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Le donne vittime di violenza nei conflitti bellici

di ALDO LASAGNA – Una lunga storia segnata dagli istinti peggiori del genere umano, e anche dall’indifferenza dell’opinione pubblica.

Vi sono alcun date, che meriterebbero un ben più ampio risalto, per ciò che rappresentano nella memoria collettiva ed una di queste e’ la giornata Internazionale per la memoria delle vittime delle violenze sessuali in guerra. Istituita dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 2015, si è celebrata anche quest’anno il 19 giugno: è il giorno in cui fu emanata una risoluzione ad hoc dall’Assemblea dell’Onu come solenne monito per l’Umanità contro le pratiche disumane che hanno segnato la storia dei conflitti bellici e per sensibilizzare l’opinione pubblica e la coscienza civile su quello che, purtroppo, è continuato in guerre sanguinose a noi recenti e dimenticate.

La storia di questo brutale volto della guerra è radicata nella storia stessa del genere umano, seppure attenuata nel corso del tempo dagli albori del Diritto Internazionale moderno, ovvero delle ‘Umane genti’: con la volontà, e il tentativo, di regolamentare almeno gli aspetti più inutilmente deteriori dello stato di guerra. Contro l’idea delle violenze contro le donne considerate una prassi connaturata alla concezione abominevole e primitiva degli spregi inferti alle donne, ‘prede’ o bottino di guerre di conquista. Ma non solo. Del resto, nella letteratura antica si fa risalire ad un evento come il ‘Ratto’ delle donne Sabine, un episodio costitutivo della Civilta’ Antica.

E’ solo dopo la prima guerra mondiale, con le vicende degli stupri commessi sui vari fronti bellici dagli eserciti contendenti – segnatamente ad opera delle truppe Austro-Germaniche – che i settori più avveduti dell’opinione pubblica Internazionale iniziarono ad interrogarsi in maniera inquietante sulle numerose denunce pubbliche. I resoconti dell’epoca narrano di innumerevoli violenze commesse dagli eserciti invasori Austro-Tedeschi ai danni delle popolazioni del Belgio e della Francia, e una fonte – seppure non scevra da contenuti di propaganda – tratteggiò un’Immagine divenuta poi celebre per la cronachistica bellica: quella dello’ Stupro del Belgio’.

Sul territorio italiano ci vollero parecchi anni per rievocare ufficialmente il dramma subito dalle donne friulane, pure Venete, molte delle quali di ambiente contadino, che dopo la ritirata di Caporetto e durante lo stato di occupazione militare Austro-Tedesco, subirono violenze ad opera delle “Soldatesche Nemiche” come venivano definite nei documenti ufficiali. Non mancarono neppure le violenze consumate ai danni di giovani donne ricoverate negli ospedali, durante la terribile pandemia della Spagnola, che falcidiò la popolazione nella fase terminale della Grande guerra: violenze in cui si distinsero per la brutalità e l’efferatezza i reparti militari di origine ungherese.

Ulteriore aspetto straziante del dramma storico vissuto dalle povere vittime, alcune perfino giovanissime e talune in eta’ di bambine, furono i casi di gravidanza indesiderata e la necessità di accudire i cosiddetti ‘Figli della vergogna” che spesso vennero affidati ad istituti o a luoghi di cura dove crebbero infelici ed ignari della loro vera progenie.

La situazione di quelle sventurate terre, per altro, conobbe un parziale miglioramento solo quando il controllo pressoché integrale passò all’ Esercito Austriaco.

Da notare che tali racconti, spesso erano velati da ritrosie e reticenze per la concezione patriarcale e arcaica dei tempi, che considerava tali episodi, atti di mero disonore o semplicemente oltraggio alla ‘Morale femminile’ come si evince dagli atti di una Commissione d’Inchiesta delle Autorita’ Amministrative, terminato il conflitto.

I comportamenti serbati dai militari degli Eserciti Imperiali verso la popolazione civile dei paesi aggrediti, suscitarono un’ondata di indignazione nella coscienza civile e nell’opinione pubblica, che ebbe come conseguenza la creazione di un vasto movimento di sostegno alle ragioni delle vittime, la nascita di organizzazioni per raccogliere fondi e di circoli animati da intenti filantropici e proto-femministi. Eppure, nonostante tutto questo attivismo ed una feconda circolazione di idee in favore dell’emancipazione femminile, le risposte fornite dal Diritto Internazionale – che si stava, appunto, formando nella coscienza e negli studi degli insigni giuristi dell’epoca – risultarono del tutto generiche e inconcludenti, limitandosi per lo più all’emanazione di risoluzioni per lo più ispirate a vecchie Convenzioni ancora vigenti e a fonti consuetudinarie del Diritto tra le genti: in sostanza, impegnavano gli stati belligeranti alla tutela del “rispetto” delle donne nei conflitti, o addirittura alla salvaguardia dei codice d’onore degli eserciti belligeranti, residuando ben pochi casi di condanne di tribunali civili o militari nei confronti di soldati o superiori per violenze commesse sul fronte di guerra ai danni della popolazione femminile.

