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La sfida energetica tra l’Europa e la Cina

di TOMMASO GARDELLA – The Economist riporta una produzione cinese di quasi il 70% delle batterie attualmente in circolazione nel mondo.

Oggi e domani tutto ruoterà attorno alla possibilità di produrre energia, immagazzinarla e usufruirne a nostro piacimento ininterrottamente o alternata, computer, cellulari, tutte l’elettronica e tutta l’economia mondiale dipenderanno dalla capacità e dalla potenza che ogni nazione riuscirà a mettere sul campo in materia energetica, meglio se inquinando sempre meno. Da ciò non ne può essere escluso il mercato trainante e anche quello che più erroneamente incolpiamo quando si parla di inquinamento (visto che quello marittimo e aereo lo superano di gran lunga) ma che alla fine è quello di più immediato impatto mentale, quello più semplice da argomentare e che meno tocca gli interessi di chi non vuole parlare di transizione ecologica, ovvero quello automobilistico.

Al di là del senso più strettamente figurativo, è indubbio che le batterie (o qualunque forma di approvvigionamento energetico che non sia di derivazione fossile) rappresentano il nuovo petrolio, la nuova corsa all’oro, e ovviamente è logico che le nazioni si muovano con largo anticipo verso un mercato che nell’immediato futuro rappresenterà miliardi di dollari, e non solo. In gioco ci sono rapporti di forza che cambieranno sicuramente la geopolitica internazionale a favore di chi riuscirà a imporsi come, ovviamente, leader nel settore.

Un settore che non a caso risulta già ampiamente controllato dalle migliori aziende asiatiche e soprattutto cinesi, potendo contare su un invidiabile know how che ha permesso di staccare la concorrenza mondiale e di rendersi già in parte indispensabili per il mercato di batterie per diversi motivi. Vuoi la politica estera messa in atto in Africa con le popolazioni autoctone per riuscire a mettere le mani sui 14 siti più grandi del mondo per l’estrazione di cobalto, vuoi per l’estrema dipendenza dal carbon fossile dell’America, che non si può permettere (o non credeva) un’importante cambiamento in breve tempo per non compromettere il proprio status quo, o per un Europa che non riesce a fare quel cambio di passo a 360 gradi che ne immobilizza ogni possibile movimento unitario, hanno fatto si che Cina, Corea e Giappone abbiano preso in mano, con grande lungimiranza, va detto, e fatto crescere un mercato che nel giro di pochi anni (proprio grazie a loro) ha fato un’idea della propria importanza e grandezza.

Per farvi capire userò i numeri. Che saranno chiarissimi.

Nel 2018 delle 7.000 nuove licenze legato allo stoccaggio delle batterie, che ovviamente ma non così scontato, sono protette da diritti, chiamiamoli, d’autore, il 41% erano di società giapponesi, il 18% arrivarono da quelle coreane e solo il 13% da tutta l’Europa messa assieme. Parlando di produzione, le cose vanno ancora peggio. La Cina da sola controlla quasi per intero la filiera produttiva che ruota attorno alla creazione delle batterie dall’estrazione delle sostanze chimiche, all’assemblaggio finale, quantificato, secondo Benchmark Mineral Intelligence, intorno all’80%. Una ramificazione che secondo The Economist garantisce una produzione di quasi il 70% delle batterie attualmente in circolazione nel mondo. In più, bisogna tenere conto che circa il 45% del mercato dell’auto elettrica risiede in Cina.

Anche qui, sono tanti i motivi, ma l’impulso dato dal Partito Comunista cinese è stato determinante, nel bene e nel male. Per fare un esempio, pensate che ogni produttore estero (di qualsiasi fascia di mercato), in questo caso di automobili, per sfruttare i generosi sussidi statali che la Cina offre è costretto ad utilizzare batterie costruite in Cina da aziende locali, contribuendo significativamente alla creazione di un monopolio che per il momento non sembra incontrare intoppi, o qualcuno che ne limiti i tentacoli.

Bene o male, tutti i cambiamenti tecnologici hanno affrontato un periodo di monopolio o semi-monopolio (basta pensare all’avvento dello smartphone quando a parte Apple c’era ben poco che potesse offrire quel grado di qualità e quantità al mondo) e in questo periodo storico il nodo cruciale sono da una parte le materie prime (i minerali rari) i cui principali fornitori sono l’Africa, su tutti, e a seguire Turchia e Russia, e dall’altra i processi produttivi e di smaltimento delle batterie e semiconduttori, con lo scontro, anche se al momento solo a parole visto lo sbilanciamento a favore degli asiatici, tra Cina e Usa e al quale si vuole aggiungere l’Europa.

In questo contesto è di grande peso la politica economica voluta da Biden, riprendendo alcune scelte strategiche d’embargo sulle tecnologie necessarie allo sviluppo dei semiconduttori per la produzione di motori elettrici e delle stesse batterie, nel tentativo di contrastare questo dominio.

In un mondo dove l’immagazzinamento e la qualità della potenza energetica giocheranno un ruolo primario nello sviluppo della vita dell’uomo, questo sbilanciamento è un problema (pensate solo all’aumento appena dichiarato del costo del gas e capirete dove stiamo andando a parare). Stare alle dipendenze di qualcuno non è mai buona cosa e l’Europa è chiamata a fare qualcosa perché quel 13% è veramente ridicolo, non può e non deve passare in secondo piano, bisogna crearsi una certa autonomia energetica che non abbiamo mai avuto.

Per farlo, nel 2017, è stato creato l’European Battery Alliance, un piano transnazionale che accomuna dodici paesi, tra cui anche l’Italia, che sta prendendo effettivamente vita in questi ultimi mesi e che prevede lo stanziamento di quasi 3 miliardi di euro, con la possibilità di sbloccarne altri 9 derivanti da privati, in aggiunta ai 60 già stanziati precedentemente per irrogare il settore tecnologico europeo, in particolare quello dell’automotive. Indubbiamente il carro trainante della tecnologia delle batterie.

La creazione di diverse gigafactory su territorio europeo rientra in questo progetto e l’ultima ad essere stata annunciata è la Italvolt che diventerà la factory più grande d’Europa, voluta da Lars Calstrom e progettata dalla sezione architettonica della Pininfarina, per un costo che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro. Occuperà lo spazio della ex Olivetti nella città di Scarmagno, in Piemonte, sarà grande circa 330.000 metri quadrati e in grado di sviluppare, inizialmente, circa 45 GWh per poi arrivare 70.

Come la storia ci ha insegnato durante la Rivoluzione Industriale e durante l’avvento dell’era moderna, i progressi tecnologici possono radicalmente cambiare le dinamiche internazionali e anche quelli odierni saranno in grado di farlo.
La domanda quindi non è più “se la transizione energetica avrà o meno impatti geopolitici”, ma “quando?”. Imperativo sarà farsi trovare pronti per sfruttarli.