Berlino Germania

La mafia in Germania ancora come folclore italiano

di FEDERICO QUADRELLI (da Berlino) – Una banalizzazione pericolosa, un marchio usato a fini economici dai videogiochi alla ristorazione.

Il 9 maggio abbiamo ricordato Peppino Impastato, l’attivista comunista ucciso a Cinisi dalla Mafia, proprio per la sua attività giornalistica contro quel sistema di potere e violenza. A distanza di decenni in Italia si sono fatti enormi passi in avanti. La legislazione italiana esistente contro le mafie – il plurale è d’obbligo -, è una delle più avanzate al mondo. Purtroppo, però, tale livello di approfondimento e di elaborazione giuridica non si trova in altri paesi dove, anche se spesso viene negato, le organizzazioni criminali di stampo mafioso sono diffuse e ben radicate.

Questo è senza dubbio il caso della Germania: ci sono studi molto accurati che hanno dimostrato come le mafie, soprattutto la Ndrangheta, abbiano messo radici anche nel ricco e prospero nord Europa. Per usare le parole di Nando Dalla Chiesa, in Germania sono però nella fase della negazione, quella che ha conosciuto anche il nord Italia nei decenni passati, quando il fenomeno era considerato squisitamente meridionale.

Ecco, in Germania – come altrove -, viene considerato un fenomeno regionale italiano, anzi, ancora peggio “folklore”. Le rappresentazioni cinematografiche hanno contribuito a diffondere una visione romantica della Mafia. Di recente poi è diventato un marchio usato a fini economici, dall’industria dei videogiochi al mondo della ristorazione: giochi e pizzerie che richiamano il mondo mafioso, o che addirittura usano il nome Mafia come Brand principale. Si tratta di una banalizzazione pericolosa del fenomeno, che dà alla criminalità organizzata un grande aiuto nel background culturale e simbolico delle società. Il tema sta diventato lentamente oggetto di interesse nel mondo giornalistico e politico anche tedesco, ma con difficoltà.

A tale scopo ho presentato una mozione all’assemblea provinciale della SPD di cui faccio parte affinché il tema venga finalmente affrontato. Nonostante le difficoltà, alla fine, la discussione c’è stata e la direzione provinciale elaborerà una posizione in merito da poter discutere all’assemblea regionale, affinché venga – in qualche modo, limitato o si spera vietato, l’uso della parola Mafia per le attività economiche.

Lo stigma che questo produce nei confronti della comunità italiana è enorme ed è giusto combattere affinché questo pregiudizio venga combattuto. Il che non significa disconoscere le origini storiche del fenomeno mafioso, né che in Italia abbia avuto la sua roccaforte. Dall’Italia, su questo tema, gli altri paesi possono solo apprendere, perché noi abbiamo pagato col sangue questa conoscenza, che per gli altri invece sarebbe facilmente accessibile con scambi e cooperazioni internazionali.