L'Intrigo del Teatro Regio di Torino
CAMPO DI MARTE - Editoriale di Aldo Belli, Operazione Spartito

L’INTRIGO DEL REGIO – 4. Ma questo Alice non lo sa

di ALDO BELLI – Si rimborsano anche i punti sulla patente, il premio di produttività anziché del 3 è del 9%, tutto quanto fa spettacolo.

Il disastro finanziario del Teatro Regio di Torino si colora politicamente. La ricostruzione fatta dal Ministero delle Finanze sulle responsabilità dell’Amministrazione Fassino – e dunque della Casta dei Teatri del Partito Democratico che fa capo all’attuale ministro della Cultura Dario Franceschini – è chiara. Che lo dica un Ministero non è oro colato, anche se reca la firma del Ragioniere Generale dello Stato: tuttavia, diventa verità se nessuno lo smentisce.

La differenza tra il Potere in una democrazia e il Potere in una dittatura, è che in una società libera il solo dubbio di corruzione provoca l’immediata reazione del sistema: il presidente Clinton, negli Stati Uniti, fu costretto a subire un processo pubblico per avere mentito sulle modalità di svolgimento di un coito orale, si salvò solo grazie ad uno spermatozoo; Tony Blair, in Inghilterra, è stato costretto ad uscire dalla vita politica per avere mentito sull’Iraq; in Francia, il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, dopo quindici ore di fermo cautelare a Nanterre accusato dalla Procura nazionale per i reati finanziari di corruzione, traffico di influenze e violazione del segreto istruttorio, fu condannato a tre anni di carcere; in Israele, nel marzo del 2011 l’ex presidente Moshe Katsav fu incriminato dal tribunale distrettuale di Tel Aviv a 7 anni di carcere per abusi sessuali; in Austria, il ministro del Lavoro e della Famiglia Christine Aschbacher fu costretta a dimettersi per avere – molti anni prima – plagiato la propria tesi di laurea all’università.

In una società retta da una dittatura tradizionale (imposta, cioè, con la forza militare cancellando la sovranità popolare), il privilegio e l’impunità di chi sta al comando è costituzionalmente protetta: i reati dipendono solo da chi li commette.

In una nazione retta da una dittatura politica moderna (dove non viene cancellata, ma utilizzata la sovranità popolare), il malaffare, i privilegi, la corruzione, la malagestione, vengono invece protetti in altro modo: adattando il segreto di Stato (ciò che gli stati utilizzano per proteggere la propria stabilità interna e nelle relazioni internazionali) in Omertà del Potere: il silenzio pubblico e mediatico.

Il Potere di chi comanda in Italia ha assorbito l’insegnamento di Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” diceva il ministro del Reich per l’Istruzione Pubblica e la Propaganda; in Italia adesso suona così: “Ignorate una verità cento, mille, un milione di volte, parlate d’altro, e diventerà una bugia” e tutti se ne dimenticheranno.

E’ inquietante che di quanto sta dietro le quinte del Teatro Regio di Torino nessuno parli in Italia. Non stupisce che dopo l’avvio dell’indagine della Procura della Repubblica di Torino, sia stata adottata la lezione di Goebbels rovesciata: sbattendo il mostro Graziosi in prima pagina. Ignorate una verità cento, mille, un milione di volte, parlate d’altro… Perché loro sanno bene cosa c’è da tenere segreto, da conservare nascosto all’opinione pubblica: se si aprisse il sipario, potrebbe apparire il vero mostro. Quello della verità della Casta, un mostro devastante che potrebbe risultare contagioso investendo tutto il sistema delle fondazioni liriche in Italia.

Il Potere della Casta è esemplare al Regio di Torino per la sua capacità di comprare il consenso – e il silenzio – violando la legge e i diritti. In un Teatro la parte più debole e complessa da gestire è quella dei lavoratori, del confronto con i sindacati. Luciano Lama, quando veniva a Torino, si sedeva di fronte a Gianni Agnelli per rivendicare i diritti dei lavoratori e il rispetto delle leggi sul lavoro. Oggi, la CGIL e i sindacati si siedono di fronte ai padroni del Teatro Regio di Torino per vendere il proprio silenzio nei confronti della malagestione in cambio di privilegi che poi a pagare sono i cittadini italiani.

Un accordo del 28 ottobre 2005 stabilisce che in caso di “multe per divieto di sosta o similari” il relativo costo non sia addebitato al conducente e, inoltre, che la Fondazione “si faccia carico di un’assicurazione per le spese dei corsi di recupero dei punti della patente”. Inutile sarebbe aggiungere che è un accordo illecito. Un accordo del 14 luglio 2010 prevede l’erogazione di compensi ad hoc per l’attività denominata “Regio Itinerante”: ma non è un “contratto integrativo aziendale” come previsto dalla legge, e quindi passibile di nullità. Un’accordo del 23 luglio 2008 ha previsto l’unificazione dei “compensi” per “Riprese televisive” e per “Diffusione e commercializzazione”: in sostanza, viene erogato a tutto il personale per dodici mensilità un trattamento aggiuntivo fisso, distinto solo per profilo e livello, mentre nello spirito del contratto nazionale si prevede di remunerare il lavoratore che prenda parte a riprese radiotelevisive e il trattamento è commisurato all’effettiva partecipazione. Il “premio di produttività”: la legge stabilisce che ogni anno entro il 15 aprile vada erogato ai dipendenti un premio di produzione pari al 3% della retribuzione annuale; al Teatro Regio di Torino il premio di produzione regolato dall’accordo del 12 maggio 2004 Io fissa nella percentuale del 9% (tutt’oggi applicata), senza neppure agganciarlo ad alcun indicatore o parametro di risultato.

Al contempo, i fornitori del Teatro al 31 dicembre 2018 per 4.984.041,86 euro, risulta pagato solo parzialmente, residuando un debito 4.556.419,21 euro; i termini di pagamento (fra i 30 ed i 60 giorni) erano tutti scaduti.

Dice una famosa canzone di Francesco De Gregori, “Ma tutto questo Alice non lo sa”.


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