Durante il conflitto mondiale successivo, le violenze di ogni tipo commesse sulle donne si ripeterono in grande numero, eppure allo storico processo di Norimberga, a guerra terminata, nei confronti dei gerarchi nazisti, pur accusato di crimini contro l’umanità, il tema degli stupri o delle violenze di guerra fu praticamente inevaso: probabilmente, perché introdurre un simile tema avrebbe scatenato le ire dei Giurati e dei Procuratori Sovietici, ben consci della condotta del loro esercito che nel cammino di avvicinamento verso Berlino e durante l’occupazione del suolo Tedesco, si era macchiato di una serie impressionante di violenze e di brutalità nei confronti delle donne tedesche.

Un capitolo a parte merita la denuncia dei tanti, tantissimi e ben documentati da fonti storiche e giuridiche, episodi di violenza inaudita di cui si resero responsabili in talune parti del nostro paese, nell’Alto Lazio e nel Centro-Sud, i tristemente noti ‘Goumiers’ appartenenti al corpo di spedizione militare proveniente dal Nord Africa, per lo più di origine marocchina, alle dirette dipendenze dell’esercito della Francia libera comandato dal generale Juin, pure lui di origine marocchina: in un proclama rivolto ai combattenti e ritratto anche nel racconto di Moravia e nella celeberrima trasposizione cinematografica che ne derivò, “La Ciociara”, pare avesse incitato ad ogni atto di lussuria e di voluttà, non risparmiando le donne che avessero incontrato sul loro cammino; oltre le linee del fronte vittorioso, i suoi uomini avrebbero trovato “Donne dalla carnagione bianca ed once di vino…” secondo le parole attribuite al generale Juin, che lui smentì quando a più riprese fu rimproverato per i terribili atti compiuti dai suoi sottoposti.

Per comprendere il terrore che la calata dei reparti provenienti dal Nord-Africa stava provocando tra la popolazione civile, dopo lo sfondamento del fronte a Cassino, destando preoccupazione e sdegno tra gli stessi Alleati, occorre sottolineare che il Papa stesso intervenne personalmente affinché quei reparti non sfilassero nella Roma liberata, all’ingresso delle truppe Alleate.

Dagli atti giudiziari dell’epoca risultano numerose sentenze di condanna nei confronti degli autori di tali efferatezze, ad opera di tribunali militari, alcuni dei quali puniti con sentenza capitale.

Solo parecchi decenni più tardi, specificamente nel corso degli anni ’90, si assiste finalmente ad una decisa, risoluta azione al contempo politica e legale, da parte dei grandi organismi giudiziari e della stessa comunità internazionale, per annoverare la violenza sulle donne nelle aree di guerra tra gli atti criminosi più efferati, riconoscendo lo stupro quale atto che lede la stessa persona umana in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, in sintonia con la scelta oramai crescente e progressiva di numerose legislazioni nazionali.

La svolta, se cosi si può dire, avvenne per effetto delle pagine scritte nel corso del conflitto interno che insanguinò il territorio dell’Ex Jugoslavia, con la scoperta di veri e propri ‘Campi dello stupro’ dove le milizie in conflitto, per le diversità etniche e religiose, condussero una vera e propria prassi di violenze nei confronti di migliaia e migliaia di donne della parte avversa, così che fu coniata la tristemente nota espressione di ‘Pulizia etnica’; mentre da parte di alcune autrici impegnate, comparve la definizione di stupro quale nuova “arma di guerra”. Non fu certo da meno l’orrore vissuto in Ruanda dove nel 1994 – quindi, all’incirca nello stesso periodo – l’odio tra le opposte comunità degli Hutsi e dei Tutsi, provocò un vero e proprio genocidio con la morte di circa un milione di persone.

A causa di tali terribili eventi, nacquero in epoca immediatamente successiva, su iniziativa del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un Tribunale speciale Internazionale, per indagare e condannare i responsabili dei crimini commessi durante la guerra nell’Ex-Jugoslavia ed il Tribunale Penale Internazionale per i fatti del Ruanda

Vi è da dire, comunque, che lungo questo difficile, complicato percorso, perdurato decenni, per bandire dalla moderna coscienza civile ogni tipo di offesa o violenza inferta in tempo di guerra sul corpo della donna, un atto fondamentale fu l’approvazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale: che all’art. 7 menziona finalmente tra i Crimini contro l’Umanità non solo lo stupro, ma pure la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza e la sterilizzazione coatta’ ed altre forme di umiliazione e di violenza di sesso di gravità comparabile.