Home IL MAESTRO DEL LAGO - di Delfo Menicucci L’epoca dell’opera lirica è finita? (di Delfo Menicucci)

L’epoca dell’opera lirica è finita? (di Delfo Menicucci)

by Delfo Menicucci

Sono stato testimone, pochi giorni fa, di un episodio che mi ha fatto riflettere, mi trovavo in Cina per lavoro

I tempi cambiano, le cose quotidiane cambiano, le mode cambiano e passano anche loro. Cambiano i ritmi della vita, i tempi di realizzazione delle opere umane, le stagioni del caldo e del freddo. Cambiano gli strumenti dell’uomo, le suppellettili, gli oggetti utili. Cambiano le parole sul dizionario e cambia anche l’arte.

Ho già scritto della mia personale idea di questa manifestazione dell’ingegno/genio umano: l’Arte, che nemmeno grazie alla più sapiente delle volontà e neppure grazie alla più geniale delle dialettiche, si lascia traslare dalla categoria di concetti diafani a quella del concreto. Scrivere di arte è scrivere del nulla e del tutto, ma non serve a niente perché poi, l’arte, ha la capacità di liberarsi, di divincolarsi da ogni definizione, da ogni regola, da ogni etichetta entro la quale la si volesse costringere. L’arte, così come il Bello, è concetto divino. 

Si possono tuttavia ricercare alcuni aspetti che parrebbero avere valenza universale, uno dei quali riguarda “il momento” in cui il “manufatto” viene battezzato: “opera d’arte”. Su questo argomento è possibile dare il via ad una serie di ipotesi condivisibili. Io appartengo al novero di quelli che sostengono a) che il manufatto nasca prima del suo inquadramento nella categoria di arte o, meglio ancora, di artistico, b) che nessun ingegno umano si metta all’opera sicuro di produrre un oggetto d’arte, pur avendone tutte le intenzioni.

L’opera nasce quindi prima dell’arte, altrimenti sarebbe lecita anche la definizione: “arte d’opera”. Nel nostro caso si sa che è nato prima l’uovo della gallina. Già la parola “arte” è nata come definizione di un manufatto artigianale già esistente e riconoscibilmente bello, forse per distinguere manufatti artistici, belli ma “non strettamente necessari” da manufatti geniali perché “indispensabili” (oggi la parola “Design” ci viene in soccorso per evidenziare questa differenza). Il “manufatto esistente” è dunque il concreto. L’appellativo di “artistico” gli viene consegnato a posteriori, da individui estranei alla produzione del manufatto stesso.

Ma secondo quali criteri? Un quadro è opera d’arte e la foto che lo raffigura invece no?

Secondo quali regole? Un quadro è opera d’arte quando è dentro una cornice altrimenti no? Secondo quali norme? Un quadro è opera d’arte se dipinto con certe tecniche altrimenti no? Secondo quali tradizioni? Un quadro è opera d’arte se raffigura soggetti della tradizione pittorica di un Paese e se no non lo è? Secondo quali caratteristiche? Un quadro è opera d’arte se contiene un messaggio altrimenti non lo è? Secondo quali parametri? Un quadro è opera d’arte se viene dipinto di notte e se viene dipinto di giorno non ha alcun valore? Secondo quali precedenti? Un quadro è opera d’arte se è prodotto da un artista già noto e riconosciuto, altrimenti no? Secondo quali fini? Un quadro è opera d’arte se entra a far parte di una collezione o di un museo altrimenti non è opera d’arte? Secondo quali condizioni? Un quadro è opera d’arte se viene commissionato altrimenti no; se viene prodotto per necessità del pittore, se viene regalato ad un estimatore, se viene venduto a un sacco di soldi, se viene battuto all’asta? Secondo quali epoche? Un quadro è opera d’arte solo se viene considerato tale per 100, 200, 2000 anni? Secondo quale utilizzo? Un quadro è opera d’arte solo quando viene appeso ad una parete? Solo se vince un concorso di pittura? Solo se raffigura soggetti sacri? Solo se lo dice un critico d’arte? Solo se…. Non è facile dare una regola fissa ed universale a queste questioni.

