LIBRI – “Vite che non sono la mia” e “La casa sull’argine”

di GIANCARLO ALTAVILLA – Si legge non per fuggire, ma per capire, e leggendo si cambia, il tempo lento che cambia le prospettive

“Vite che non sono la mia”. È il titolo di un libro molto bello di Emmanuel Carrère ma è anche il sottotitolo (non scritto) di ogni romanzo, perché quando si legge la letteratura, quando ci si immerge nelle storie, vediamo, sentiamo e viviamo (come fossero nostre) le vite di altri. E non importa che siano storie ‘vere’ o inventate dallo scrittore; quel che conta è che esse raccontino vite possibili, che potrebbero essere le nostre, sentimenti veri, che anche noi abbiamo provato o potremmo provare, emozioni che abbandonano la pagina e ci coinvolgono, coi pensieri o con il cuore. E leggere la vita degli altri non è un fuggire dalla propria; anzi, è il modo per scandagliare sé stessi, per vivere con accentuata consapevolezza i propri sentimenti, le idee, i sogni. Il ritmo lento delle pagine ci insegna il chiaroscuro della vita, la complessità del pensare, la fugacità delle cose.

Le vite nella letteratura ci ridimensionano, anche; perché ci insegnano che i nostri pensieri, i dubbi, le gioie e i dolori sono cose degli uomini, di tutti gli uomini, e che ciò che sta nelle pagine dei libri non è solo finzione ma narrazione, resoconto, infine, umanità. E conoscere quel che è umano, aiuta a capire sé stessi e gli altri.

Si legge non per fuggire, ma per capire. E leggendo si cambia. Quando si legge ci si mischia con le parole e il loro raccontare, e si finisce per impastarsi di pensieri nuovi, di idee che non avevamo, di tempo lento che cambia le prospettive.

Una bella esperienza di lettura l’ha offerta in queste settimane Daniela Raimondi, col suo romanzo d’esordio “La casa sull’argine”, pubblicato dalla Editrice Nord. È la storia, lunga tre secoli, della famiglia Casadio, gente semplice che vive a Stellata, all’incrocio tra Lombardia, Emilia e Veneto.

I Casadio sono poveri, onesti e instancabili. Credono in ciò che è stato insegnato loro, il lavoro, la famiglia, il rispetto dei ruoli. Credono un po’ anche in Dio, quanto è inevitabile in una dimensione sociale in cui non c’è spazio per decidere quello che altri, prima, hanno già deciso. Ma i Casadio sono gente libera. La loro storia comincia alla fine del 1700 col matrimonio di Giacomo Casadio con Toska Viollca, la zingara. La loro unione mischia fede e superstizione, tradizione e credenze, riti e premonizioni.

La loro unione segna per sempre tutta la stirpe dei Casadio, che di generazione in generazione si tramanderà gli insegnamenti della zingara, libera e ribelle, con le piume di fagiano tra i capelli ramati: mai abbandonarsi al sogno, mai inseguire i desideri vani. Mai indugiare sulle lusinghe delle arti, o sui romanticismi dell’amore. Insegnamenti di concretezza che per trecento anni proveranno a influenzare le vite dei Casadio. Invano.

Viollca torna nei pensieri di tutti i discendenti e nei loro sogni e tuttavia ogni Casadio vivrà la sua vita, inseguendo il sogno e ricercando l’amore, e nella ricerca di questi sentimenti non mancherà di rischiare, a volte di perdere.

È un bel libro di vita, di vite, che infine, suggerisce la sua verità: sono i sogni che indicano i traguardi, sono le passioni che alleggeriscono il peso dei sacrifici, sono i dolori che segnano l’intensità dei sentimenti e, infine, è l’amore che libera da sé stessi e unisce un cuore di zingara a tutti quelli che dopo di lei verranno.