Umberto Eco "Il nome della rosa"
LIBRI E AUTORI, LIBRI e AUTORI - a cura di Ester Marinai

LIBRI – “Il nome della rosa” di Eco e A. Robbe-Grillet

di ESTER MARINAI – Un confronto tra i capolavori di due scrittori tanto diversi quanto simili nell’enigmatica figura del labirinto

Un confronto tra i capolavori di due scrittori tanto diversi quanto simili tra loro per la diffusa sensazione postmoderna di disorientamento spirituale, che entrambi condividono e che si materializza nell’enigmatica figura del labirinto.

Il labirinto

Simbolo antichissimo risalente all’epoca preistorica, il labirinto fa da secoli parte del nostro immaginario collettivo. A causa della molteplicità di passaggi, corridoi e vicoli ciechi, la sua forma può apparire assai contorta soprattutto a chi lo sta percorrendo dal suo interno. È a tutti gli effetti il luogo dello smarrimento, in cui si è sprovvisti di qualsiasi punto di riferimento e la confusione prende il sopravvento. Non a caso è spesso legato ai riti di iniziazione, durante i quali l’iniziato deve simbolicamente perdere le coordinate spazio-temporali per poi invece trovare la via d’uscita e, quindi, venirne fuori spiritualmente rinnovato, pronto per affrontare le insidie nel “grande labirinto” del mondo. Il che non è un’impresa facile, poiché solo vedendolo dall’alto se ne può afferrare la logicità e regolarità.
Fortemente caratterizzato dalla dicotomia tra caos e ordine, il labirinto non lo ritroviamo solo ed esclusivamente nella mitologia o nelle arti figurative: è un’immagine che ricorre spesso anche in letteratura, specialmente in quella del XX secolo.

Il Novecento

Il Novecento è un secolo peculiare, che si contraddistingue nettamente da quelli precedenti. Da un lato, si assiste a un’evoluzione tecnologica concentrata in un lasso di tempo relativamente breve, se paragonato all’intera storia dell’umanità, e sufficientemente avveniristica da rivoluzionare del tutto la nostra vita quotidiana. Proprio in questo periodo storico, per l’appunto, si sviluppano settori fino ad allora quasi sconosciuti – ad esempio, l’elettronica, le telecomunicazioni e l’informatica -, tanto che il sociologo francese A. Touraine (1925 – ) definì la società dell’epoca «postindustriale» (La société post-industrielle, 1969).

Dall’altro, invece, abbiamo un’involuzione altrettanto repentina. Il disagio crescente dell’uomo nella dimensione reificante e alienante propria della società industriale, l’emergere di ideologie aberranti, l’ascesa al potere di regimi autoritari, il trauma causato dalle due guerre mondiali, le innovazioni tecnologiche in fatto di artiglieria pesante utilizzate per provocare veri e propri eccidi e le nuove scoperte in campo scientifico (fisica quantistica e relativistica) e matematico hanno messo in discussione i principi cardine della modernità.

La modernità “solida” e la modernità “liquida”

I cinque “assiomi” moderni che iniziano a perdere credibilità e a sfaldarsi sono: l’identificazione del valore col nuovo; il razionalismo; il positivismo; il mito hegeliano della storia come processo di superamento continuo e necessario che tende al dominio dell’uomo sulla natura e al sapere assoluto; l’universalismo naturalistico secondo cui la ragione è comune a tutti gli uomini. Viene, insomma, abbandonata definitivamente una modernità “solida” per abbracciare una modernità “liquida” – giusto per utilizzare un termine del filosofo Zygmunt Bauman -, una società in cui «l’unica costante è il cambiamento e l’unica certezza è l’incertezza» e che non ha forma, esattamente come le sostanze allo stato liquido. Il mondo, pertanto, sembra più che mai un enorme labirinto in cui ci si perde di continuo, sotto un cielo senza sole e senza stella polare, poiché ormai non si ha più fiducia né in Dio né nell’uomo, tantomeno nella scienza.

