IL VASO DI PANDORA - di Beatrice Bardelli

GRAZIA MADDALONI “Con gli occhi di Santina” romanzo

Allo scoccare della mezzanotte del 19 settembre 1958, tutte le 567 case chiuse rimaste operative in Italia con le loro 2.705 prostitute ed un’offerta di 3.353 posti letto,  chiusero per sempre i battenti…

Allo scoccare della mezzanotte del 19 settembre 1958, tutte le 567 case chiuse rimaste operative in Italia con le loro 2705 prostitute ed un’offerta di 3353 posti letto,  chiusero per sempre i battenti. Il mattino dopo, il 20 settembre, la senatrice Lina Merlin fu immortalata nell’atto di spalancare le persiane di una casa chiusa. Era entrata in vigore la sua legge, la famosa Legge Merlin, già approvata al Senato nell’autunno del ’49 e rimasta nel dimenticatoio parlamentare per circa un decennio prima di essere approvata alla Camera il 20 febbraio del ’58. Quello stesso giorno Santina, la protagonista del bel romanzo di Grazia Maddaloni “Con gli occhi di Santina. Una giovane nel circuito delle case di tolleranza” (Carmignani Editore, pagg. 167, € 14,00), “andò a prelevare i suoi bambini all’istituto di Lecce e si trasferì con loro presso la sua famiglia di origine, nelle campagne attorno a Otranto”. “Con gli occhi di Santina” è la storia di una giovane ragazza pugliese che, rimasta incinta, viene ripudiata dalla famiglia e si vede costretta, nel 1956, a prostituirsi per mantenere i suoi due gemelli. Il romanzo si snoda intorno all’esperienza di prostituta di Santina nei due anni che precedettero la chiusura, per legge, dei bordelli di Stato contro i quali si era battuta per anni Lina Merlin, una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente e prima donna ad essere eletta al Senato nelle fila del PSI. Era stata lei a voler inserire la parola “sesso” nell’art. 3 della Costituzione che sancisce la pari dignità di tutti i cittadini davanti alla legge, senza alcuna distinzione, e che, perciò, esclude ogni fenomeno di soggezione in cui erano tenute le prostitute. Era stata sempre lei, nel 1955, a far abolire l’ignominioso marchio “figlio di N.N.” (ovvero nomennescio= non conosco il nome-del padre) che bollava chi era figlio di padre ignoto.  

L’autrice ritrae, con dovizia di particolari e precisi riferimenti storici, la vita quotidiana di Santina e delle compagne di mestiere, nelle varie “case di piacere” d’Italia (Bologna, Roma, Firenze, Pisa, Palermo, Manfredonia…), scandita dalle rigide regole delle maitresses, ingorde affariste del sesso a pagamento, che, di fatto, tenevano prigioniere le ragazze nei bordelli. Pochissima libertà, tre turni per dodici ore al giorno di “lavoro orizzontale”, cronometrato da un preciso tariffario delle prestazioni (la “sveltina” o “semplice” era la più economica), molti obblighi da rispettare, in primis tutti i giochi erotici richiesti dai clienti che andavano sempre soddisfatti come quello “con l’anatra o con l’oca” in cui, nel momento dell’estasi del cliente la ragazza, novella schiava, “decapitava il povero pennuto”. Un romanzo a più voci, coinvolgente, da ascoltare mentre scorrono le pagine. Un romanzo che fa entrare il lettore in quel mondo “chiuso” di fantasie erotiche che ancora oggi molti anziani ricordano con nostalgia. Un romanzo (prefazione dell’avvocata Maria Pia Lessi) che lascia libero spazio alle fantasie ed alle emozioni personali guidandole in un percorso di consapevolezza senza mai dare giudizi diretti. Il giudizio lo darà la storia, anche quella personale di Santina che visse quel giorno, il 20 settembre 1958, come la sua festa della Liberazione. Di seguito l’intervista all’autrice.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo sulla vita nei “bordelli” a due anni dall’entrata in vigore della Legge Merlin?

L’argomento non mi aveva mai entusiasmato ma un giorno, per caso, ho trovato un libro “Au bord de l’eau” che parlava della prostituzione in Francia ed a Napoli, dall’antichità ad oggi. Già il titolo fu illuminante, da lì nasce la parola “bordello” che anticamente doveva trovarsi vicino ad una fonte d’acqua per motivi di igiene. Mi incuriosii, entrai nell’argomento, comprai altri libri e un giorno, ero dal parrucchiere, mi venne l’ispirazione di scrivere la storia di una ragazza anni Cinquanta che viene cacciata dalla famiglia perché incinta e per mantenere i due gemelli va a fare la vita. Mi sembrava verosimile una storia di questo tipo in quegli anni e in un meridione dove la mentalità della famiglia e del gruppo sociale ben rispecchiava l’obbligatorietà per una ragazza rifiutata dal fidanzato codardo perché incinta di fare una scelta di questo tipo. Ho scritto le prime pagine poi il romanzo ha preso forma da sé….C’era da descrivere l’ambiente, le maitresses. Ho cominciato a comprare libri sull’argomento, fotografie francesi delle ragazze, cartoline artistiche perché mi interessava descrivere accuratamente l’ambientazione, il mobilio, l’arredamento.

