Edoardo Ferragina avvocato tributarista_ Fisco e Welfare

La sostenibilità del welfare italiano alla prova dell’IRPEF

di EDOARDO FERRAGINA Avvocato tributarista – Riequilibrare il sistema in modo che un numero maggiore di cittadini contribuisca equamente.

L’analisi dei dati fiscali rappresenta un fondamentale strumento per comprendere la salute economica e la coesione sociale di un paese. Il recente rapporto del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, basato sulle dichiarazioni dei redditi relative all’anno d’imposta 2023, offre uno spaccato dettagliato e, per certi versi, allarmante della situazione italiana, sollevando interrogativi sulla sostenibilità del nostro sistema di welfare.

L’indagine evidenzia una profonda sperequazione nella distribuzione del carico tributario, con una minoranza di cittadini che sostiene la quasi totalità del gettito dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), il principale tributo che finanzia servizi essenziali come la sanità, l’assistenza sociale e l’istruzione.

L’IRPEF è stata concepita secondo il principio costituzionale di progressività (art.53 Cost.), per cui il carico fiscale dovrebbe aumentare in modo più che proporzionale al crescere del reddito. Tuttavia, i dati emersi dal rapporto rivelano una realtà complessa e distorta.

Chi versa l’Irpef

Su una popolazione di quasi 59 milioni di persone, solo 42,57 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi per il 2023. Di questi, i “versanti”, ossia coloro che pagano almeno un euro di IRPEF, sono appena 33,54 milioni. Ciò significa che il 43,15% degli italiani non dichiara redditi e, di conseguenza, vive a carico di qualcun altro o del sistema di welfare. Questa percentuale, sebbene in lieve calo, è assolutamente atipica per un Paese del G7 e costituisce il primo, macroscopico, indicatore di squilibrio.

L’analisi per scaglioni di reddito rivela una concentrazione del carico fiscale ancora più marcata. I dati, al netto del Trattamento Integrativo dei Redditi (TIR), mostrano che i contribuenti con redditi fino a 15.000 euro, che rappresentano il 37,98% del totale, versano complessivamente solo l’1,19% dell’IRPEF totale. In questa fascia, l’imposta media annua per cittadino è estremamente bassa (16 euro per chi ha redditi fino a 7.500 euro e 214 euro per la fascia 7.500-15.000 euro), rendendo questi soggetti totalmente a carico della collettività.

I contribuenti con redditi fino a 29.000 euro costituiscono la grande maggioranza dei dichiaranti (72,59%), ma contribuiscono solo per il 23,13% del gettito totale. Tale importo è insufficiente a coprire i costi delle principali funzioni di welfare come sanità, assistenza e istruzione.

Il peso maggiore del sistema grava su una minoranza. Il 17,17% dei contribuenti, con redditi superiori a 35.000 euro, paga il 63,71% di tutta l’IRPEF. Addirittura, il 5,82% dei contribuenti (con redditi oltre 55.000 euro) sostiene il 40,31% del gettito.

Lo squilibrio non è un fenomeno casuale, ma il risultato di un complesso intreccio di norme fiscali, agevolazioni e dinamiche socio-economiche.

Il sistema fiscale italiano è caratterizzato da un vasto numero di deduzioni, detrazioni e bonus che, pur avendo finalità socialmente meritorie, erodono la base imponibile e alterano la progressività. Il rapporto menziona esplicitamente il Trattamento Integrativo (TIR), le detrazioni per carichi di famiglia (ora in gran parte sostituite dall’Assegno Unico Universale per i Figli – AUUF), le detrazioni per spese edilizie e la cosiddetta “no tax area” per pensionati e lavoratori dipendenti.

La Legge di Bilancio 2022 ha modificato la disciplina del TIR, limitandolo in generale ai redditi fino a 15.000 euro, ma ha contestualmente aumentato altre detrazioni, con un effetto di “travaso” che ha lasciato sostanzialmente invariato il carico fiscale per le fasce basse, a fronte di una spesa pubblica crescente.

Le recenti riforme dell’IRPEF, come quella introdotta per il 2024 e stabilizzata per gli anni a venire, hanno ridotto gli scaglioni da quattro a tre, accorpando i primi due in un unico scaglione fino a 28.000 euro con aliquota al 23%. Sebbene l’obiettivo sia ridurre la pressione fiscale, il rapporto suggerisce che tali interventi non risolvono il problema strutturale di una base imponibile troppo ristretta.

L’analisi per tipologia di contribuente offre ulteriori spunti di riflessione

I lavoratori dipendenti, definiti “fedeli contribuenti”, rappresentano la spina dorsale del gettito IRPEF, versando il 53,3% del totale. Tuttavia, anche al loro interno si riproduce lo squilibrio: il 33,32% con redditi fino a 15.000 euro, grazie al TIR, non versa imposte, mentre il 15,37% con redditi superiori a 35.000 euro si fa carico del 62,19% dell’IRPEF di categoria.

La categoria dei lavoratori autonomi presenta, invece, notevoli criticità. Una percentuale elevata (30,52%) dichiara redditi fino a 15.000 euro, versando solo l’1,14% dell’IRPEF di comparto. Il rapporto evidenzia come quasi la metà degli autonomi censiti dall’INPS non paghi tasse né contributi, spesso operando in un’area “sommersa” e sconosciuta al fisco, in assenza di meccanismi come il c.d. “contrasto di interessi”.

Anche tra i pensionati, il 36,50% dichiara redditi fino a 15.000 euro e versa solo il 4,28% dell’imposta di categoria, beneficiando ampiamente della “no tax area”.

In sintesi il monito

In sintesi, i dati dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali lanciano un monito inequivocabile: il sistema fiscale italiano, e di conseguenza il finanziamento del welfare, poggia su fondamenta fragili, sbilanciate e sostanzialmente. La concentrazione del carico fiscale su una minoranza di contribuenti non solo mette a rischio la tenuta finanziaria dei servizi pubblici essenziali, ma genera anche una percezione di iniquità che può minare la “fedeltà fiscale”.

Qualsiasi futura riforma fiscale, come quella delineata dalla legge delega n. 111/2023, non potrà limitarsi a un mero aggiustamento di aliquote e scaglioni. Sarà necessario un intervento strutturale volto ad ampliare la base imponibile, contrastando efficacemente l’evasione e l’elusione fiscale. Rivedere il sistema di deduzioni e detrazioni per garantirne l’efficacia e limitare l’erosione del gettito, come previsto dalla stessa legge delega.  Ridurre le disparità di trattamento fiscale tra diverse tipologie di reddito, per assicurare che a parità di capacità contributiva corrisponda un pari carico fiscale.

In definitiva, la sfida per il legislatore è quella di riequilibrare il sistema, facendo in modo che un numero maggiore di cittadini contribuisca in misura equa al sostentamento della collettività. Solo così sarà possibile garantire la sostenibilità a lungo termine di quel modello di stato sociale che costituisce un pilastro della nostra convivenza civile.

(foto: licenza pxhere – https://pxhere.com/it/photo/1061427)