Simona Lo Iacono - Simona Baldelli
FOCUS, LIBRI E AUTORI

LIBRI – Simona Lo Iacono e Simona Baldelli

di GIANCARLO ALTAVILLA – Due vite difficili, significative e simboliche, in un contesto sociale nel quale il maschio può e la donna deve.

È estate, finalmente. È il tempo delle vacanze, del riposo e del rallentamento dei ritmi. La stagione delle letture, in riva al mare, su una panchina di montagna, nel proprio soggiorno, davanti ad un ventilatore ventoso. In Italia si pubblica molto, si sa. Le case editrici sono generose e ogni anno offrono migliaia di nuovi titoli. I libri son tutti belli, ma se se ne devono leggere solo alcuni, bisogna riuscire a rintracciare quelli belli un po’ di più.

Sugli scaffali delle librerie in queste settimane ci sono l’ultimo libro di Simona Lo Iacono, ‘La tigre di Noto’ e quello di Simona Baldelli, ‘Alfonsina e la strada’. Sono due piccoli e preziosi volumi, che raccontano due storie vere di femminismo o di parità di genere, ante litteram.

Libri belli per due vite tanto difficili quanto importanti, significative e simboliche. In un contesto sociale e culturale nel quale il maschio può e la donna deve, queste vite sono il tertium genus: la donna che vuole, può.

La tigre di Noto è una giovane ragazza siciliana, di Noto appunto; si chiamava Anna Maria Ciccone ed era nata nel 1891. Erano anni di gran miseria, nei quali le magre esistenze si affannavano tra gli sforzi per sopravvivere e il rispetto assoluto delle regole del mondo, del piccolo mondo di allora: gli uomini al lavoro (e, ogni tanto, all’osteria), le donne in casa, ad accudire i figli e a far quadrare i conti. Scuole, poche per tutti, ancor meno per le bambine, il cui ruolo sociale (il cui destino ineluttabile) non richiedeva di conoscere né scienze, né arti. Ma la piccola Ciccone il suo destino lo cambia, altroché se lo cambia. La sua curiosità fanciulla erano le traiettorie e le intermittenze della luce, la sua passione diventerà la spettrometria. Studiare era il suo destino, a dispetto di tutto, superando le resistenze familiari, lo sconcerto muto del babbo, lo smarrimento materno, gli sguardi severi della piccola comunità di Noto e quelli attoniti dei compagni di studi, tutti maschi naturalmente.
Anna Maria Ciccone frequenta l’università di Pisa, dove studia Fisica, unica e sola donna del corso. E la sua passione la porta non solo alla laurea ma all’insegnamento presso la più prestigiosa e selettiva università d’Italia, la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si dedicò alla luce, alle sue traiettorie e alle sue intermittenze. Sola nel suo impegno, appagata dal suo studio, senza cerimonie e lusinghe, la giovane Ciccone vince, vince sui pregiudizi, sulla cultura maschilista, sulle meschinità del sistema universitario, sugli sguardi derisori dei colleghi. Ed erano gli anni della Seconda Guerra, bui di crudeltà e di incultura.

La Prof.ssa Ciccone combatté la sua battaglia di libertà; sottrasse dalla biblioteca della Normale centinaia di volumi destinati al rogo nazista e li seppellì nel giardino della Scuola, dove furono ritrovati, intatti e preziosi, dopo la Liberazione. Anna Maria Ciccone ha inseguito la sua passione, ha scoperto la luce, ha studiato e insegnato. Leggendo la sua storia sappiamo che ha soprattutto vinto la sua battaglia contro il pregiudizio, senza rumore, solo con il leggero frastuono della sua determinazione, la cui eco risuona incoraggiante nelle pagine del libro che la racconta.

Anche quella di Alfonsina è una bella storia. La passione che sconfigge il pregiudizio è la bicicletta, il pedalare. Siamo nei primi anni del ‘900, in Emilia. La povertà era endemica, il lavoro scarso e duro. Anche qui, il mondo è maschio; la donna è ai margini, recessiva, gregaria, socialmente superflua. Possedere una bicicletta era un lusso per pochi e il sogno di tanti.

Il babbo di Alfonsina ne rimedia una, vecchia ed esausta, necessaria per recarsi al lavoro e la bambina ne rimane estasiata. La guarda, la tocca, desidera imparare ad usarla; ma il padre la redarguisce: è cosa per uomini e non per bambine. Alfonsina non resiste, e di notte, tutte le notti, estrae la bicicletta dalla rimessa e pedala, corre, sempre un po’ più in là. Cade, si rialza, si sbuccia le ginocchia, ma nulla la ferma, solo pedalare conta. Viene scoperta e punita; la sua colpa non è solo essersi appropriata della bicicletta ma aver infranto le regole dell’obbedienza e della inapparenza sociale. Ma quando il babbo perde il lavoro, Alfonsina propone di usarla lei la bicicletta, per recarsi nei dintorni e offrirsi di eseguire lavori di sartoria a domicilio. E le dicono di sì: più dell’educazione poté il digiuno.

Alfonsina ce l’ha fatta. Ogni giorno è in sella alla sua biciletta, e pedala, corre.

Quel corpo magro a cavallo della bicicletta è uno scandalo, però; e così lei si traveste da maschio e pedala, corre, corre cosi veloce da superare i ciclisti maschi coi quali intavola gare e sfide sornione. Fino a quando non si scopre che quel ciclista è una donna, che non può pedalare, fare gare, sfidare i maschi. Ma Alfonsina non molla e i suoi allenamenti, il suo senso di parità e di eguaglianza, il convincimento che chi corre di più vince, uomo o donna che sia, la portano lontano, fino a partecipare, prima e unica donna, al Giro d’Italia del 1924.

Gli iscritti erano 108, se ne presentarono 90, arrivarono in 30: tra questi Alfonsina Strada, che non arriva prima, ma porta al traguardo la forza, la perseveranza, la determinazione e il senso della parità tra la donna e l’uomo.
Due bei libri di vite, che insegnano il senso della eguaglianza e della parità e che ci fanno intuire come le leggi di questi anni, dalle quote rosa alle norme sulla parità di genere, hanno antesignane illustri, ignote ai più, come lo sono le vette delle montagne più alte.