Hiroshuima mon amour - Marguerite Durcenar

LIBRI – “Hiroshima mon amour” di Marguerite Duras

di ESRTER MARINAI – Un capolavoro indiscusso, che approda al cinema nel 1959 grazie all’impareggiabile lavoro del regista Alain Resnais.

Punta di diamante del Nouveau Roman, Marguerite Duras sfida i principi fondanti del romanzo tradizionale e dà alla luce un romanzo conturbante, incentrato sull’inesorabile scontro tra vita e morte e sugli strascichi del trauma. Un capolavoro indiscusso, che approda al cinema nel 1959 grazie all’impareggiabile lavoro del regista Alain Resnais.
LEI: Hiroshima è il tuo nome.
LUI: Sì, il tuo nome è Nevers, Nevers en France.

È con queste frasi lapidarie che si conclude Hiroshima mon amour, uno tra i romanzi più noti della scrittrice francese Marguerite Duras, e sono proprio queste a riassumere alla perfezione il contenuto dell’opera in tutte le complesse sfaccettature che l’hanno resa uno chef-d’œuvre. Ancora più popolare è l’omonimo film di Alain Resnais (1959), per il quale l’autrice stessa ha realizzato l’adattamento cinematografico del suo scritto. Il successo riscosso è stato tale da renderlo un vero e proprio classico del cinema, oltre che l’emblema del movimento cinematografico francese della Nouvelle Vague della fine degli anni ‘50.

Hiroshima, agosto 1957. 12 anni dopo il catastrofico bombardamento atomico.

Un’attrice francese si trova in Giappone per girare un film pacifista e, proprio alla vigilia della sua partenza per la Francia, incontra un architetto/ingegnere giapponese. I due vengono entrambi presi da una forte passione e vivono una breve e intensa storia d’amore.

La contraddizione è palese: Hiroshima non è proprio il luogo che ci si aspetterebbe per fare da scenario a una storia d’amore. Eppure, slancio vitale e devastazione si sovrappongono per dar luogo a un suggestivo e inquietante gioco di luci e ombre che si protrarrà assumendo varie forme fino alla fine.

Non vengono specificate le circostanze del loro incontro e non ci vengono fornite descrizioni né dei luoghi né dei personaggi, i quali si riducono a meri pronomi personali (Lui, Lei). Non vi è neppure una trama ben definibile. Tuttavia, l’intreccio va avanti lo stesso grazie a una concatenazione quasi morbosa di domande e di ricordi. Il tutto si svolge per lo più in una camera d’hotel e contribuisce a riesumare la loro storia personale, che la sinossi iniziale e le appendici finali arricchiscono di ulteriori dettagli: un sogno d’amore crudelmente infranto dall’uccisione del suo amato soldato tedesco – assieme a una punizione e un’umiliazione altrettanto crudeli – per Lei, la perdita dei genitori durante il bombardamento per Lui. Nonostante Duras si focalizzi in particolar modo sul passato di Lei, dai dialoghi si percepisce che ciò che li accomuna è l’aver entrambi vissuto un’esperienza traumatica e, in un certo senso, inibitoria. Eventi sconvolgenti che li hanno spinti a reprimerne le conseguenze per anni ma che, prima o poi, dovevano inevitabilmente riaffiorare dagli oscuri meandri del subconscio.

L’importanza della trama tipica del romanzo tradizionale viene, quindi, sostituita dalla rilevanza di temi come la memoria e il trauma, sotto l’influenza di Freud e Kierkegaard. Proprio come uno psicanalista, Lui inizia a porle una serie di domande che la inducono a rievocare il proprio passato. I ricordi che le ritornano alla mente non seguono alcun ordine cronologico. Di conseguenza, in un primo momento la vicenda appare molto frammentaria, ma poi si staglia in modo sempre più chiaro mano a mano che i due procedono nella conversazione. È solo a quel punto che il lettore è invitato a partecipare attivamente e a riordinare i “tasselli del puzzle”.

In lei il ricordo del proprio dolore si fa vivo a tal punto che si concretizza in un transfert emotivo: Lui assume le “sembianze” del defunto soldato tedesco. L’idea del tempo interiore propugnata da Bergson e la memoria «involontaria» di Proust hanno, quindi, la meglio: i piani temporali finiscono per accavallarsi e si confondono in un unico eterno presente, in cui Thanatos regna sovrano ed Eros è costretto a diventare suo suddito. In questo caso, è il trauma a non avere passato, presente o futuro: ça continue (lett., ciò continua), come Lei dice a più riprese nella Parte 1. Esattamente come i terribili effetti della bomba atomica, che non sempre sono visibili a occhio nudo ma permangono. La proiezione delle due città avviene, a quel punto, in modo del tutto inconsapevole: il trauma vissuto in questi luoghi è ormai così radicato in loro che non se ne possono più liberare. Il nome è ciò che di norma definisce un individuo, ma qui a definirli sono proprio le due città.

Il finale è aperto. Non sapremo mai se Lei tornerà in Francia oppure se resterà a Hiroshima con Lui. Quel che è certo è che le loro ferite resteranno aperte a vita.

Hiroshima mon amour dovrebbe essere letto in chiave di analisi post-traumatica, simbolo e riflesso di una società che ancora soffre per i duri colpi inferti dalla Seconda Guerra Mondiale. Si pone, inoltre, come una critica pungente a una guerra in cui in definitiva non possono esserci né vincitori né vinti, né giusti né reprobi se il prezzo per la fine della guerra è stato questo: «200.000 morti, 80.000 feriti, 9 secondi».