CULTURA, SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

Le verità dimenticate sulla scuola e Odisseo tra i lotofagi

di MASSIMO GARGIULO – Il grande tema è la riapertura: pochi si interrogano sulle ragioni del riattivare la didattica in presenza

Il quotidiano La verità titolava il 29 Agosto: “Mancheranno 400.000” insegnanti. Nella stessa settimana poteva capitare piuttosto spesso di leggere o ascoltare pezzi relativi ai corsi di recupero e al loro pagamento, oppure al rifiuto da parte degli insegnanti di sottoporsi al test sierologico, o alla valanga di richieste di esonero. Insomma, assistiamo a un protagonismo della scuola nel dibattito pubblico come raramente si è visto. Ciò vale anche per l’interesse da parte del mondo della politica, che in più di un caso è all’origine di ciò che poi si manifesta nei media e nei social. Potrebbe stupire che in alcuni casi i protagonisti delle dichiarazioni, o dei titoli come nel caso de La verità, appartengano a orientamenti che storicamente hanno sempre tenuto posizioni molto critiche nei confronti del pubblico impiego, non rivendicando certo investimenti tali da colmare la mancanza lì denunciata. Questo mi induce a un paio di riflessioni di fondo. La prima è che ciò può avvenire perché, nella realtà, non sempre si parla effettivamente di scuola. Il grande tema è la riapertura: pochi si interrogano sulle ragioni profonde del riattivare la didattica in presenza, vale a dire sul sistema istruzione nel suo complesso; molti inseriscono la ripresa delle scuole nel contenitore più generale della ripartenza del paese, all’interno del quale è la legittima necessità delle famiglie di poter riprendere le proprie attività mentre i figli tornano nelle aule; altri ancora ne fanno un tema di propaganda politica, di attacco a una ministra e a un governo incapaci di garantire questo servizio fondamentale. Tale impasto, che rende la materia così confusa, riguarda anche le atre questioni a cui accennavo, come i corsi di recupero, i test, o le richieste di esonero dal servizio, i quali, di nuovo, costituiscono elementi importanti, ma più legati al funzionamento che non a un’idea complessiva di scuola. La seconda riflessione nasce poi dal vero tema di interesse pubblico connesso a questi argomenti, che si esprime sia negli articoli che, forse in maniera più diretta, nei commenti che li corredano: la volontà degli insegnanti di mantenere i loro privilegi, tanto più odiosa perché in un periodo di crisi come quello prodotto dal covid. Vogliono essere pagati per i corsi di recupero, dopo aver terminato i famigerati tre mesi di vacanze, rifiutano di sottoporsi ai test e sono pronti a sfruttare le maglie troppo generose dei contratti per starsene a casa aggiungendo ai tre di vacanza, i nove mesi di scuola. Un anno di perfetta beatitudine.

Questo insieme di sollecitazioni, senza che io riuscissi a controllare il disturbo che ne veniva, si è riversato pochi giorni fa sulla mia mente intenta a seguire uno spettacolo in cui un’attrice ripercorreva le vicende di Odisseo. Non mi spiegavo perché avessi partorito l’orrendo mostro che nasce dalla fusione dei versi divini di Omero con le parole del direttore Belpietro, ma ora so che ciò è avvenuto tra i lotofagi.

Di questi si parla nel libro IX dell’Odissea e costituiscono una delle tante tappe del viaggio di Odisseo. La loro caratteristica era di mangiare di questo fiore, il loto appunto, che produceva dimenticanza, tanto che i compagni che l’eroe aveva mandato in avanscoperta, essendosene nutriti, avevano rimosso dal loro cuore l’idea del ritorno a Itaca, costringendolo a legarli sulla nave.

Ciò che si legge e ascolta in questi giorni mi pare mosso da un’analoga attitudine; senza l’intenzione di scrivere l’ennesima difesa di una categoria di cui si possono senz’altro riconoscere i limiti, vorrei però rilegare almeno questi fatti all’albero della correttezza di informazione. Partiamo dall’assenza di insegnanti. Mi rendo conto che è ora di iniziare a mutare il lessico: da dentro la scuola diciamo che questa situazione è dovuta ai tagli, ma questo termine si rivela inefficace a descrivere la realtà. Esso dà un’idea di nettezza da una tantum, come se, una volta effettuato, magari dolorosamente, avesse però il pregio di aver chiuso la questione. Invece per la scuola è più calzante il termine risparmio. Il taglio in effetti nell’istruzione non si realizza da sé, ma ha bisogno di alcuni meccanismi che gli diano compimento; dal momento che la grande maggioranza della spesa è per il personale, è lì che occorre agire. Nei tempi recenti l’azione più efficace da questo punto di vista è stata quella della Ministra Gelmini, che nel 2008 programmava una riduzione di spesa di circa 8 miliardi attraverso riduzione delle ore, aumento del numero di alunni per classe, eliminazione delle ore non di cattedra che gli insegnanti avevano a disposizione per il funzionamento della scuola, eliminazione degli esoneri orari a funzioni come la vicepresidenza. Il risultato immediato era l’espulsione di migliaia di precari formati e abilitati, che insegnavano ormai da anni. In tal modo i tagli si sono mutati in misure di risparmio strutturale. Chi oggi dai banchi o dai giornali dell’opposizione attacca le politiche scolastiche e denuncia la mancanza di docenti, dimentica quanto fatto in quella stagione quando era al governo o lo sosteneva. Ma hanno mangiato loto anche le attuali forze di maggioranza. Nessuno infatti tra quanti sono venuti dopo i risparmi gelminiani ha messo mano ad alcuno di quei provvedimenti. Renzi ha barattato un certo numero di assunzioni con una riforma tutta incentrata sull’idea che deve esserci uno solo a decidere, scegliere, comandare, in forte contrasto con la dimensione inevitabilmente collegiale della scuola. Per il resto, i vari governi hanno assegnato il Ministero dell’istruzione a figure prive di un’attitudine progettuale di ampio respiro. Tutti hanno dimenticato di definire un percorso per la formazione e la selezione degli insegnanti. Si continuano a succedere riformulazioni che moltiplicano le categorie di precari e la conflittualità tra queste. Nessuno ha posto mano alla soluzione del problema che 200.000 incarichi all’anno sono a tempo, assegnati a personale non assunto. E i precari non devono dimenticare a loro volta chi c’è dietro quelle forze che ora propongono loro il proprio sostegno. Di nuovo per descriverle ci soccorre Omero, con l’immagine delle sirene nel libro XII: “Chi ignaro approdi da esse e ne ascolti la voce…le sirene col canto armonioso lo seducono, adagiate sul prato. Ma intorno c’è un gran mucchio d’ossa di uomini in putrefazione, attorno alle quali la pelle si consuma”. 