Sono molti gli studiosi e i critici letterari che hanno cercato di definire quest’epoca letteraria di estrema complessità. Ecco che al centro del dibattito culturale degli anni ‘50 e ‘60 emerge il termine postmoderno, che, come affermato dal critico Gaetano Chiurazzi, non riguarda affatto un senso di posteriorità: è piuttosto «una riflessione di e su questo nuovo modello di società (postindustriale), sulle sue basi materiali e sui suoi prodotti culturali». È complicato anche per gli esperti (Donnarumma, Luperini, Chiurazzi, ecc.) dire con precisione da quando ha inizio lo sviluppo del postmoderno e se questo mai sia finito, in quanto le opinioni a riguardo sono molte e spesso in contrasto tra loro. Certo è che, dopo le due guerre mondiali, la nostra mentalità e il nostro modo di vivere hanno subito un cambiamento radicale, provocando uno sconvolgimento ideologico e filosofico che è andato inevitabilmente a rispecchiarsi nelle opere degli autori.

Umberto Eco

Umberto Eco - ed.Bompiani

È impossibile non menzionare a riguardo Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco (1932 – 2016). Il protagonista Guglielmo da Baskerville, fautore della logica e del progresso scientifico in quanto amico di Guglielmo di Occam e ammiratore di Ruggero Bacone, è fermamente convinto che dietro la serie di delitti nell’abbazia vi sia una mente criminale che agisce seguendo un codice particolare, che egli inizialmente presume si ispiri all’ordine delle sette trombe dell’Apocalisse. Quando Guglielmo e il suo giovane aiutante Adso scoprono che in realtà le morti non erano tutte imputabili a Jorge, ma spesso e volentieri alla lussuria del sapere – alla curiosità, dunque – dei monaci stessi, a quel punto i due capiscono che «l’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa» e che «dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso».

Il critico russo Jurij Michajlovič Lotman (traslitterazione dal cirillico usando l’International Scholarly System) ha visto in Guglielmo un semiologo del XIII secolo, un interprete di segni in un mondo che «ci parla come un grande libro» ed è una «riserva di simboli con cui Dio, attraverso le sue creature, ci parla della vita eterna». Da che credeva che la logica fosse un’ «arma universale» e si accontentava di trovare «almeno una serie di connessioni in piccole proporzioni degli affari del mondo», adesso deve arrendersi di fronte alla sconfitta, alla biblioteca – custodia del sapere – in fiamme, alla seconda parte ormai perduta della Poetica di Aristotele. Deve, insomma, accettare il fatto che «solo Dio conosce il mondo, perché lo ha concepito nella sua mente, come dall’esterno, prima che fosse creato, mentre noi non ne conosciamo la regola, perché vi viviamo dentro trovandolo già fatto».

Interessante è, inoltre, la metafora del fiume, che a un certo punto arriva al mare – che annulla tutti i fiumi in sé perché sfociano in esso – e non sappiamo più quindi distinguere quale sia il fiume, il mare o la terraferma, perché «diventa il proprio delta». Secondo l’affascinante interpretazione di Lotman descritta nella sua prefazione all’opera, la distruzione della biblioteca simboleggia l’annullamento sia della fiducia incondizionata in Dio (Jorge) sia di quella nella scienza e nel progresso (Guglielmo), lasciando spazio soltanto al nichilismo assoluto nietzscheano e al disordine. La biblioteca, dunque, non sarebbe altro che un microcosmo, che rimanda al mondo esteriore, ossia un labirinto a rizoma, come lo definisce Eco nelle Postille a Il nome della rosa. A differenza del labirinto greco – in altre parole, quello del Minotauro, in cui Teseo riesce ad orientarsi grazie al filo di Arianna – e di quello manieristico con una struttura a radici, questo è come se fosse una rete, pertanto infinito, pieno di collegamenti e senza un centro o una via d’uscita.

Alain Robbe-Grillet

Tale analogia tra labirinto e mondo esterno si concretizza e viene portata alle estreme conseguenze nell’opera intitolata Nel labirinto (1959) dello scrittore e regista francese Alain Robbe-Grillet (1922 – 2008).

Alain Robbe-Grillet

Un giovane soldato senza nome aspetta sotto la luce di un lampione, tenendo sotto il braccio quella che a prima vista sembra una scatola di scarpe. Deve, infatti, consegnarla a tutti i costi al destinatario, il quale però non si è mai presentato né al luogo dell’incontro né all’ora prestabilita. Il soldato, allora, teme di essere arrivato troppo tardi o di aver sbagliato via, non conoscendo affatto la città. A quel punto, non sapendo più cosa fare né dove andare, inizia a vagare senza meta per giorni in una città labirintica, con la vana speranza di poterlo incontrare e consegnargli la scatola una volta per tutte. Le strade, gli incroci, le costruzioni, i corridoi, le scale e le stanze sono tutti uguali tra loro, i nomi delle vie non sono indicati o non sono leggibili, non vi sono cartine, orologi o calendari e i personaggi che il protagonista incontra non sono altro che figure appena accennate, quasi fossero fantasmi. Non gli sono di alcuna utilità, in quanto le conversazioni che cerca di intavolare con loro sono del tutto sconclusionate. Per giunta, pare che tutti, compreso il protagonista, siano affetti da amnesia.