In Cina… Un foglio di carta, il suo valore commerciale mi hanno riferito, è equivalente al valore di “due barche”

Sono stato testimone, pochi giorni fa, di un episodio che mi ha fatto riflettere non poco su questo tema. Già, perché nella precedente lista dei “Secondo quale….” manca un dato: secondo quale luogo? Trovandomi in Cina per lavoro, sono stato invitato ad una cena di rappresentanza dal presidente dell’università che mi aveva invitato a tenere una Masterclass. Alla cena erano presenti alcune autorità ed alcuni personaggi della cultura della città di Nanchino, uno dei quali ha estratto da una cartella una grande busta da lettere e, avvicinandosi al presidente dell’università, glie l’ha offerta in omaggio aggiungendo la spiegazione (le sue parole mi sono state tradotte in seguito dal mio interprete) del contenuto della grande busta.

Il presidente si è alzato in piedi davanti a quello che solo dopo io ho capito essere un omaggio da parte di quel musicista importante e, con religiosità insolita per un uomo che riveste come lui certi ruoli in Cina, ha ordinato di aprire la busta con la massima cautela. Ne è uscito un gran foglio di carta di riso ripiegato più volte. Due persone lo hanno aperto e lo hanno mostrato al presidente dell’università. Era una pittura stupenda di un soggetto tradizionale cinese: pesci rossi e gialli che si godono l’ombra di alcuni fiori e di alcune foglie di loto in uno stagno. Io sono rimasto a bocca aperta alla vista di quella pittura, ma solo per pochi istanti perché, appena finite le spiegazioni del donatore, il foglio di due metri per ottanta è stato riposto con delicatezza inusuale nella busta e consegnato al presidente. Ho chiesto che mi fosse tradotto il contenuto del colloquio e questo è quanto mi è stato raccontato: quel disegno era molto prezioso perché era stato realizzato dalla pittrice ufficiale del presidente della Repubblica Popolare Cinese, il quale regala ad ogni capo di stato in visita a Pechino una pittura della signora Wang Junong. La cosa particolare di cui sono venuto a conoscenza è che quel gran foglio di carta di riso non poteva essere esposto in cornice perché in breve tempo i colori sarebbero irrimediabilmente sbiaditi. Quella, dunque, era una pittura da tenere piegata nella sua busta e mostrata occasionalmente solo alle persone di riguardo. Il suo valore commerciale in Cina, mi hanno riferito, è equivalente al valore di “due barche”.

Ora: quanto costano due barche cinesi? Questo è il primo quesito di basso livello. A seguire: quanto costerebbe questo manufatto in Italia? Ma, spingendoci oltre le cose terrene: può definirsi “opera d’arte” una pittura che non potrà mai essere esposta? È “opera d’arte” un dipinto che deve restare piegato e messo in cassaforte? Se io volessi incorniciare la foto di quel dipinto avrei incorniciato un’opera d’arte o no? Come tutto lascia intendere, i confini fra ciò che può essere definito e ciò che è impossibile definire, sono fin troppo sbiaditi. Magari un gallerista occidentale per una pittura di quel genere ti offre in cambio due remi, invece di due barche. Chissà.

L’epoca della musica lirica è finita?

Ecco che anche il “dove” ha un peso considerevole nella definizione di “opera d’arte”.

Giacomo Puccini. Lui scriveva opere liriche su commissione, come tutti i suoi predecessori. Scriveva opere liriche per guadagnarsi da vivere. Scriveva opere d’arte per mestiere. Esiste oggi un compositore che scriva opere liriche per mestiere? No! Esiste oggi un committente che chieda un’opera lirica per il suo teatro? No! È dunque finita l’epoca dell’opera lirica? Sì. Senza ombra di dubbio.

