LA CULTURA, TACCUINO - di Antonio Carollo

La Versilia di Piero Bigongiari, dagli anni Trenta

Al Gran Caffè Margherita di Viareggio con la moglie Elena, gli incontri lucchesi di Sala Ademollo a Palazzo ducale

Piero Bigongiari fa parte, con Mario Luzi e Alessandro Parronchi,  della triade di poeti che dagli anni trenta in poi contrassegnarono la grande stagione letteraria di Firenze. Lo ricordo come uno dei protagonisti del programma “Scrittori nelle scuole”, attuato, nell’anno scolastico 1985-86 negli istituti medi superiori di Viareggio, e negli anni 1986-87, 1987-88 negli altri istituti della provincia, da me organizzato, d’intesa con il provveditore agli Studi, per la lungimiranza degli amministratori del Comune e della Provincia, che come al solito mi lasciavano fare.

Molti viareggini, ho davanti agli occhi la scena, si ricorderanno di questa figura maestosa, solare, direi “rinascimentale” di artista mentre pranzava  con la moglie Elena al Gran Caffè Margherita, e i lucchesi negli incontri di Sala Ademollo del Palazzo ducale sui temi della letteratura e della società alla fine di ciascun ciclo d’interventi di poeti e narratori nelle scuole. In  Versilia era di casa. Alloggiava d’estate, immancabilmente, dagli anni trenta alla sua scomparsa, alla pensione Villa Elena di Forte dei Marmi, non lontano da quel Quarto Platano del Caffè Roma, che anche lui frequentò, cenacolo di poeti, scrittori, critici, artisti, per ricordarne qualcuno: Montale, Longhi, Ungaretti, Pea, Moravia, Pasolini.

Forte dei Marmi, le radici

Nel libro “Visibile invisibile” così scrive: “Qui a Forte dei Marmi ritrovo alle radici quello che altrove diventa per me un atto di fede, un atto da ricordare … qui riconsegno l’anima alla Gran Madre… il disegno delle Apuane che dimettono i loro colori sanguigni o biancastri per assumere un’intonazione di un uniforme celeste…”

Mia roccia…

Bigongiari inscrive sui materiali la sua cifra originale, vi accende il suo cammino pulsionale tra vibrazioni, scoppi, voli, cadute. “Non so se ho costruito con la roccia / una sorgente o con l’acqua del mare / ho scavato il deserto che mi inoltra / fino a te che non mi puoi dissetare”. Mia roccia / quanto iddio ne ha sottratto”.

Il poeta ha sete di sapere: “Il visibile è il reale, l’invisibile è la verità”. La poesia è il continuo tentativo di allargare il reale, attraverso il suo segno grafico e semantico. Ma è una ricerca mai appagata. La vita, l’arte è “una carne bianchissima” che fiorisce nel deserto, ma è anche un pianto oscuro che ricama lo “scialle dell’amore”.