Helen Dunmore "L'assedio"
LIBRI E AUTORI, LIBRI e AUTORI - a cura di Ester Marinai

LIBRI – Helen Dunmore “L’assedio”

di ESTER MARINAI – Un romanzo, l’assedio di Leningrado attraverso gli occhi di una famiglia che lotta per la sopravvivenza.

Un romanzo che fornisce un quadro completo e realistico del secondo assedio più lungo e tremendo della storia attraverso gli occhi di una famiglia che lotta strenuamente per la sopravvivenza nella Leningrado del 1941.

Dopo il successo sfolgorante de Il cavaliere d’inverno (2000) di Paullina Simons, l’assedio di Leningrado torna nuovamente sotto i riflettori con The Siege ( L’assedio ) della scrittrice inglese Helen Dunmore, pubblicato nel 2001.

Giugno 1941. L’esercito nazista procede indefettibilmente alla volta della Russia. Il 22 giugno ha inizio l’Operazione Barbarossa. Le intenzioni di Hitler non possono essere più chiare: invadere l’Unione Sovietica per sradicare una volta per tutte la minaccia del bolscevismo, di cui la città di Leningrado (oggi San Pietroburgo) secondo il Mein Kampf sarebbe uno dei bastioni e, dunque, uno tra i bersagli principali dell’operazione militare.

Michail Levin è uno scrittore di Leningrado, espulso dall’Unione degli scrittori sovietici, il quale, di fronte all’imminente avanzata dell’esercito nazista, viene mandato al fronte insieme ad altri volontari. A seguito di una grave ferita alla spalla, conosce il giovane studente di medicina Andrej, che si prenderà cura di lui e, dopo l’ospedalizzazione di Michail a Leningrado, deciderà di andare a consegnare il diario che l’uomo aveva iniziato alla sua famiglia. È così che incontra Anna, la figlia di Michail, la quale lavora in una scuola dell’infanzia ed è pure una disegnatrice talentuosa anche se manca di preparazione. Tra i due c’è sin da subito una certa intesa e finiscono per innamorarsi perdutamente l’uno dell’altra. Nel frattempo, Michail riallaccia i rapporti con Marina Petrovna, ex attrice e sua vecchia fiamma, che dalla sua casa di campagna si trasferisce nella Kommunalka dove abitano i Levin.

Possiamo, perciò, affermare che il romanzo poggia su una struttura a quattro personaggi, per certi versi un richiamo ai romanzi ottocenteschi. Per di più, se si presta attenzione ai nomi dei personaggi principali, il richiamo a Guerra e Pace di Lev Tolstoj è inevitabile: ritroviamo in questo romanzo, per l’appunto, i nomi di personaggi come il principe Andrej Bolkonskij, il Comandante Supremo Michail Illarionovič Kutuzov, la signora dell’alta società Anna Pavlovna Scherer e il moscovita Nikolaj Rostov, che darà il proprio nome al personaggio di Kolya, fratello minore di Anna.

Insomma, di certo questo non è il contesto storico ideale per fare da sfondo alle due storie d’amore su cui è stata costruita la trama. Ma il peggio deve ancora arrivare.

8 settembre 1941. A Leningrado viene ufficialmente proclamato lo stato d’assedio. L’inclemente inverno russo è alle porte e, una volta giunto, inizierà a falcidiare spietatamente la popolazione di Leningrado; i nazisti bombarderanno incessantemente le vie di accesso alla città, rendendo sempre più difficile l’arrivo di viveri e beni essenziali; le razioni di cibo diminuiranno sempre più e non potranno più soddisfare il fabbisogno calorico necessario per sopravvivere a un inverno tanto rigido.

I Levin, assieme a Marina e Andrej, si ritroveranno così nel bel mezzo del secondo assedio più lungo della storia dopo quello di Sarajevo e anche uno tra i più duri in assoluto, le cui perdite civili sono stimate tra le 800.00 e il milione di unità.

Dovranno fare i conti non solo con la povertà, ma anche con le terribili conseguenze della fame e del freddo, un connubio a dir poco fatale: magrezza estrema, spossatezza fisica e psicologica, invecchiamento, apatia, sonnolenza, amnesia, follia, ecc.

