La Strage ferroviaria di Viareggio senza il sindaco

di ALDO BELLI – Il 13° anniversario della strage simbolo di una città allo sbando tra nuovi padroni e vecchia indifferenza.

Amministrare una città è un lavoro difficile (vorrei dire una missione) e sbagliare rientra nella sua natura umana. Ciò che è accaduto nei giorni scorsi a Viareggio, tuttavia, è l’emblema di una città allo sbando: i familiari delle 32 vittime della strage ferroviaria del 2009 hanno categoricamente escluso dalla cerimonia della memoria (che si svolgerà il 29 giugno) il sindaco Giorgio Del Ghingaro e i suoi assessori. L’ultima goccia è stata versata sulla decisione dell’amministrazione comunale di rinunciare al processo come parte civile, preceduta da lettere dell’associazione delle vittime rimaste senza risposta. La ragione dei familiari per il loro insanabile dolore manifesta purtroppo qualcosa di ancora più tragico.

Esistono due soli modi di amministrare una città: con il cuore in mano o senza. Poiché senza cuore non c’è intelligenza produttiva che faccia progredire una comunità: non è sufficiente neppure asfaltare le strade se si sperde di vista chi su quelle strade cammina. Chi governa dovrebbe sentirsi, ogni giorno e in ogni circostanza, al servizio della propria comunità: la città non è un’azienda privata dove la bravura degli amministratori si misura dall’utile a fine anno. E’ impossibile governare bene una città senza condividere le sue ansie e le sue aspirazioni, ma soprattutto le sue incomprensioni e i luoghi dove il dolore, il disagio, batte più forte.

Un bravo sindaco non si distingue dai like ricevuti su Facebook, ma dal numero di persone con le quali parla per strada; non si distingue dalle fantasmagoriche foto hollywoodiane postate sui social, ma dalla sua capacità di ascoltare, prima di tutto chi mostra opinioni diverse; non si distingue dalla mascella volitiva che separa i buoni (i suoi amici) dai cattivi (tutti gli altri), ma dalla paziente disposizione a rammendare ogni strappo laddove batte il cuore dei suoi cittadini, perché ogni città è fatta di tanti spicchi eppure risulta vincente solo se sa essere una e per tutti: dialogante, solidale, cooperativa.

Dante collocò all’Inferno i seminatori di discordia, nelle Malebolge sono orrendamente mutilati da un diavolo armato di spada che li fa a pezzi come essi hanno creato ad arte lacerazioni in campo politico, religioso, sociale.

Il Gonfalone di una città è una reliquia laica che supera ogni stagione, le belle e le brutte, testimone dello scorrere del tempo e degli uomini e delle donne che nella sua storia hanno dato affinché non rimanesse macchiato o andasse perduto, come un testimone da consegnare ai propri figli. E’ triste leggere chi del dolore a Viareggio indossa le ceneri di un’immane tragedia, giungere a ripudiare colui al quale è stato affidato.

Dante, però, oltre ai ruffiani nell’VIII Cerchio dell’Inferno, non dimenticò neppure le anime di coloro che non si schierarono né dalla parte del bene né da quella del male, vivendo solo nel proprio tornaconto personale: senza i quali oggi Viareggio non sarebbe com’è. E’ difficile stabilire un ordine di gravità tra i seminatori di discordia, i ruffiani e gli ignavi: e il Sommo Poeta, difatti, li condanna tutti con uguale disprezzo.

Ai familiari delle vittime, a tutti coloro che nel silenzio senza la ricerca di like quella maledetta notte del 29 giugno 2009 e nei giorni seguenti si adoperarono per lenire le ferite, va la solidarietà e la gratitudine del nostro giornale.