destrutturazione e superamento della sinistra novecentesca, a vantaggio di un soggetto più moderno.
Il nodo emerso prepotentemente è la dissoluzione tra decisione politica (volontà) e ricerca scientifica (conoscenza) nonché applicazione tecnica (prassi): dopo decenni di crisi economica che ha destabilizzato la democrazia e assoggettato la politica al dominio dell’economia liberista, vi è un ulteriore rischio di implosione sotto i colpi dell’emergenza sanitaria. Le decisioni politiche sempre più condizionate dalle direttive degli esperti, la dimensione della politica relegata in secondo piano, la neutralizzazione della democrazia, la limitazione delle libertà individuali e collettive formano l’ipotetico orizzonte che potrebbe consegnarci la pandemia.
Il rischio di una quotidianità tossica
Il rischio più grande che avverto è l’inavvertito passaggio da uno stato di eccezionalità ad una sorta di stravolta normalità, una quotidianità tossica fatta non solo e non tanto di mascherine per uscire, ma di un veleno inoculato sottopelle composto da diffidenza, sospetto, lacerazione della prossimità. Il prossimo, appunto: non ci sarà più “il prossimo”, ma un “prossimo distanziato”, contattabile social e piattaforme piuttosto che da incontrare nelle piazze e nelle assemblee.
Se non restituiamo senso all’esistenza, le relazioni future potrebbero essere definitivamente condizionate da uno schermo, non simulatorio , ma protettivo: la ricerca di immunità accentuerà le forme antropologiche e conseguentemente politiche della chiusura, della separazione, della fobia contro l’Altro con la giustificazione di fermare l’infezione, escludere il contagio, sterilizare infetti e contaminati.
Alla difesa dei privilegi di una società che sottrae risorse e prospettive a miliardi di umani nel mondo, si potrebbe affiancare una nuova discriminazione che separerà coloro che accederanno ai dispositivi di protezione, di cura, e coloro che saranno condannati ai contagi. La normalità passerà dalla insicurezza sociale a quella sanitaria: uno scenario surreale, che potrebbe diventare il prossimo futuro, se non riusciremo a ripristinare un controllo sulle nostre paure per trasformarle in nuove prospettive di giustizia e condivisione.
Giovanni Bruno è nato a Pisa nel 1961, dove insegna Filosofia e Storia al liceo scientifico Filippo Buonarroti. Laureato nel 1987 in Filosofia Morale con il prof. Barale e il prof. Amoroso. Ha pubblicato la raccolta di racconti “L’incognita passione” e “Filosofia per contemporanei. Dieci lezioni propedeutiche” (2018). Attivista nei movimenti sulla scuola, per la difesa dei diritti umani, contro la guerra, fa parte del sindacato Cobas ed è dirigente toscano di Rifondazione Comunista. La musica rock è la sua passione incurabile, è membro di uno dei più longevi gruppi sulla scena neo-psichedelica pisana The Strange Flowers. Con Flaviana Sortino, compagna di vita, ha avuto due figli: Luciano ed Emiliano.
