LIBRI E AUTORI, LIBRI e AUTORI - a cura di Ester Marinai

libri – Monsieur Ḥamdīs, c’est moi!

DI ESTER MARINAI – Il poeta arabo di Sicilia vissuto tra l’XI e il XII secolo, parlando di sé riesce a mettere in luce le nostre emozioni.

Un approccio intimistico al canzoniere di Ibn Ḥamdīs, poeta arabo di Sicilia vissuto a cavallo tra l’XI e il XII secolo che mescolò aspetti della vita nel Mediterraneo islamico con la propria sfera privata ed emotiva.

Una volta, qualcuno mi ha detto – o predetto – che mi sarei innamorata di nuovo, perdutamente. Io forse non sono mai stata capace di crederci fino in fondo. Con un’anima e una mente ormai affaticate, non è stato facile per me comprendere appieno il senso di quelle parole. Ho deciso, piuttosto, di non fare nessun tipo di sforzo: ho semplicemente lasciato che quelle parole, in quanto tali, si dissolvessero nel vento, a tal punto che quasi me ne sono dimenticata. Non sempre è detto che il cuore riesca a far proprio ciò che invece afferriamo con la logica, e questo è stato proprio uno di quei casi. Eppure, la vita mi ha presa in contropiede: alla fine, mi sono innamorata veramente!

Spinta da un inatteso e impetuoso desiderio di conoscere le mie origini, contro ogni previsione ho intrapreso un viaggio indimenticabile in un posto che ha inevitabilmente finito per conquistarmi: la Sicilia, isola edenica e dal fascino magnetico che ha inebriato i miei occhi, cuore, mente e sensi di pura bellezza. L’onnipresenza di quel sole raggiante, i profumi penetranti, i sapori estasianti, i contrasti rispecchiati dai suoi paesaggi brulli e dalle sue città, l’armonica commistione di stili architettonici, l’atmosfera di festa e vitalità, il calore della gente, le fantastiche persone conosciute… Sin dall’inizio, insomma, il viaggio aveva assunto le fattezze di un sogno, da cui proprio non volevo svegliarmi ma che è finito – ahimè! – troppo presto.

Un giorno di metà luglio camminavo per le vie di Palermo sotto un sole cocente, forse quello di mezzogiorno. Che sia stato per il caldo o per la stanchezza, proprio non vi saprei dire, ma so per certo che sono entrata in una libreria di via Vittorio Emanuele. Mentre girovagavo tra gli scaffali senza una meta ben precisa, mi è caduto l’occhio su un libro intitolato Il Canzoniere. Mi sono accorta ben presto che però non era di Petrarca, bensì di un certo Ibn Ḥamdīs, nome a me fino ad allora totalmente sconosciuto. Ho scorso velocemente la sinossi e sono venuta a scoprire che si trattava del dīwān (una raccolta di componimenti poetici) in lingua siculo-araba di un poeta arabo nato a Siracusa nel 1056 e morto a Maiorca nel 1133. Assieme al canzoniere di

al-Ballanūbī (altro poeta arabo-siciliano del suo stesso periodo storico), è l’unico che sia giunto fino a noi integro. Una testimonianza a dir poco preziosa, perciò, della poesia araba di Sicilia e anche un’ottima fonte di ispirazione per scrivere l’articolo che state leggendo in questo preciso istante. I sogni, come ben si sa, impongono regole che trascendono la razionalità e la nostra stessa volontà. Così come nel sonno ci si abbandona del tutto e involontariamente ad esse, anch’io decisi di stare al loro gioco e giocare: ho comprato il libro, quindi, senza troppo indugio e mi sono lasciata trasportare dai meccanismi illogici propri del sogno. Ormai giunta quasi alla fine della mia avventura, non molto tempo dopo sono stata quindi costretta a uscire dalla dimensione onirica a cui ormai mi ero affezionata. Proprio come nel racconto Il piede di mummia di Théophile Gautier il protagonista si ritrova in camera la statuetta della principessa egiziana apparsagli in sogno per riprendersi il piede che il giovane aveva acquistato da un antiquario, nel mio zaino ho trovato proprio il canzoniere. L’unico “souvenir” di quel viaggio sensazionale se ne stava proprio lì dentro e non aspettava altro che essere letto voracemente, cosa che ho fatto nei giorni seguenti.