Il romanzo ruota intorno alla vicenda di Santina ma di fatto è un romanzo storico sul periodo in cui in Italia le “case di tolleranza” prosperavano. Inoltre il tuo romanzo, più che un testo da leggere è un testo da ascoltare perché hai scelto di far parlare in prima persona sia Santina che le sue amiche di mestiere.

Mi sono affezionata a Santina, mi sentivo ispirata da questo personaggio, era come se mi chiamasse per andare a scrivere la sua storia e quella delle altre ragazze che incontra nei vari bordelli d’Italia dove era obbligata a trasferirsi dopo la famosa “quindicina”, il tempo massimo di permanenza nello stesso bordello concesso allora ad una prostituta. Per questo ho messo in bocca a lei ed alle altre sue compagne di sventura quello che potevano vivere all’interno delle cosiddette “botteghe di Venere” insieme a tante informazioni storiche. Ad esempio che tutte le ragazze che allora si prostituivano erano di umilissime origini, per lo più analfabete e tutte povere disgraziate buttate in mezzo alla strada dalla famiglia perché incinta ma anche vedove di guerra con figli da mantenere. E che alcune di loro arrivavano al suicidio per liberarsi dalla prigionia del mestiere. Oppure che in Italia, nel 1956, due anni prima dell’entrata in vigore della Legge Merlin, c’erano più di 600 case chiuse contro le 1.400 della Francia dove, nella sola Parigi, i casini erano 190 con ben 1.500 “prigioniere della tolleranza”.

Nel romanzo insisti molto sulla umiliazione delle donne costrette a fare le prostitute dal bisogno e dalla miseria. Tu non le giudichi mai anzi dai loro la possibilità narrativa di emergere come persone vere quando si ritrovano insieme a cena a farsi le confidenze prima di ritornare a fare le “orizzontali”. Perché questo titolo “Con gli occhi di Santina”?

Premesso che non so se sia verosimile che avessero questo tempo di farsi le confidenze e soprattutto se avessero la coscienza della loro situazione, ho voluto dare questo titolo perché il libro è in effetti il diario che Santina comincia a scrivere nella casa di tolleranza descrivendo quello che vede con i suoi occhi e quello che sente con le sue orecchie. E’ una presa di contatto con se stessa per sentirsi comunque viva dentro quelle mura dove non filtrava mai la luce del sole e si era costrette a soddisfare le voglie dei clienti, dai trenta ai quaranta al giorno, per dodici ore, mattina, pomeriggio e sera fino all’una di notte, sempre cordiali e servizievoli per soddisfarli in tutto. Perché, come dice Madame Flora, la maitresse della prima casa di piacere dove Santina arriva, a Bologna, “Lui è il tuo padrone e tu la sua schiava”. Attraverso questo diario che Santina scrive dal 1956 al 1958, avverrà quel processo che la porterà ad una specie di presa di coscienza di sé.

Tuttavia indirettamente dai un giudizio negativo sulle cosiddette “case chiuse”. E’ questo il tuo messaggio a chi oggi propone di riaprirle?

Certamente era aberrante lì come fare la prostituta fuori, sulla strada, dove forse è anche peggio. Certamente sono cambiati i tempi. Se all’epoca poteva avere un alone di, diciamo, “romanticismo” per gli avventori e per tutto l’insieme dell’organizzazione, oggi, ad esempio in Germania, è considerato un lavoro come un altro ed esistono addirittura, come testimonia una ex prostituta di Dublino in un articolo che ho letto su il manifesto online, palazzoni dove possono entrare fino a mille uomini per volta. Va considerato, inoltre, che oggi, per la strada è la criminalità che gestisce tutto il traffico della tratta che costringe le ragazze a prostituirsi perché minacciano le loro famiglie di origine. Ma se il, chiamiamolo, fenomeno della prostituzione, oggi, rapportato ai tempi, è molto peggiore di quando funzionavano le case chiuse, il vissuto personale di una prostituta è identico ed è fatto di mortificazioni e di svilimento della persona. 

Come ti sei documentata per raccontare nei dettagli la vita nei “casini” degli anni Cinquanta con le loro regole, il loro tariffario, la scansione quotidiana della vita delle ragazze?

