La Regina Elisabetta e Michail Gorbačëv

di ALDO BELLI – A dieci giorni di distanza, due storie completamente diverse con in comune il senso della storia e l’arte della politica.

Solo una decina di giorni separano la morte di Elisabetta II da quella di Gorbačëv. Entrambi avevano superato i novant’anni: la prima era nata a Londra il 21 aprile 1926 e il secondo a Privol’noe il 2 marzo 1931. Hanno trascorso il Secolo breve (quello che lo storico Hobsbawm ha indicato iniziare nel 1914 e finire nel 1991) e il secolo che l’ha seguito sulle macerie del Muro di Berlino. Sebbene, una ancora da protagonista e l’altro da sconfitto della storia.

La loro contestuale scomparsa potrebbe segnare la fine del Secolo di mezzo, che si è aperto con l’illusione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla coesistenza pacifica dei Grandi Protagonisti della storia contemporanea (la fine del bipolarismo Est-Ovest), e che si sta spegnendo nelle strade di città e di campagna dell’Ucraina.

Due storie completamente diverse, quella della figlia di Re Giorgio VI e quella del figlio di contadini avviato al lavorò come meccanico in un’officina di macchine agricole. Ad unirle, tuttavia, il senso della storia e il dovere di conservarla non già assecondando i flussi della corrente, ma dirigendola verso la inevitabilità dei cambiamenti senza disperdere le radici.

La Monarchia in Inghilterra non rappresenta un orpello della tradizione (sarebbe sufficiente soffermarsi sul “God save the King” pronunciato coralmente poche ore fa dalle più alte autorità civili e religiose riunite di fronte al nuovo re). Il monarca non incontra settimanalmente il primo ministro a Buckingham Palace per offrirgli una tazza di tè, e le leggi non gli vengono sottoposte prima di giungere in Parlamento per assolvere ad un atto puramente formale. E’ indubbio, quindi, che in questi settant’anni Elisabetta II ha contribuito a guidare il Regno Unito attraverso le turbolenze della storia con l’arte della politica che unisce il rinnovamento nella società con la conservazione dei valori fondanti della nazione.

Michail Gorbačëv di fronte al vulcano ormai impossibile da contenere, ammainò la bandiera dell’Unione Sovietica sul pennone del Cremlino quel 25 dicembre 1991 e pose la parola fine al Secolo breve iniziato con la prima guerra mondiale, ma anche con la Rivoluzione Russa di Lenin. Indicò il nuovo corso della Perestrojka, quella parola-simbolo tradotta in italiano significa ricostruzione, ristrutturazione. Non, semplicemente, demolizione. Anche in questo caso, seppure con una forza demolitrice senza paragoni, la “ricostruzione” di Gorbačëv era diretta a dirigere il suo paese verso il nuovo che incombeva conservando i valori più profondi del popolo russo e dei popoli vicini finora soggiogati, e bisognosi di essere liberati nelle loro sane risorse, umane e geografiche. Purtroppo, gli andò male: ma questo è un altro capitolo.

Il senso della storia di una nazione e di un popolo, dunque. Come identità da non disperdere o da ritrovare. Arte della politica che riconosce la stabilità di un paese nel suo progredire, soprattutto nei momenti di crisi, governando il cambiamento.

Dieci giorni di distanza tra la morte di Gorbačëv e quella della regina nell’era del gossip trasferito pressoché ovunque (non ho mai sentito tanta sdolcinatura in TV e nei giornali nei confronti di Elisabetta e soprattutto di Carlo) probabilmente fanno prevalere anche in questo caso il detto: “Chiodo schiaccia chiodo”. Ma la cronaca è una cosa, e lo sguardo su ciò che la cronaca offre è altro: il mondo ha bisogno non solo di sapere, ma anche di pensare: cercando nelle pieghe della cronaca ciò che può essere utile per diventare migliori. Progredire non assecondando le corrente ma governando i cambianti pare oggi il problema più urgente per l’Italia, l’Europa e l’Occidente.