L’opera di Ibn Ḥamdīs, composta da 360 qasāʾid (poesie tipiche del mondo arabo), spicca decisamente per la varietà di temi affrontati, la maggior parte dei quali oserei suddividere in due macro-tematiche, coincidenti con le due fasi principali della vita dell’autore: la gioventù e la canizie, paragonate nella qaṣīda numero 66 rispettivamente alla notte e all’aurora. Queste ultime sono a loro volta legate alla vita che da giovane conduceva in Sicilia prima dell’approdo dei Normanni e al periodo trascorso in al-Andalus (la Spagna islamica) a causa delle vittorie militari dei Cristiani che lo costrinsero nel 1078 all’esilio a Siviglia e più avanti ad Aghmāt, in Marocco, dopo la caduta del 1091 della città andalusa nelle mani della dinastia berbera degli Almoravidi.

Nei componimenti risalenti al periodo giovanile del poeta oppure basati sui ricordi che egli serbava di esso, Ibn Ḥamdīs elogia la giovinezza da una prospettiva edonistica sulla vita, rimarcando in particolar modo l’aspetto del divertimento durante le sue notti di puro piacere dei sensi: egli celebra, difatti, la smodatezza, la bontà del vino e lo stato di ebbrezza che ne deriva, l’opulenza, lo sfarzo, la sinuosità e la grazia del corpo femminile e i piaceri della carne. Il tutto assume nel nostro immaginario una forma ancor più concreta, in quanto arricchito dalla descrizione realistica e al tempo stesso entusiastica di una miriade di personaggi ed oggetti che caratterizzavano quelle serate, assieme alle percezioni sensoriali legate ad essi: mescitrici, danzatrici, schiave, musici, coppe, vassoi e quant’altro. A questo clima di baldoria e di euforia, si vanno però ad aggiungere le sue sofferenze dovute a un amore non corrisposto, delusioni varie, donne inafferrabili, la partenza e la lontananza di altre oppure l’alba che lo costringe a divincolarsi dall’abbraccio dell’amata.

Il tema di un’alba crudele e punitrice lo ritroveremo anche nei suoi scritti in età avanzata. Come la luce dell’alba pone un termine a notti di allegria, la canizie rappresenta l’abbandono dei piaceri della gioventù: il corpo inizia a perdere vigore, a essere sempre più soggetto alla malattia e le belle iniziano a fuggire da lui. È, per così dire, la fine del suo sogno. Ciò lo induce, d’altro canto, a riflettere sul peccato e sul pentimento e a sentire il bisogno di purificarsi spiritualmente.

Bisogna, inoltre, ricordare di come – al di là dei lutti in famiglia – la minaccia rappresentata dai Normanni e l’abbandono forzato della sua amata Sicilia, costituiscano un cambiamento quasi traumatico nella sua vita, riflesso di conseguenza nella sua stessa opera. La Sicilia, un tempo terra di felicità e spensieratezza, diventa la cagione del suo malcontento, l’oggetto della sua nostalgia, un sinonimo ormai di timore, incertezza e caducità, il «naufragio del suo paradiso», come Stefania Elena Carnemolla (autrice dell’introduzione al canzoniere) l’ha definito. La vecchiaia che avanza, lo indebolisce fisicamente e finisce per prendere il sopravvento è pure simbolo di declino: come la sua gioventù corrispondeva a un Emirato in auge, la senescenza combacia invece con la sua crisi e il suo tramonto definitivo. Oltre a questa triste presa di consapevolezza, abbiamo anche versi intrisi di patriottismo e di incoraggiamento rivolto ai suoi correligionari a non arrendersi di fronte alle offensive dei Normanni.
A far da cornice a questi temi ricorrenti sono aneddoti, elegie, panegirici, eventi storici, battaglie e numerose descrizioni derivanti da un’osservazione tanto minuziosa e realistica quanto impregnata di poeticità. Possono riguardare animali (una colomba, cavalli, scorpioni, cammelli, cani, insetti, ecc.), oggetti (il lampadario di una moschea, spade, una candela, ecc.) ed elementi naturali (una palude, un ruscello, una pianta di basilico, agrumeti, il mare in tempesta, l’alba nel deserto, le Pleiadi, le fasi lunari, un’eclisse, ecc.).

In conclusione, Ibn Ḥamdīs vi darà senz’altro la preziosa opportunità di assumere il suo punto di vista, fare esperienza delle sue sensazioni più intime e vedere la Sicilia attraverso una visione della vita piena di meraviglia e il sentire di un uomo dell’XI secolo. Impossibile non immedesimarsi in lui, perché è proprio parlando di sé che riesce a mettere in luce le nostre emozioni, debolezze, contraddizioni interiori e i nostri sogni infranti o bruscamente interrotti, a cui l’essere umano per natura non si può sottrarre.