Home MUSICAIL MAESTRO DEL LAGO - di Delfo Menicucci La speranza sempre presente in Giacomo Puccini

La speranza sempre presente in Giacomo Puccini

by Delfo Menicucci

Adesso, chi ha tutto il tempo a disposizione ascolti la musica di questo nostro genio meditando sul tema della speranza, che non deve mai abbandonarci

Sembra il momento meno opportuno per proporre la lettura di pensieri pucciniani, invece sono del medesimo avviso di S. Agostino di Ippona che ha lasciato a tutta l’umanità un messaggio vitale: «Il bello salverà il mondo». E quale musica può farlo, allora, se non quella di Puccini?

E sono altresì convinto che non sia un caso che il DO sovracuto (o DO di petto, se si preferisce) di Rodolfo, nella sua altana fredda e disadorna, mentre si racconta alla maliziosa Mimì, sia piazzato proprio sulla parola “speranza”. Non può essere un caso (il DO di petto è la nota più delicata per un tenore, non tutti ne sono dotati. Proprio per questo motivo Puccini l’ha scritto, sebbene come seconda opzione, su questa parola di “Che gelida manina” (come prima opzione scrisse invece una nota molto meno acuta, alla portata di tutti i tenori. Ma della storia del DO di petto e degli “oteco” diremo in altre occasioni).

Il tema cruciale delle situazioni quali quella che stiamo vivendo oggi, è senza ombra di dubbio la speranza. E la tesi che proprio la speranza sia il tema conduttore, il leitmotiv, il filo di coesione che compenetra e pervade tutta la drammaturgia pucciniana, è talmente evidente che non abbisogna di dimostrazioni.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per definire un panorama soddisfacente delle peculiarità musicali ed umane del nostro genio. Si è sovrascritto delle sue donne, delle sue vicende editoriali, delle tappe della sua affermazione, delle sue pretese con i librettisti, delle sue passioni, della sua incontentabilità, delle eroine cui ha dato vita (e morte), del basso spessore umano dei protagonisti maschili dei suoi capolavori. Sappiamo tante cose di tutte queste faccende, ma se ci soffermiamo un attimo ad analizzare i temi più importanti ai quali il Nostro non ha saputo rinunciare nemmeno per uno solo dei personaggi ai quali ha dato vita, possiamo tranquillamente affermare che la speranza e la nostalgia siano i due temi che più percorrono le sue opere liriche.

Forse perché sono indissolubili; forse perché è la nostalgia che genera la speranza. Forse.

Talor, dal mio forziere, ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli…. Ma il furto non m’accora, poiché v’ha preso stanza la speranza”.

Rodolfo rinuncia a tutti i suoi averi, in cambio del tener viva dentro di sé la speranza. Chi può dargli torto Proprio Rodolfo, insieme al rivoluzionario Cavaradossi di Tosca, è il protagonista maschile che più di ogni altro incarna il bisogno di speranza dell’umanità. Per contro, ogni eroina dei capolavori pucciniani è pervasa da quest’aura luminosa ed impalpabile, che comanda tutto quanto il nostro inconscio: la speranza. Cio Cio San è la personificazione dello sperare, forse anche della sua sublimazione:

Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo….”, cui fa seguito il celeberrimo “Coro a bocca chiusa”.

Di due, una: o questa scena è la più sublime pagina musicale ispirata alla nostalgia preceduta dalla speranza oppure speranza e nostalgia hanno eletto per proprio conto questa scena a loro colonna sonora.

Come spesso avviene nel mondo dell’arte, un capolavoro viene eletto in automatico a icona di un sentimento, di una condizione interiore. Si pensi a “Inno alla gioia” di Beethoven, eletto a furor di popolo quale Inno dell’Europa. Si pensi a “Guernica” di Picasso, divenuto icona del dolore provocato dalla guerra. Si pensi a Charlot, icona di tutto quanto il cinema muto, e così via.

Perfino la spietata Turandot, l’ultima creatura del Nostro, non è insensibile al tema:

Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. Sale, dispiega l’ale sulla nera, infinita umanità! Tutto il mondo l’invoca, tutto il mondo l’implora! Ma il fantasma sparisce con l’aurora per rinascere nel cuore! Ed ogni notte nasce ed ogni giorno muore!”.

Questo è il primo enigma che la principessa sottopone all’ignoto sfidante della cote, la cui risposta, com’è noto è “la speranza“. E se poi Turandot la frigida aggiunge: “…. Sì, la speranza che delude sempre!” lo fa per scoraggiare Calaf e solo dopo aver descritto poeticamente, nell’indovinello, cosa sia lo sperare che muove ogni desiderio, ogni ambizione, ogni passo verso il futuro di tutto il genere umano.

E Calaf non può rispondere che a tono: “Tu pure o principessa, nella tua fredda stanza, guardi le stelle che tremano d’amore e di speranza.” a voler confermare il bisogno irrinunciabile di tutta l’umanità a sperare.

Guaio pei frati, ma per noi speranza!” dice anche il furbo Gianni Schicchi, che spera in qualcosa di così materiale e di maledettamente terreno da fargli meritare l’Inferno dantesco.

Meglio di quello di Gianni Schicchi è allora il sentire del fratello di Manon, quel Lescaut al quale Puccini fa dire: “Mai la speranza il cor m’abbandonò.

E indiscutibilmente nobile è anche ciò che prova la Fidelia di Edgar, quando regala una perla di speranza a tutto il coro che, insieme a lei canta: “O fior del giorno, salve alba serena! Speranza ed esultanza!”.

Da Edgar a Turandot, la speranza è il tema principale di tutta la drammaturgia pucciniana. E non è un caso. Non può essere un caso. Non può essere inutile inquadrare il teatro pucciniano in quest’ottica. Specie nei frangenti come quello che stiamo vivendo. Adesso abbiamo tutto il tempo che non abbiamo mai avuto per farlo: ascoltiamo la musica di questo nostro genio meditando sul tema della speranza, che non deve mai abbandonarci.

Spero che troviate tanta speranza, entro le bellezze pucciniane che salveranno il mondo e noi.

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