L’opera lirica di oggi è un museo dove si vanno ad ascoltare opere d’arte musicale che nessuno più scrive. Oggi il MUSICAL ha sostituito l’opera lirica, la quale da tempo non è più l’opera lirica come è stata pensata da Puccini, ma è uno spettacolo lirico che utilizza il microfono. Questa protesi sonora, come lo chiamo io, falsa tutti i valori dell’opera lirica, non solo le voci che con l’amplificazione diventano false, manipolate elettronicamente, innaturali. Purtroppo l’amplificazione falsa tutto il progetto “opera lirica”. Tanto per intenderci: se Puccini avesse avuto l’opportunità di scrivere musica microfonabile avrebbe sicuramente scritto musica diversa da quella che ha scritto. Un trio rock microfonato fa più baccano che cento orchestre pucciniane che suonano simultaneamente ma, per chi non lo sapesse, ogni strumento legge su un pentagramma, allora un conto è scrivere per 3 pentagrammi, un altro per 36 strumenti che suonano simultaneamente come ha fatto Puccini, il quale avrebbe scritto 300 opere liriche con le stesse note che servono ad un trio rock!

Oltretutto, fino ad una trentina di anni fa non esisteva l’amplificazione delle voci, quindi non tutti i cantanti lirici potevano cantare tutte quante le opere liriche. Per una Floria Tosca, per una Cio Cio San, per una principessa Turandot, servivano voci particolari, voci che avessero uno spessore fuori dal comune nelle note basse perché, a differenza di Verdi, che creava un tappeto sonoro ridotto ai minimi termini nei momenti in cui spingeva in basso la voce del cantante (proprio nella zona dove la voce umana è più debole), Puccini faceva suonare una sessantina di strumenti mentre obbligava il cantante in questa zona debole della sua gamma. La differenza tra una voce pucciniana ed una verdiana, prima del microfono, era calcolata sulle note basse del/della cantante. Ergo: la voce che è in grado di cantare Cio Cio San può facilmente cantare anche Leonora de Il Trovatore, ma non è detto che l’opposto funzioni: dipende se le note basse del Soprano riescono a sovrastare 60 strumenti in teatro, oppure no. Col microfono tutti questi valori sono totalmente falsati.

Anche la sapienza del direttore d’orchestra poteva essere valutata dalla capacità di bilanciare i volumi sonori dell’orchestra con i volumi sonori del palcoscenico. Il coro, prima del microfono, non poteva cantare a voce spiegata quando dialogava con la voce solista, tanto per fare un esempio. Il teatro doveva essere costruito principalmente in legno e non in materiali fonoassorbenti, doveva avere quelle date forme per esaltare gli armonici della voce e degli strumenti e via dicendo.

Oggi, col microfono, anche i cantanti più sfiatati possono cantare Puccini molto meglio delle voci grandi e ricche di una volta, perché si possono permettere tutte le finezze che ai cantanti di una volta erano negate dalla spasmodica ricerca della teatralità della voce. Il microfono ha eliminato il problema che i cantanti lirici della mia generazione chiamavano “far correre la voce”.  Esiste anche una data precisa che segna l’inizio di questo scempio: l’invenzione del microfono a goccia da parte di un ingegnere giapponese che lo sperimentò con grande successo sotto la parrucca di un tenorino italiano il quale, da quel giorno, divenne il tenore più famoso del mondo. E questa è storia! Senza contare, in ultimo, che se io vado a teatro, faccio la fila e pago il biglietto per ascoltare lo stesso risultato sonoro di un CD, scelgo sicuramente di comprarmi il CD e lo ascolto spaparazzato sul mio divano senza che nessuno mi disturbi.

La fotografia non ha sostituito la pittura ma gli si è sovrapposta nella sfera delle arti visive, invece il Musical ha sostituito del tutto l’opera lirica, anche per il fatto che spesso la musica di accompagnamento è pre-registrata ed elimina i pesantissimi costi dell’orchestra dal vivo e tutte le altre faccende di cui ho detto in precedenza.

Sarebbe meraviglioso che i teatri nostrani iniziassero invece a pubblicizzare che i palcoscenici non sono amplificati, tipo un marchio DOC. Per conto mio sarebbe un segnale importante del rispetto per l’Arte di Giacomo Puccini e compagni, oltre ad essere una cifra impagabile di etica professionale. Il Festival dedicato a Puccini ha avuto l’opportunità di compiere questo atto morale al momento in cui si è deciso di costruire un nuovo teatro. Nessuno ha colto il significato del rispetto che a Puccini è dovuto. E così sia. Andateci voi ad ascoltare musica siliconata come il seno di certe soubrettine. Puccini merita rispetto.

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