Prima di iniziare a scrivere il libro ho comprato molti libri tanto che, in casa, ho un intero reparto della libreria dedicato all’argomento, poi, tramite la Biblioteca comunale di Pisa mi sono fatta arrivare i libri che non erano più in commercio ed ho consultato online molti testi di documentazione storica. Solo per citare alcuni titoli di testi da cui ho tratto importanti informazioni, vale la pena ricordare “Memorie di una maitresse americana” di Nell Kimball (Gli Adelphi, VI ediz. 2008), “Addio Wanda!” (Longanesi, 1956) di Indro Montanelli,  “Madama Sitrì che vergogna” (Belforte Editore Libraio, 1982) del giornalista livornese Aldo Santini, “Bordelli e casotti milanesi” (Meravigli Edizioni, 2017) di Luigi Inzaghi, “Il romanzo della città” (Edizioni ETS, 2013) del giornalista pisano Renzo Castelli, “Quando le persiane erano chiuse” (Arnoldo Mondadori Editore, 1988) di Guido Vergani, “Camerati, in camera!” (Mursia, 2003) di Maria Padiglione, “Au bord de l’eau” di Cynthia Rich e Paolo Izzo e, soprattutto, le “Lettere dalle case chiuse”, a cura di Lina Merlin e Carla Barberis del 1955 delle Edizioni Avanti!, ripubblicato nell’ottobre 2018, a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, con il titolo “Cara senatrice Merlin”.

Spesso usi parole in dialetto pugliese, terra di origine di Santina, e riporti anche in modo dettagliato espressioni che venivano usate nelle cosiddette “case di piacere” come “flanellisti”, “sottomarini”, “ciceri”. Come e dove le hai trovate?

Ho chiesto ad un mio amico pugliese, un mio ex compagno del Liceo artistico di Lucca, di dirmi come si dicevano certe frasi, certe parole. La scelta di Otranto, terra di origine di Santina, mi è venuta su ispirazione, non so perché ho pensato alla Puglia ma una volta deciso, mi sono documentata sulla storia e la geografia del luogo per non dire imprecisioni. La terminologia delle “botteghe di Venere” le ho desunte dai vari testi che ho letto sull’argomento così come anche i nomi delle ragazze, Wanda, Gilda, Lola, Iris. Ma le loro personalità sono esclusivamente frutto della mia fantasia. Quella che mi è più cara è Fanny, la più anziana del gruppo, che rimane incinta nei bordelli e che per tre volte è costretta a “buttare giù un marmocchio”. A loro faccio raccontare come si svolgeva la vita nei bordelli nelle varie città d’Italia come a Torino, durante il fascismo, come racconta Odette, quando Mussolini impose di far tirare su intorno alle case chiuse i cosiddetti “muri del pudore”, pareti alte almeno dieci metri, anche se poi le adunate del regime si concludevano sempre là dentro.


Cos’è il “piacere” per Santina e quale immaginario erotico suscitavano negli uomini allora, ed in molti casi ancora oggi, le “case chiuse”?

Il piacere per le ragazze non c’entrava per niente. Santina ce lo dice a pag. 77: “Noi povere ragazze abbiamo appena il tempo di stenderci sopra il letto, aprire le gambe ed essere sbatacchiate da un uomo, lavarci, ricomporci, e via un altro”. Per gli uomini di allora era diverso perché non era solo un luogo dove andare a scopare era una specie di bar dove si andava in compagnia, non sempre si consumava ma si soddisfaceva il piacere degli occhi vedendo ragazze giovani, belle, truccate, pulite, profumate, eleganti e seminude. Chi vedeva le cosce di una donna all’epoca? Diventavano matti! E poi tanti studenti ci hanno preparato la tesi di laurea perché il posto era caldo e le maitresses chiudevano un occhio così anche per i militari che non avevano soldi e non sapevano dove andare. Allora, la prima esperienza sessuale avveniva nel casino e le professioniste sapevano come fare. La “prima volta” era un evento sociale ma anche da sposati erano le mogli che preparavano, lavavano e vestivano i loro mariti sapendo che andavano al casino. Così si sollazzavano e a casa le lasciavano in pace….

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Grazia Maddaloni. Nata a Conegliano (Tv) nel 1956, a cinque anni si trasferisce con la famiglia in Israele, poi in Turchia e poi in Francia a seguito del padre che lavorava presso il Consolato Italiano. Tornata in Italia nel ’68, si stabilì definitivamente a Pisa nel ’72. Oggi, sposata con due figli, preferisce fare la casalinga e la madre per avere tempo da dedicare alla sua grande passione, la scrittura, che pratica fin da piccola con poesie e racconti. E’ stata la prematura morte dell’amato fratello, Salvatore, che l’ha spinta, otto anni fa, a realizzare in sua memoria, insieme all’altro fratello, Claudio, il volume “Il gusto della vita” pubblicato nel 2011 da Edizioni Thyrus. Ha partecipato a molti concorsi letterari, ricevendo sempre consenso dalla critica e numerose Segnalazioni, Menzioni d’Onore e pubblicazioni di liriche in varie Antologie. Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di racconti “Tra i sassi una perla” con la Carmignani Editrice di Staffoli (Pisa) che ha vinto il Premio Speciale al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Dal Golfo dei Poeti Shelley e Byron…” (La Spezia). Nello stesso anno ha vinto il Premio Letterario “I diritti e le diritte” (Pisa). Nel 2019 ha pubblicato con Carmignani Editrice il romanzo “Con gli occhi di Santina” e, recentemente, ha partecipato al Pisa Book Festival con l’antologia scritta a più mani di “P come Padre. Lettere di donne ai propri padri”, edito sempre dalla casa editrice di Micol Carmignani, nella collana “Scrivere donna”.

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