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LIBRI -“Parole Ribelli” di Alessandro Volpi, intervista 

Il professor Alessandro Volpi è docente di Storia Contemporanea dell’Università di Pisa, “Parole Ribelli – Storia di una frattura generazionale 1950-1960”.

Il professor Alessandro Volpi, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Pisa, ha da poco mandato in stampa il libro “Parole Ribelli – Storia di una frattura generazionale 1950-1960”. Il tema è la gioventù all’epoca del boom economico italiano, che aveva alle spalle la durezza del tempo della Seconda Guerra Mondiale: i figli cercano una differenza rispetto ai loro padri e alle loro madri, inizia così il mondo giovanile come lo si è conosciuto fino ad oggi. 
Professore, da dove nasce l’esigenza di scrivere questo libro?
Si tratta di una ricerca che prosegue un primo lavoro dedicato ai contenuti del termine ‘ribellione’ nei dizionari italiani dell’Ottocento che sta per uscire sulla rivista “Archivio storico italiano”. La storia delle parole, a mio parere, rappresenta infatti un metodo storiografico molto efficace per cogliere soprattutto il senso delle continuità e delle trasformazioni intervenute nei processi politici e sociali. Ho scelto gli anni Cinquanta perché in tale decennio si è assistito ad un duplice fenomeno: da un lato, i giovani sono diventati, forse per la prima volta in assoluto, un target ben definito e autonomo rispetto ad altri elementi distintivi, e dunque sono divenuti i destinatari di una vasta produzione commerciale in cui i film, i fumetti, la musica avevano un posto di assoluto rilievo; dall’altro lato, in questa produzione, rivolta quasi esclusivamente ai giovani, ha rivestito un carattere determinante proprio il richiamo ai vocaboli connessi alla ribellione, intesa come l’atteggiamento più esplicito di una frattura generazionale. La ribellione degli anni Cinquanta non aveva i caratteri politici della rivoluzione e non aveva neppure motivazioni troppo consapevoli; era una “ribellione senza motivo”, per citare il titolo originale di “Gioventù bruciata”, con cui si esprimeva la volontà dei giovani di distinguersi dalla generazione dei padri, responsabili della guerra e del nuovo terrore nucleare; una ribellione alla ricerca di consumi, di divertimento e di violenza come segni di appartenenza in grado di connotare un intero decennio.
 
Secondo lei esistono delle aderenze tra il mondo giovanile dell’epoca e il mondo giovanile di oggi?
La ribellione generazionale è un tratto ricorrente, ma quella degli anni Cinquanta ebbe i caratteri dirompenti della novità ed era espressa da giovani che per la prima volta potevano misurarsi con nuove forme di comunicazione, mentre era in atto una radicale trasformazione sociale. Quei giovani si ribellavano sapendo che sarebbero diventati adulti e dunque avrebbero avuto un posto in quella società; sarebbero stati “inquadrati, sistemati” e questo li spaventava. Oggi i giovani si ribellano, e comunque lo fanno assai meno, perché, al contrario, sembrano non avere più un futuro davanti, sembrano essere destinati alla perenne incertezza, a non avere un posto, non solo di lavoro, nella società: e questo li induce ad una ribellione forse più rassegnata e certamente diversa da quella dei teddy boys.
 
I giovani d’oggi secondo lei che cosa potrebbero o dovrebbero imparare da giovani dell’epoca?
E’ difficile imparare dalle epoche precedenti e, peraltro, gli anni Cinquanta, come accennato, hanno avuto peculiarità difficilmente ripetibili. C’è stata nei giovani di quel periodo una forte vena autodistruttiva, alimentata dall’idea che il futuro sarebbe stato troppo banale, troppo tradizionale, troppo consueto per essere vissuto con passione. C’era l’idea che la fine della guerra e l’incipiente benessere, se vissuto dentro le mura domestiche e dentro le asfittiche regole della società “borghese”, avrebbero partorito soltanto la noia. Da qui nasceva la ricerca dell’eccesso, della violenza e, appunto, dell’autodistruzione che anticipano vari tratti del nichilismo punk della metà degli anni Settanta e delle successive culture metropolitane dove però il tema dominante è quello dell’alienazione e del rapido immiserimento, sostanzialmente assenti negli anni Cinquanta.
 
E i giovani d’oggi cosa potrebbero o dovrebbero insegnare ai giovani dell’epoca?
Potrebbero fare presente a quei giovani che, in realtà, gli anni Cinquanta non erano così male se comparati con alcune fasi successive…
 
La gioventù come valore aggiunto, lo è più oggi o all’epoca di cui parla nel libro?
Certamente allora la gioventù era una scoperta ed era una nuova condizione esistenziale. Si cominciavano a frequentare, in maniera massiccia, le scuole superiori, a leggere giornali per giovani che avevano tirature sbalorditive, si affollavano le sale cinematografiche e si formavano un’infinità di band musicali. Esisteva una fase della vita, l’adolescenza, che fino ad allora non era esistita, compressa fra la fanciullezza e una prematura età adulta. Essere giovani era una condizione distintiva, a cui prestavano attenzione i partiti, le case editrici, i produttori, i mercati e dunque rappresentava un valore aggiunto decisivo. Da tempo viviamo invece una fase in cui viene celebrata l’eterna giovinezza, il rifiuto dell’invecchiamento, la sostanziale sovrapposizione fra linguaggi di generazioni diverse in nome di una omologazione a cui i social danno un contributo decisivo. Se si è giovani sempre, di fatto, non lo si è mai.
 
È rimasto qualcosa della gioventù dell’epoca negli adulti che sono oggi?
Penso una inevitabile nostalgia e, forse, la consapevolezza, a posteriori, di quanto fosse stata importante quella “rivolta senza motivo”.

Alessandro Volpi: Parole ribelli