Grazie alle sue vivide descrizioni, sembra quasi di veder prendere vita la figura del dochodjaga (доходяга), termine gergale che in russo significa letteralmente “giunto in fondo” e che veniva spesso utilizzato per riferirsi ai prigionieri dei gulag sovietici in uno stato di deperimento tale da essere sul punto di morire.

Dunmore dimostra, pertanto, una capacità notevole nel presentarci gli effetti fisici e psicologici dell’inedia, nonché l’innescarsi di istinti animaleschi e primordiali.

Descrive, infatti, come l’istinto di sopravvivenza riesca a scatenare un’aggressività senza precedenti, che può, in alcuni casi, sfociare nella criminalità.

I morsi della fame sempre più violenti e il freddo sempre più pungente non lasciano intravedere altro che nubi di tempesta e un orizzonte deprimente e desolante. Da esso, tuttavia, qualche spiraglio di luce riesce ad emergere: la fiamma della speranza, per quanto debole e vacillante, continua a confortare gli animi affranti, l’amore si consolida e la solidarietà fra familiari e amici non sempre viene meno.

Anna, ad esempio, passa giornate in cerca di legna per riscaldare le loro due stanze e a ritirare le razioni di “pane” a loro dovute, riuscendo a superare la stanchezza e il freddo per amore di un padre ormai malato e un fratellino affamato e debole nel pieno della crescita. Evgenia, amica della giovane, è un personaggio secondario, eppure assurge a modello morale positivo, in quanto aiuterà Anna a procurarsi una stufetta e le regalerà addirittura un po’ della propria legna.

Bisogna inoltre dire che la gente, non ritrovando nessuna certezza passata in un presente del tutto amorfo e imprevedibile, arriva a capire quanto tutto ciò che la vita offriva loro in precedenza e che davano per scontato fosse in realtà fondamentale: il respiro di un caro, il cibo sulle tavole, la legna per scaldarsi e l’acqua per lavarsi, ad esempio, acquisiscono un valore inestimabile che prima non veniva riconosciuto.

Riescono, quindi, a capire cosa veramente è essenziale e perché ne sarebbero dovuti essere grati alla vita.

Con tutto ciò, l’autrice ci vuole trasmettere un messaggio, ovvero che in un clima di morte e distruzione come questo, ecco che la vita in qualche modo riesce lo stesso a trionfare.

Quel che questo libro ha di buono da offrire è il fatto che non si incentri esclusivamente sui personaggi con cui abbiamo preso confidenza sin dall’inizio. In alcuni punti, il suo modo di scrivere può essere quasi paragonato alla caméra-stylo (cinepresa-penna) tipica della Nouvelle Vague, movimento cinematografico nato in Francia nel secondo dopoguerra. Il termine venne coniato da Alexandre Astruc che paragonò l’uso della cinepresa a quello di una penna stilografica, ovvero mobile e leggero. Anche in questo caso, talvolta si ha l’impressione che la penna dell’autrice, proprio come una cinepresa, si sia soffermata brevemente su particolari e persone apparentemente insignificanti allo svolgimento della storia e che ne abbia preso subito nota, dandone una forma appena accennata: una donna che attinge l’acqua contaminata della Neva, un’anziana distesa sul letto sotto un cumulo di coperte aspettando la morte, un uomo che su una slitta trasporta un cadavere, le pile di cadaveri lungo il fiume Neva, le voci di cannibalismo e di distruzione totale della città da parte dei “rossi” stessi per non lasciarla cadere in mano al nemico. Sembra quasi che l’obiettivo della cinepresa vada a zoomare su un particolare del tutto casuale per poi allontanarsi e passare ad altro.

Altre volte a cambiare è il punto di vista stesso della narrazione: da un lato, l’autrice ci lascia penetrare nella sfera privata della vita passata, dei sentimenti e dei pensieri dei personaggi principali, in particolare di Anna e Marina, oppure descrive momenti che solo uno di loro vive; dall’altro, va a spostare del tutto l’attenzione su altre persone che non hanno niente a che fare – o quasi – con i Levin, come ad esempio il giovane alla guida di un autocarro col cibo destinato agli abitanti della città, oppure l’uomo incaricato di aumentare oppure ridurre le razioni di cibo in base al tasso di mortalità – ovviamente, approssimativo -, decisione non affatto semplice da prendere da un punto di vista etico e storicamente determinante. Solo in questo modo riesce a fornire un affresco completo e dettagliato della vita, della morte e della lotta per la sopravvivenza durante l’assedio, visto di conseguenza da più angolazioni e con tanto di lunghe descrizioni.

