Home CULTURA Libertà per i prigionieri politici, ad un anno dal referendum in Catalogna

Libertà per i prigionieri politici, ad un anno dal referendum in Catalogna

by Franco M. Allegretti

Il 1° ottobre è stato l’anniversario del Referendum indetto dal Parlamento Catalano e la questione dell’indipendenza di una regione e ancora oggetto di forte discusisione.
Chi ha visitato Barcellona recentemente, non può non avere notato come l’intera città sia ancora attraversata e divisa sul tema dell’indipendenza della Catalunya. Palazzi interi con la bandiera della Repubblica Catalana, bandiere contro gli arresti,  e moltissimi fiocchi gialli. Al di là di cosa ognuno di noi può ritenere giusto, fa sempre impressione pensare che oggi, nell’Europa democratica ci siano persone detenute o costrette all’esilio per le loro idee. E’ come fare un balzo indietro di secoli. Pensare che vi siano materie escluse dalla logica democratica è solo la dimostrazione di una profonda immaturità della democrazia stessa. Ma questo in questa Europa non deve meravigliare, anche perché alcune cariche (come quella di Draghi) non si sa bene chi le elegge.

Puigdemont e gli altri membri del Parlamento Catalano sono accusati di ribellione, sedizione e malversazione per l’organizzazione del Referendum sull’indipendenza della Catalogna, giudicato illegale dal governo e dalla magistratura spagnola,
Ora se il Governo e la magistratura spagnola ritengono il Referendum illegale e quindi inesistente, siamo difronte ad un referendum (in Italia diremmo) consultivo: e quindi privo di qualsiasi effetto paratico. Per cui, si perseguitano esponenti politici solo per le loro idee, e questo è un vero crimine.
L’art 2 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (Assemblea Generale dell’ONU del 1948 ) sancisce che “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.” L’art.9: “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”. E soprattutto l’art 19: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Il 9 luglio 2018, (anche a seguito del cambio di governo) si sono incontrati il nuovo premier spagnolo – il socialista Pedro Sánchez – e il presidente catalano – l’indipendentista Quim Torra -. Hanno deciso di riattivare le commissioni bilaterali stato-governo catalano sospese nel 2011. Lunedì 10 Settembre 2018, si è tenuta a Barcellona una manifestazione di oltre un milione di persone. E’ quindi necessario che si arrivi al più presto al ripristino delle garanzie costituzionali di espressione e di libertà di pensiero. Ma la questione vera, è se una regione di una nazione facente parte dell’Unione Europea può o meno dichiarare l’indipendenza. Vorrei solo ricordare che al Parlamento della Cecoslovacchia cooperarono per la formazione della legge di divisione: il 1º gennaio 1993 furono fondate pacificamente e simultaneamente la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Come si può vedere, l’Europa ha già dato dimostrazione di soluzioni intelligenti e sulle quali nessuno ha avuto da obiettare. L’esistenza dell’Europa, è il contenitore giusto perché millenarie diffidenze possano essere ricomposte e per aumentare il grado di libertà dei popoli.

Questo argomento può trovare nella sinistra nostrana delle enormi difficoltà. Come alcuni dei miei più cari compagni mi hanno già manifestato.
“Noi rivendichiamo questo, non indipendentemente dalla nostra lotta per il socialismo, ma perché quest’ultima lotta resta una parola vuota se non è legata indissolubilmente all’impostazione rivoluzionaria di tutte le questioni democratiche, compresa quella nazionale. Noi esigiamo la libertà di autodeterminazione, cioè l’indipendenza, cioè la libertà di separazione delle nazioni oppresse, non perché sogniamo il frazionamento economico o l’ideale dei piccoli Stati, ma, viceversa, perché desideriamo dei grandi Stati e l’avvicinamento, persino la fusione, tra le nazioni su una base veramente democratica, veramente internazionalista, inconcepibile senza la libertà di separazione. Come Marx nel 1869 chiedeva la separazione dell’Irlanda non per il frazionamento, ma per un’ulteriore libera unione tra l’Irlanda e l’Inghilterra, non per ‘giustizia verso l’Irlanda’ ma in nome degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato inglese, così anche noi consideriamo la rinuncia dei socialisti della Russia alla rivendicazione della libertà di autodeterminazione delle nazioni nel senso da noi indicato, come un aperto tradimento della democrazia, dell’internazionalismo e del socialismo”. Lenin, ottobre 1915, vol.21 Opere Complete.

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