Fiore di loto deve aver assaggiato poi chi si sdegna perché i prof, dopo le loro lunghissime vacanze, a cui secondo alcuni si potrebbero aggiungere i mesi di lockdown, chiedono la retribuzione dei cosiddetti corsi di recupero. Anche qui la verità è dimenticata. La ministra Azzolina, al solo scopo di auto-propaganda, aveva iniziato nei mesi scorsi una battaglia contro il 6 politico, inutile perché nessuno lo chiedeva e perché si trattava di una rivendicazione appartenente a tutt’altro contesto storico. Il problema vero, rimosso, era come valutare con la DAD, senza reali strumenti di verifica, né la garanzia che tutti gli studenti vi avessero uguale accesso. Di fronte all’eccezionalità si è deciso correttamente di sospendere le bocciature, ma la ricerca di una serietà solo apparente ha introdotto i cosiddetti PAI, segnalazione agli studenti del mancato raggiungimento degli obiettivi previsti, recuperabili nell’anno che sta per iniziare. Con il lavoro dei docenti la Ministra garantisce a questi alunni percorsi di recupero che ogni scuola avrebbe organizzato in autonomia. Gli anni precedenti tali attività erano garantite, ma pagate con fondi appositi, sempre più sottili, agli insegnanti che volontariamente si prestassero. I prof quindi non stanno chiedendo che vengano pagati i corsi, ma che non venga tolto loro il pagamento previsto sin dalla istituzione ai tempi di Fioroni. È piuttosto diverso e diventa ancor più comprensibile se si riflette sulla paga base dei docenti, che li porta spesso alla ricerca di misure di integrazione del loro stipendio.

Dimenticanza vi è anche a proposito delle richieste di esonero dal servizio. Avevo scritto in un articolo precedente del non eroismo degli insegnanti, rei di fuggire dall’Esame di Stato, che si è voluto svolgere in presenza. Ma le commissioni si sono formate e gli esami svolti, e si era a giugno. Il lavoro dei docenti è considerato, dal punto di vista della sicurezza, a rischio basso. Ottenere l’esonero significa avere requisiti previsti dalla legge, passando dalla certificazione da parte di un medico. Se anche si volesse prolungare in massa il soggiorno domestico, lo si otterrebbe soltanto se in conformità al dettato legislativo. Piuttosto i lotofagi nostrani dovrebbero riflettere su cosa comporti lavorare in un luogo in cui vi sono mediamente quasi mille persone tutte insieme ogni giorno, sull’età media del corpo docente, sul fatto che spesso con il covid il timore non è per se stessi, ma per situazioni di fragilità che si possono avere a casa. Il tema è non vedere un diritto come fosse un privilegio, e sanzionare l’eventuale abuso.

Se infine è vero che un terzo dei docenti ha rifiutato la possibilità, cui accedere volontariamente, dei test sierologici, allora in questo caso, ad avviso di chi scrive, la dimenticanza è nostra e non ne comprendo le ragioni. La verifica delle proprie condizioni di salute, la cui libertà deve rimanere sacrosanta, è tuttavia un elemento di conoscenza importante in un contesto in cui il proprio si mescola così facilmente con l’altrui, come avviene per la possibilità di contagio.

Veramente ricominciare l’anno questa volta può essere paragonato a un viaggio per mare, pieno di incognite. Dal porto effettivamente vediamo ciò che il governo ha dimenticato, la possibilità di un’inversione di rotta netta rispetto al navigare a vista degli ultimi decenni. Salirà a bordo qualche collega in più, che verrà presto congedato al cambiamento delle condizioni, senza alcun salvagente. Le imbarcazioni sono per lo più rabberciate. I banchi singoli dei rematori arriveranno tardi. Ci saranno anche prof stanchi e demotivati, che non ricordano più perché sono lì.

Ma, dovendo scegliere a chi non affidarsi, non c’è dubbio. I mangiatori di loto raccontano e dimenticano, non sono credibili; le sirene succhieranno la carne del consenso elettorale e lasceranno per strada solo scheletri.    

(foto: Monar_CGI_Artis – licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/matita-matita-di-legno-educazione-1486278/ )