Home LA PIETRA DI MINERVA - di Giancarlo Altavilla La scuola tra cultura e competenze

La scuola tra cultura e competenze

by Giancarlo Altavilla

Non penso di essere esperto, ma rifletto su quale formazione dare alle nuove generazioni

Non voglio parlare di scuola. Anche io, come tanti, ho dei figli che la frequentano e tuttavia non per questo, a differenza di tanti, penso di essere un esperto di temi e problematiche scolastiche. Mi sollecita, tuttavia, qualche breve riflessione una questione che da qualche tempo impegna pedagogisti, sociologi ed esperti, ed anche (immancabilmente) genitori di figli geniali (troppo avanti per ammuffire su questioni libresche di perduta utilità) e imprenditori 4.0, che ricercano giovani lavoratori (scevri di nozioni teoriche che lasciano il tempo che trovano) pragmaticamente in grado di fare e produrre.

La questione è questa: quale formazione impartire alle nuove generazioni. Quella dei vecchi tempi, fatta di nozioni, principi, regole e teoremi, o quella moderna, tesa a diffondere le cosiddette competenze, ovvero le capacità di fare, in linea con le esigenze di una società che rifugge teorie e paroloni sofisticati, e richiede concretezza produttiva e semplicità algoritmica?

Converrete con me, è un bel tema. Prima che questo nostro mondo entrasse nel vortice del sistema produttivo, nel mantra della crescita economica costante e progressiva, nel dogma che solo il consumo dà il senso all’esistenza, non vi erano molti dubbi che la formazione intellettuale, a qualunque livello, dovesse essere quella che, attraverso la conoscenza delle cose, fornisse strumenti critici di analisi e di pensiero.

L’alfabetizzazione si riteneva che fosse utile innanzitutto per sapere e capire. Si doveva imparare non ‘per fare’, ma per sapere, perché, così si pensava, erano la conoscenza e la cultura il presupposto per fare bene e per imparare a fare meglio. E allora, filosofia, letteratura, greco e latino, storia e geografia. Licei, scuole, accademie.

Tante pagine, quanta fatica

Poi, davanti a quelle pagine e alla prospettiva della lunga fatica di leggerle e studiarle, si è affacciato il dubbio: a cosa servirà mai una tale premessa formativa e culturale quando quel che conta è saper fare, avere le competenze di fare, così potendo rispondere alle richieste di un sistema sociale e produttivo che predilige il PIL, concreto e tangibile, alle teorie sterili di una formazione scolastica lunga, ferma in una dimensione ‘intellettuale’ preproduttiva o addirittura aproduttiva? Il greco e il latino, sono lingue morte, studiarle non serve a niente. La filosofia non è forse roba da speculatori del pensiero? La storia, se proprio ti incuriosisce, non basta leggerla sullo smartphone? E così via. Poesia, letteratura, arte: discipline faticose, e sterili di competenze utili.

Da qui il dibattito sulla scuola moderna: dispensatrice di teorie o di competenze?

Sono convinto che le competenze stanno al prodotto, come la cultura al suo prototipo. Le competenze, intese come capacità di svolgere un determinato compito, sono la conoscenza del sistema produttivo in uso. Possederle, significa saper fare, essere in grado di compiere quanto serve per dare vita al prodotto richiesto. Rispetto alle competenze del fare, è un fatto prioritario la elaborazione del sistema di produzione, quello che individua il prototipo. Quindi, chi ha le competenze, realizza il prototipo che qualcuno, prima, ha stabilito.

Ecco, in estrema semplificazione: formarsi per competenze, significa acquisire quanto serve per partecipare al processo produttivo; formarsi per cultura, significa acquisire gli elementi fecondi del sapere e candidarsi alla individuazione del prototipo e alla elaborazione del sistema ‘produttivo’ (inteso in senso lato), per stabilirne le regole, le modalità e gli aggiornamenti, alla cui determinazione seguirà la distribuzione delle competenze. E allora, alle nuove generazioni cosa è più giusto (e utile) offrire: competenze o culture? È bene che sappiano e, perciò, sappiano fare, o è meglio che non perdano tempo e imparino subito (e solo) a fare?

In una rubrica che si intitola ‘La pietra di Minerva’ non ci possono essere spazi per dubbi soverchi, quindi è d’obbligo la risposta

Eccola: è giusto e necessario offrire cultura, anzi culture, al plurale. Diamo alle generazioni che verranno una formazione innanzitutto culturale e non costringiamole ad un approccio ‘per competenze’. Sono le culture che rendono gli strumenti della conoscenza e rappresentano il presupposto per la elaborazione di nuovi saperi. È la cultura che elabora e via via aggiorna le competenze, le quali, se dispensate in quanto tali, sono troppo poco, perché rappresentano la breve sapienza dello status quo. Esse invecchiano con l’evoluzione (ad opera di chi ha acquisito culture) del sistema sociale e produttivo, e chi le ha acquisite ‘senza cultura’, sovente non ha il tempo e il modo di farsi impartire le nuove, così diventando un ex competente, spesso inservibile (lo dico con imbarazzo ‘culturale’, in senso brutalmente capitalistico).

La scuola deve essere difesa dalle sollecitazioni miopi di un sistema che non è interessato alla cultura dell’uomo ma alle sue competenze, da inserire al più presto nel sistema di produzione e consumo nel quale esse presto si esauriscono. Solo se si conoscono i principi generali si possono elaborare le regole particolari e via via aggiornarle; per contro, se si conoscono solo le regole, al momento in cui esse risulteranno superate, l’ignoranza della teoria generale impedirà la loro rielaborazione (appannaggio solo di coloro che posseggano la cultura, prima dell’abilità).

Mi vengono in mente le parole regalate da Andrea Camilleri ad un intervistatore, alcuni anni fa. L’argomento era quello dei corsi di ‘scrittura creativa’, oggi diffusissimi e considerati dispensatori delle competenze necessarie per diventare scrittori. Il compianto Maestro rispose così: ‘per saper scrivere bisogna leggere, leggere, leggere’. Ecco, sommessamente interpreto le parole di Camilleri come un sostegno al mio pensiero: per acquisire la competenza dello scrivere, bisogna affaticarsi nella acquisizione della cultura del narrare. E questo vale per ogni scienza ed ogni disciplina. Quindi: studiare, sapere, fare. Nell’ordine.

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