A primo impatto possono risultare pesanti: non si può dire che i termini di paragone che Dunmore utilizza manchino di poeticità, ma bisogna pur ammettere che non rendono la lettura semplice, tanto meno scorrevole. Seppur gradevoli e apprezzabili da un punto di vista stilistico, interrompono la narrazione e distolgono troppo l’attenzione del lettore, che invece si aspetterebbe un po’ più di dinamicità. È però anche vero che, fosse stata la trama eccessivamente piena d’azione, il tutto sarebbe venuto meno al vero scopo dell’autrice, ovvero quello di rappresentare verosimilmente la vita nell’assedio in tutta la sua monotonia. Ecco che l’autrice potrebbe aver voluto semplicemente riprodurre il ritmo lento che scandiva le giornate invernali durante l’assedio, così come il rallentamento progressivo dei movimenti di persone divorate dal freddo e dalla fame. I suoi slanci poetici, al contrario, servirebbero proprio a mitigare l’asprezza di questa crudele realtà che i personaggi sono costretti a vivere.

Altro punto a sfavore per Dunmore è la presenza di qualche imprecisione storico-culturale. Il fatto che Marina Petrovna, in una delle tante giornate descritte, leggesse a Michail un’opera di Shakespeare in inglese e che Anna riuscisse a capire qualcosa e affermasse che Marina «è quella che conosce l’inglese meglio di tutti loro» sono i primi elementi che mi hanno resa alquanto scettica. Essendo stata Marina un’attrice e avendo lei vissuto prima della Rivoluzione bolscevica di ottobre, non è strano che lei conosca Shakespeare, ma, se la censura sovietica aveva preso di mira autori sovietici all’estero come Nabokov, ciò significa che non erano così disposti ad aprirsi ai paesi occidentali, specialmente se capitalisti, figuriamoci all’uso della lingua inglese! Non solo non veniva insegnata nelle scuole, ma si deve riconoscere che il russo e l’inglese appartengono a due ceppi linguistici completamenti diversi. Come può, quindi, Anna, che ha ricevuto soltanto un’istruzione di base senza poi proseguire gli studi e che per questo motivo non si definisce un’«intellettuale», conoscere o capire qualcosa in inglese e, più nello specifico, nell’inglese cinquecentesco di Shakespeare? Sicché, mi chiedo se è possibile che Dunmore non abbia saputo resistere all’influenza culturale del suo paese d’origine (l’Inghilterra) e che si sia lasciata trasportare un po’ troppo dal voler conferire al testo un taglio personale a forza di cose occidentalizzato e anacronistico. Non proprio l’ideale, specialmente se ci si propone di attenersi il più possibile alla realtà dell’epoca.

Altri dettagli che mi hanno lasciata perplessa sono il continuo appellarsi a Dio e il fatto di farsi il segno della croce in pubblico, considerando l’ateismo che i bolscevichi avevano cercato di inculcare a tutti i costi con tanto di persecuzione dei credenti, sebbene nessuna religione fosse considerata illegale. Ciò potrebbe, però, essere giustificato dal fatto che molte di queste persone fossero vissute nel periodo zarista e che, soprattutto in una situazione come questa di disperazione totale, la loro fede repressa sia riemersa.

Nonostante qualche piccola imperfezione, nel complesso L’assedio è una lettura piacevole e interessante, perché presenta un tema di per sé assai complicato in maniera globale, unendo armonicamente realtà nuda e cruda e introspezione psicologica.

Possiamo concludere dicendo che, in definitiva, il vero protagonista del romanzo è proprio l’assedio, in quanto unico elemento attorno al quale tutto ruota e tutto dipende. È l’unico, in fondo, ad avere il potere di cambiare la fisionomia della città così come sta plasmando al tempo stesso corpo e mente suoi abitanti, che di conseguenza finiscono per riflettersi in essa, ormai sommersa dal gelo e distrutta in parte. Il suo dominio sulla città turba la tranquillità della situazione iniziale e la sua fine determinerà, al contrario, la vittoria della rinascita sulla morte. Il libro si conclude, non a caso, con l’arrivo della tanto attesa primavera.