Il libro di Niclo Vitelli "Giacomo Puccini. Innamorato di tutto".

LIBRI – “Puccini innamorato di tutto” di Niclo Vitelli

Oggi a Il Fienile, Viareggio (ore 17:30), riparte il tour estivo del libro Niclo Vitelli scritto in occasione del Centenario.

Dal libro: Giacomo Puccini. Innamorato di tutto.

Il canto al femminile è stato sicuramente l’aspetto che più ha connotato l’impronta pucciniana contribuendo alla popolarità del musicista lucchese: le arie dedicate alle soprano e alle mezzosoprano hanno appassionato e coinvolto al punto da essere entrate nella nostra memoria collettiva, visto che, dopo oltre un secolo, le continuiamo a fischiettare e canticchiare come fossero identità sonore consegnateci col latte materno. Chi infatti, anche fra i più giovani, può dire di non conoscere arie quali: ‘Mi chiamano Mimì’, ‘In quelle trine morbide’, ‘Sola perduta abbandonata’, ‘Vissi d’arte, vissi d’amore’, ‘O mio babbino caro’, ‘Un bel dì vedremo’, ‘Signore ascolta All’alba vincerò’?

Il teatro melodrammatico, del resto, è una sorta di armoniosa mediazione tra strumenti diversi: orchestrali e vocali a cui fanno da cornice sfondi e scenografie e talora il balletto. Puccini sapeva, o almeno se ne convinse quando decise di imboccare la perigliosa e accidentata strada del successo, che proprio il canto, appunto, sarebbe stato l’elemento imprescindibile da accostare a un buon soggetto e per lui l’opera altro non era che un dramma in parole a cui la musica doveva dare l’anima, distinguendosi in questo da molti autori dei drammi musicali.

Al canto, alla recitazione, all’interpretazione dei personaggi, ai costumi e alle scene, al complesso lavoro delle luci, l’apporto orchestrale e musicale avrebbe dovuto dare il massimo di amplificazione per poter sortire l’effetto drammatico desiderato.

La concezione del canto in Puccini si distingue dalle forme precedenti del melodramma, dal belcantismo, dall’esperienza verdiana e anche da quella del verismo: è un canto delicato, spesso sfiorante il parlato dove sono eliminate del tutto le cabalette ed è ridotto l’impatto delle arie che in alcune opere addirittura si contano sulle dita di una mano. Le arie, o chiamandole romanze, in Puccini sono melodie, sono cantabili che però non si strutturano in forme chiuse né sono delineate e costruite seguendo le modalità donizettiane o verdiane: sono invece annunciate, generate dal precedente tema orchestrale.

Nella penisola italiana quella del canto, del resto, è stata da sempre l’impronta più sorgiva e spontanea del far musica: possiamo dire che la frase, nella pur roboante retorica di regime, riportata sul Palazzo della Civiltà all’Eur di Roma era parziale, incompleta e inesatta! Gli italiani, infatti, oltre ad essere “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori” sono stati un popolo di cantanti: abili precursori, dal Rinascimento in poi, dell’arte del canto e della nascita dell’opera lirica.

Già La Camerata fiorentina, nota anche come Camerata de’ Bardi sul chiudersi del Cinquecento, stabilì per la prima volta, tracciando un orizzonte di sviluppo progressivo, il nesso inscindibile tra la musica e il dramma. Proprio di recente, dopo ben quattrocento anni, all’Italia è stato riconosciuto dall’Unesco, quale patrimonio immateriale dell’umanità e come identità culturale di un popolo, il canto lirico.

L’arte del canto italiana si è infatti distinta e diversificata da tutte le altre, proprio in virtù della delicatezza e sonorità della nostra lingua che ha consentito di esprimere una linea melodica dolce, una sillabazione netta, morbida e chiara. Un patrimonio che ha caratterizzato in profondità il nostro Paese sostanziando la percezione di quel buon senso che si fa senso comune e travalica i confini nazionali per diventare un tesoro dell’intera umanità.

A conferma di ciò il compositore Korngold, affermò sul settimanale Il Sagittario: “Il mondo fu per tre volte soggiogato da Roma: per mezzo della spada, della parola e del canto”.

Puccini, come abbiamo avuto già modo di dire, era votato fin dalla più giovinezza al teatro. Ebbe a scrivere infatti: “La musica? Cosa inutile, per me, non avendo un libretto!”. Sono famosi i suoi ritardi nella consegna delle opere agli editori, i ripensamenti e numerosi sono i testi drammaturgici che gli vengono presentati e che una volta letti sono da lui messi da parte o cestinati. I soggetti della storia, i grandi eroi, le vicende epiche non fanno per lui, non sono adatte alla sua sensibilità e alla sua ispirazione musicale. E su questo non può scendere a patti neppure di fronte a sostanziose proposte di denaro. Puccini vuole soggetti di vita comune, è spinto a collegare le sue passioni, la sua vita affettiva, le sue sensazioni giornaliere al dramma da musicare: in questa ricerca trova il suo pubblico. È attento ai modi, alle forme, agli stili, alle esigenze, che sono sue in effetti, ma sono le stesse che la gente comune vive, i giorni del suo stesso tempo su questa terra.

Sono gli umori, il senso comune, i sogni e le aspirazioni che agitano l’Italia post risorgimentale e che trovano il loro terreno di coltura in un nazionalismo più o meno dichiarato, nelle tentazioni degli stati imperiali europei, tra decadenza e illusioni di modernità; è il periodo della Belle Époque, dell’elettricità, delle grandi esposizioni internazionali, della radiofonia, dei primi passi della cinematografia; è il periodo delle scoperte e delle invenzioni che accendono le speranze, in una situazione allora fortemente segnata dalla miseria, dagli squilibri sociali, dalle incertezze sul futuro.

Anni di forti contraddizioni, di eccitata ricerca di un futuro da inventare e di forti speranze, nate grazie a un clima su cui agiva il bisogno di spostare la proiezione su una società pronta a lasciare la vecchia e a dare agli uomini nuove e meno costrittive regole. Ma la realtà era assai diversa tanto che questa ‘grande illusione’ naufragò in pochi anni, come fu per il Titanic.

A naufragare, in maniera ancora peggiore del grande transatlantico, il primo conflitto armato mondiale: i cannoni e le truppe al fronte furono una vera e propria doccia fredda che nel sangue congelò tutte le aspettative che si erano fatte avanti durante quella fase di eccitata vitalità e di ottimistica proiezione verso il futuro…

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