Egli si è, in poche parole, ritrovato per caso ad essere un prigioniero in un labirinto claustrofobico in cui rimarrà fino alla sua morte prematura, causata da una grave ferita alla gamba.

Alain Robbe-Grillet contribuisce a conferirci quel misto di sensazioni di soffocamento, di ansia, di paura, di vulnerabilità e di stordimento attraverso il suo stile: il morboso e ossessivo ripresentarsi di meticolose e quasi scientifiche descrizioni di oggetti e stanze ( descrizioni «senza complicità antropomorfica con le cose»); la mancanza di interruzioni con cui si passa da una scena all’altra mette in evidenza il labile confine tra interno ed esterno, tra realtà e finzione. In questo modo, il lettore stesso ha l’impressione di perdersi, proprio come il soldato, e di essere stato catapultato in una qualche incisione di C. Escher (1898 – 1972).

Maurits Cornelis Escher

È importante ricordare che Robbe-Grillet è uno tra i protagonisti della tendenza letteraria del Nouveau Roman che prese piede in Francia tra gli anni ‘50 e ‘60. Quest’ultima nasce dalla volontà della nuova generazione di scrittori di sconvolgere il romanzo tradizionale dalle sue fondamenta per poi andare alla ricerca di nuove forme espressive e narrative, che ognuno ha poi inteso a modo proprio. Viene così ripreso il termine secentesco di antiromanzo, così come roman d’aventure (romanzo d’avventura), comparso per la prima volta nell’articolo di Jacques Rivière pubblicato nel 1913 sulla “Nouvelle Revue Française”, in cui aveva preconizzato un nuovo corso per il romanzo – o meglio, una crisi dello stesso e una rottura col passato -, contraddistinto dalla “morte” del soggetto (della trama) e del personaggio e dalla perdita della linearità logico-causale.

Nel labirinto è a tutti gli effetti ascrivibile al Nouveau Roman e, proprio per questo motivo, sembrerebbe pressoché impensabile accostare Robbe-Grillet a Eco. Secondo un’interpretazione puramente personale, non sarebbe esattamente così. Oltre al mondo-labirinto, difatti, ciò che potrebbe far subito pensare a Il nome della rosa è proprio la frase seguente: «Ormai non si è più sicuri di nulla», che sembra avere un che di nichilistico. Siccome l’autore stesso nell’introduzione all’opera ha però affermato che «si tratta tuttavia di una realtà strettamente materiale, nel senso che non ha pretese allegoriche di sorta» e che «il lettore è dunque invitato a vedervi soltanto le cose, gesti, parole, avvenimenti, che gli vengono riferiti, senza cercarvi più significato o meno che nella propria vita, o nella propria morte», cercherò di attenermi alla volontà dell’autore e di non cercarvi alcuna valenza simbolica o tesi filosofica.

Non si può, d’altra parte, negare che entrambe le opere siano portatrici, sebbene in modi divergenti, di quella vertigine e della perdita di certezze cui tutt’ora dobbiamo costantemente far fronte, assieme al timore e alla frustrazione che ne derivano. Cerchiamo a qualsiasi costo di orientarci nel caos per mezzo di altri valori, come ad esempio il materialismo: il denaro è il nostro “vitello d’oro” da adorare in mancanza di altro, quando in realtà non ci accorgiamo di star colmando il vuoto che percepiamo dentro e fuori di noi con altro vuoto, di essere rimasti con un pugno di mosche.

Forse dovremmo semplicemente accettare la nostra condizione di “naufraghi” e aprirci al “mare del nulla”, un po’ come Guglielmo.

(foto cover composta: licenza https://pixabay.com/it/photos/labirinto-grafico-rendere-design-2264/ – foto Umberto eco: fonte editore Bompiani cover “Scritti sul pensiero medievale)