Tahar Ben Jelloun "L'hammam"

LIBRI – Tahar Ben Jelloun “L’hammam”

di ESTER MARINAI – Un racconto breve che induce a una riflessione lunga e complessa sulla vera malattia della società del nostro tempo.

Una densa nuvola di vapore che lentamente si espande e domina la semioscurità. Figure umane che in essa si confondono. Le forme più svariate che queste, come per magia, assumono e che alimentano l’immaginazione del piccolo spettatore.

Sono questi gli istanti impressi nella memoria del personaggio principale del racconto breve L’hammam di Tahar Ben Jelloun. E questi sono i ricordi della sua infanzia che serba gelosamente dell’antico hammam di Fès, la sua città natale, e che gli appaiono incessantemente in sogno.

Il protagonista / voce narrante – un famoso pianista marocchino di cui non conosciamo il nome e che abita a Parigi con la compagna Lila – vive, infatti, nell’ossessione di essere perennemente sporco e di emanare cattivi odori, nonostante si dedichi alla pulizia del proprio corpo con estrema cura e sia l’unico a percepire questo fetore onnipresente. Si è rivolto ai migliori medici, eppure nessuno di loro è stato in grado né di dare un nome alla sua “malattia” né di determinare la causa del suo male. Anzi, pare sia perfettamente in salute. Più i giorni passano e più è infelice. Sente di avere «qualcosa di morto da espellere» che si è diffuso in tutto il corpo. Sa di dover «cambiare pelle», ma sa altrettanto bene che non è la pelle che dovrà cambiare. Mentre le giornate scorrono nella sofferenza e nello sconforto, un’idea fissa gli occupa la mente: tornare all’hammam. È l’unica soluzione, l’unica speranza di guarire, l’unico modo per ricevere finalmente un «trattamento radicale» che lo ripulisca in profondità.

È a partire da questa illuminazione che il protagonista dà inizio a una sorta di monologo interiore in cui si pone domande e analizza il proprio problema da varie angolature: non cerca solo di capire da chi è stato contagiato, ma anche come egli stesso abbia potuto lasciarsi contaminare. È tutta colpa dell’umanità e della «piccolezza di alcuni» oppure è forse stato lui il primo a lasciare una «porta aperta»?

Con una buona dose di ironia pungente e una prosa scorrevole, Ben Jelloun ci propone un racconto metaforico molto breve che ci induce a riflettere sulle pecche della società occidentale. Dunque, quello che inizialmente potrebbe sembrare un uomo affetto da disturbo ossessivo-compulsivo in realtà è la rappresentazione di ciascuno di noi. Non è infatti un caso che non pronunci mai il proprio nome. Il narratore in questione imputa la causa del proprio male principalmente all’invidia, alla maldicenza, alla corruzione di certi individui e alle cattive frequentazioni (nel testo appare l’acronimo inventato M.A.T., che ironicamente sta per “Malattie Amichevolmente Trasmissibili”), ma potrebbe riguardare un concetto ben più ampio.

A quasi vent’anni di distanza dalla pubblicazione del racconto, la nostra società resta tuttora malata fino al midollo. Siamo afflitti da una malattia assai contagiosa. Non ha un nome: ne ha mille! Non ha un volto, bensì innumerevoli volti! Non è possibile studiarla al microscopio. I sintomi? Non ce ne accorgiamo, ma li abbiamo di fronte agli occhi ogni santo giorno vissuto in questa società in decadenza e nessuno sembra farci caso. È del tutto indefinibile, e nessuno la teme. Nessuno ne parla né sembra accorgersene. Siamo tutti a modo nostro una massa di “sani immaginari”, che va a formare una società che si illude di essere florida ma che in realtà è un corpo in decomposizione.

In questo campo di battaglia millenario tra forze del bene e del male che è il mondo, il Male assume innumerevoli forme e si ripresenta in eterno nei modi più insoliti. È sempre in agguato, ma, non riconoscendolo, non sappiamo come prepararci a contrastarlo o quali misure di prevenzione adottare, e forse non ci poniamo nemmeno il problema. Siamo ormai entrati nel circolo vizioso della perversa logica del capitalismo, dell’arrivismo senza scrupoli, dell’opportunismo, dell’egoismo, della sete di denaro e di potere. Il denaro non è più un mezzo, bensì un fine. Le apparenze contano più della nostra dimensione spirituale e sentimentale.

Il risultato? Un’aridità tale nell’animo umano da riversarsi nel mondo esterno. La nostra infelicità dovuta ad assurdi bisogni e ambizioni indotti – insieme all’invidia che ne consegue – scatena a sua volta un vortice di insoddisfazione generalizzata che offusca il buon senso e spinge gli uni a calpestare gli altri, a “contagiarli”. Come per tutte le malattie, c’è chi è più esposto e chi meno, chi la contrae in maniera lieve e chi più gravemente. Il fatto sta che siamo venuti tutti a contatto con essa.

Vi starete sicuramente chiedendo: “Esiste allora una cura?”. Per Ben Jelloun, la soluzione è tornare alle proprie origini, «prenderci cura del bambino che è in noi». Tutto ciò nel racconto si concretizza col ritorno del protagonista nei luoghi della sua infanzia, col contatto nuovamente stabilito con la cultura e le tradizioni della propria terra, talvolta impregnate di misticismo e superstizione. E nel concreto? Una possibile interpretazione può essere la seguente: sapersi staccare da un mondo artificioso sia nella struttura che nei ritmi, dalla trappola che l’uomo stesso ha ideato nei secoli scorsi e in cui si è rinchiuso, e tornare a quei valori che dovrebbero contraddistinguere ogni specie ed essere connaturati, ovvero solidarietà e fratellanza. Tengo a sottolineare quel dovrebbero, in quanto «quello che l’uomo fa all’uomo nessun animale, per quanto feroce, può farlo a un altro animale».

Haj Ben Brahim, il personaggio che porta a termine la guarigione / purificazione spirituale del protagonista, propone un’altra via da seguire: dimenticare. In questo caso, ovviamente, gli consiglia di dimenticare le calunnie dei suoi nemici.
Ora, per noi che siamo figli di questa società e siamo cresciuti in essa, dimenticare è veramente il modo migliore di uscire da questa dimensione reificante? Non dovremmo, al contrario, cercare di mantenerne vivo il ricordo per poter cambiare una realtà in cui siamo stati catapultati senza volerlo?

Immagino non si possa trovare una risposta a queste domande che sia unica o esatta, quindi non mi resta che lasciarvi con un altro spunto di riflessione.