Trieste, 15 maggio 2026. “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, al Teatro Rossetti è la prima sensazione che risucchia il tempo a ritroso. Due ordini di gallerie scendono sul corridoio laterale con una successione di archi e parapetti, la luce delle appliques teatrali lungo tutto il ventaglio irradiano un velo di luce, non hanno l’effetto abbagliante dei grandi lampadari centrali dei teatri lirici più fastosi, diffondono una luce calda, morbida. Poi alzi lo sguardo, la grande cupola emisferica è un grande cielo che raccoglie sotto di sé platea, palchi e gallerie in un unico spazio continuo: quando le luci si abbassano, la cupola si trasforma in una volta notturna costellata di stelle lucenti. Un misto di eleganza austera, malinconia e mondanità discreta.
L’impatto dell’anteprima italiana del “Il Principe d’Egitto” ritorna al futuro: Adelaide Ristori, Ermete Zacconi, Novelli e Ruggero Ruggeri, James Joice, non scompaiono con il buio che annuncia l’inizio dello spettacolo, fantasmi in disparte assistono alla magia che solo il teatro è in grado di offrire: nell’atmosfera del teatro eclettico di tradizione austro-mitteleuropea, irrompe la potenza musicale del musical, musicalmente potente quanto l’energia che trasmette il giovane cast (oltre quaranta performers). La trama è semplice: la storia di Mosè. Andiamo per ordine.
Il cast. Daniela Pobega (regina Tuya), Matilde Guidotti (Nefertari) impeccabili, come Gipeto (faraone Seti/Jethro), Fabrizio Corucci (Hotep), Renato Tognocchi (Aronne). Riccardo Maccaferri (Mosè) è padrone assoluto del ruolo, i suoi 35 anni scivolano via nel passaggio dalla gioventù alla folta barba del liberatore degli schiavi, in pendant con un Lorenzo Tognocchi (Ramses) che conferma il talento di cantante-attore. Giulia Sol (Tziporrah) è come la brezza del deserto, un vento secco, leggero, quasi vellutato, una voce che non scuote ma accarezza. Michelle Perera (Yocheved/Miriam) è un fenomeno della natura, confesso: mi sono innamorato, una tempesta di sabbia che cancella tutto, il suono della sua voce possiede l’accento che sale dalla gola profonda di Harlem. L’ensemble: Rocco Di Donato (attore, cantante e performer), Lorenzo Maria Giambattista (già apprezzato in “Anastasia” e “Houdini The Impossible Man”), Lazaro Perez (ballerino diplomato alla Scuola nazionale di Ballet a Cuba e docente accademico di danza classica) sono un valore aggiunto che scioglie l’alchimia di teatro danza canto e recitazione, nel magnetismo emotivo del musical (Marta Melchiorre, danza e movimenti coreografici).
Il musical è basato sul film d’animazione della DreamWorks. Tre premi Oscar, e record di botteghino. Musica e parole (regia e scenografie) di Stephen Schwartz (autore delle colonne sonore di Pocahontas, Il Gobbo di Notre Dame e Wicked): con “When You Believe” (il brano principale del lungometraggio cantato in duetto da Whitney Houston e Mariah Carey, oltre 10 milioni di copie vendute nel mondo) ha vinto l’Academy Award for Best Original Song, l’Oscar per la migliore canzone originale.
Tutto questo potrebbe fare pensare ad un successo scontato dell’edizione italiana con la regia di Federico Bellone, testo di Philip LaZebnik: tutt’altro. Citare, adattare, ripetere, riproporre, include sempre il rischio del confronto. Non era scontato il successo, il pubblico del Teatro Rossetti, un pubblico tutt’altro che ingenuo, viene avvolto dall’emozione. Un mio vecchio amico e maestro mi ha insegnato che il successo deriva quando ti rendi conto di avere reso gli spettatori felici. Al Rossetti è così.
LaZebnik vinse nel 1998, come migliore sceneggiatura d’animazione, l’Annie Award per la sceneggiatura di “Mulan”; Bellone (regista teatrale, scenografo, drammaturgo, compositore e produttore esecutivo) è un classico esempio dei giovani talenti italiani acclamati in ogni parte del mondo. La sensazione, comunque, è quella di uno spettacolo riuscito grazie ad un team creativo azzeccato: Paolo Carta (luci e effetti speciali), Valerio Tiberi (disegno luci), Poti Martin (disegno fonico), hanno reso fedelmente la cornice nella quale il Teatro esprime la propria originalità esorbitando dal luogo comune della sua decadenza provocata dalla tecnologia ormai invadente le arti audiovisive. La serata al Teatro Rossetti, con i suoi ritmi di luce e lo sconfinamento degli attori in platea, conferma il contrario: la maggioranza del pubblico non aveva i capelli bianchi. Significherà pure qualcosa.
Il presidente del Rossetti, Francesco Mario Ganbassi, è stato coraggioso ad aprire il Teatro per allestire il musical, rendendo sicuramente tutto più facile: c’è li la coerenza con l’anima stessa del teatro, non per caso chiamato Politeama (adatto cioè a ospitare diversi tipi di spettacolo, compreso quello musicale). Torniamo così al ritorno al futuro. Oltre alla bellezza, alle emozioni, c’è, dunque, una morale: il Teatro Rossetti è un esempio che mi auguro sia seguito nei grandi teatri italiani.
“Il Principe d’Egitto” è un pezzo di Hollywood sbarcato in Italia. La musica è quella del kolossal cinematografico, adattata da chi con la musica ha avuto la confidenza che non ha bisogno del clamore mediatico, l’ho incontrato e non pronuncio il nome solo perché non sono autorizzato. La produzione dello spettacolo è di Broadway Italia, al cui vertice sta Luca Montebugnoli, un’eccellenza italiana che ha trasformato in oro qualsiasi cosa abbia toccato. Una gioia, per me, che Massimo Fregnani sia l’alter ego prescelto dagli Stati Uniti per questa avventura italiana.
Aldo Belli giornalista.
