di EDOARDO FERRAGINA Avvocato tributarista – La vera pressione fiscale in Italia: come i dati ufficiali e le tasse occulte influenzano l’economia del paese.
La politica economica italiana ha una costante, quasi una legge fisica, che è la difficoltà di ridurre in modo strutturale la pressione fiscale. Nonostante gli sforzi e gli sgravi annunciati, l’analisi dei dati ufficiali, come quelli elaborati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e dall’ISTAT, suggerisce che la promessa di una vera “liberazione fiscale” sia rimasta in gran parte sulla carta.
Quando si parla di pressione fiscale, il dato più citato è quello ufficiale, calcolato secondo gli standard europei: il rapporto tra entrate tributarie e contributive e il Prodotto Interno Lordo (PIL).
I documenti programmatici del Governo, come il Documento di Economia e Finanza (DEF) e il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), confermano una situazione di alta stabilità. Il dato definitivo del 2023 ha attestato la pressione fiscale al 42,5% del PIL, un livello elevato, sebbene inferiore al massimo storico del 43,4% registrato nel 2013. Le previsioni programmatiche, pur indicando una lieve discesa futura, mantengono l’asticella alta. Per il 2024 le stime attestano la pressione fiscale al 42,8%, mentre per il 2025 al 42,0%.
Queste cifre, tuttavia, non raccontano la storia intera. Alcune analisi, come quelle del Centro studi di Unimpresa, introducono il concetto di pressione fiscale “vera” o “reale”. Secondo questi calcoli, che includono nel gettito totale una quota di entrate pubbliche che il Governo per convenzione tralascia (circa 95 miliardi l’anno), il carico per famiglie e imprese si mantiene stabilmente oltre il 47%, sfiorando il 48% del PIL fino al 2028.
Questo scarto metodologico di quasi cinque punti percentuali è cruciale: mentre l’indicatore ufficiale rassicura i mercati sul rispetto dei parametri contabili europei, il gettito fiscale complessivo in termini assoluti è in costante aumento, stimato per superare i 1.155 miliardi di euro nel 2028.
Cosa ha fatto il Governo per dare seguito alla promessa di riduzione? Gli interventi principali sono stati due e si sono concentrati sui redditi medio-bassi. In particolare, è stato disposto il taglio del cuneo fiscale contributivo, in modo da alleggerire il carico contributivo per i lavoratori dipendenti, oltre a modificare la struttura dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF) che è stata ridotta da quattro a tre scaglioni, accorpando i primi due e applicando l’aliquota del 23% per i redditi fino a 28.000 euro (prima si fermava a 15.000 euro).
Queste manovre combinano un effetto di sgravio stimato in circa 18 miliardi di euro annui.
Ma, come spesso accade, questi tagli sono stati compensati da nuovi prelievi e dalla rimodulazione di agevolazioni. È stato ripristinato il riallineamento delle accise sui carburanti, garantendo un gettito aggiuntivo.
La Legge di Bilancio 2026 si propone di introdurre un aumento dell’aliquota IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) di due punti percentuali per il triennio 2026-2028 per gli enti creditizi e assicurativi, con l’obiettivo di generare un contributo complessivo di 10 miliardi di euro in tre anni.
In sintesi, i tagli sono stati redistributivi (a favore dei redditi bassi e medi) piuttosto che strutturali (una riduzione netta del carico complessivo).
Il vero protagonista silenzioso in questo panorama è il drenaggio fiscale (fiscal drag), spesso definito la tassa occulta. Questo meccanismo permette allo Stato di aumentare le entrate senza alzare formalmente le aliquote.
In sintesi, quando l’inflazione fa aumentare i prezzi (e di conseguenza, spesso, anche gli stipendi nominali), un lavoratore può superare le soglie di reddito per accedere a bonus o, peggio, finire nello scaglione IRPEF successivo, con aliquote più alte. Il risultato è che il cittadino paga più tasse.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’organismo tecnico che valuta la finanza pubblica, ha evidenziato in modo cruciale l’efficacia di questa “tassa occulta”.
Secondo le simulazioni effettuate, anche con l’accorpamento degli scaglioni e il taglio del cuneo, il beneficio netto per i contribuenti è sensibilmente minore rispetto all’ammontare lordo delle riforme, perché gran parte degli sgravi viene erosa dal drenaggio fiscale.
Per le fasce di reddito non coperte dalla decontribuzione (ad esempio, gli autonomi o i redditi medio-alti), è stato calcolato che gli effetti del drenaggio fiscale sono risultati più rilevanti dei benefici derivanti dalla sola riforma IRPEF. Più in particolare, per un’inflazione ipotizzata di soli due punti percentuali, l’aumento di prelievo associato al drenaggio fiscale è stato stimato in circa 370 milioni di euro nel passaggio tra il regime fiscale 2022 e quello 2025.
In definitiva, sebbene le manovre abbiano alleggerito in modo mirato alcune buste paga, il Governo ha di fatto lasciato che l’inflazione, attraverso il drenaggio fiscale, finanziasse in parte le riforme e migliorasse i conti pubblici (riducendo l’indebitamento netto). Senza un meccanismo strutturale per adeguare costantemente gli scaglioni fiscali all’inflazione, l’obiettivo di “meno tasse per tutti” rischia di rimanere intrappolato in un gioco di specchi contabili.
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Edoardo Ferragina è Avvocato tributarista.
