Lidia Ravera "Avanti, parla"
LA CULTURA, LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla, OPINIONI

L’ultimo libro di Lidia Ravera “Avanti, parla”

di GIANCARLO ALTAVILLA – La colpa e l’espiazione sono il centro e l’anello della responsabilità personale e della comprensione degli altri.

Un amico mi ha regalato un volumetto di Nicola Gardini intitolato ‘Il libro è quella cosa’. In una manciata di pagine si inseguono brevi motti sul piacere di leggere e sulla intimità del rapporto con il libro, quel piccolo oggetto che il lettore sente prezioso. Cito a memoria: un libro si può leggere in due modi, sfogliandolo o tenendolo chiuso. Nel primo caso, gli occhi scorrono sulle pagine e la mente scende in fondo al senso delle parole, nel secondo (che non è secondario) basta avere il libro in casa, da qualche parte. Bello, no? Ai modi di leggere indicati da Nicola Gardini io ne aggiungo un terzo: quello ad occhi chiusi, quando il libro è già dentro di noi e cresce di pensieri e suggestioni.

La lettura con gli occhi chiusi non è una scelta ma l’effetto grato dell’incontro con i libri densi, fatti di parole che volano, di pagine che si fermano, di frasi che cercano ostello. È la lettura della mente, del cuore, dei pensieri.

Ad occhi chiusi rileggo l’ultimo libro di Lidia Ravera, ‘Avanti, parla’. Il tema è quello della colpa e della sua espiazione. La pena carceraria che ha una fine e la sanzione sociale, interminabile La Ravera racconta la storia di Giovanna, una donna ormai anziana, sola e solitaria, che vive in un appartamento pieno di libri e vecchi dischi, affacciato sul Tevere romano. Della giovinezza ha perso tutto: il compagno, un figlio, partorito e rinunciato, la certezza delle idee e delle lotte. Della ragazza che è stata le è rimasta una folta e lunga capigliatura, non più rossa ma sempre ribelle. Giovanna è stata in galera, a lungo. Era una terrorista. Ha partecipato alla rivoluzione armata, ha creduto nella lotta di classe. Non ha mai ucciso nessuno, ma pochi le credono. Per essere libera di combattere la sua rivoluzione e per non lasciarsi zavorrare dalla maternità, ha rinunciato al figlio, che ha affidato ad un’amica subito dopo averlo partorito.

Lidia Ravera la racconta dopo la detenzione, quando è vecchia e tra sé e il suo passato ha interposto pensieri, riflessioni, e solitudine. Giovanna ha scontato la sua pena. Non è una ex terrorista, ma una donna vissuta, che nel suo cammino ha percorso strade violente, strade solitarie, strade di riflessione ed espiazione. Oggi non è solo vecchia, è diversa. Il suo è l’isolamento della dignità, del pudore, del silenzio. È l’isolamento della fragilità, dell’autoprotezione e della consapevolezza di non avere né le forze, né lo spazio per tornare nella comunità, cui non appartiene da vecchia, perché non ha voluto appartenerle quando era giovane. Grazie (o per colpa) di una giovane coppia che si insedia nell’appartamento accanto al suo, Giovanna allenta la sua solitudine, e piano piano partecipa alla vita dei suoi vicini, dei quali accudisce la piccola figlia.

La chiamano Chiomavecchia, ma non c’è offesa, né dileggio in questo nome, solo la sorpresa per una nonna con una capigliatura originale, che sa di disobbedienza. Ma il passato ritorna; rigurgita negli occhi e nelle parole di chi la riconosce e la respinge. Non conta la pena espiata, non conta la vita vissuta nella solitaria riflessione di quel che è stato, di quanto è costato, di cosa ha impedito. Conta solo l’essere stato, che è per sempre e che legittima l’inflizione della pena seconda, quella che non si sconta in carcere, ma dopo, nella vista che resta.

Dice così, Giovanna: ‘Io sono cambiata ma tu no. Non cambiate mai, voi che vivete le vostre piccole vite al riparo da tutto, voi che contemplate il mondo per dieci minuti, alle sette di sera, nel telegiornale e poi tornate nella vostra nicchia a commuovervi e annoiarvi perché la società è crudele ma anche immobile. Perché dovresti cambiare? Cambia soltanto chi sta scomodo, chi sta male, chi ha …’.

Lidia Ravera non l’ha scritto, ma io l’ho letto ad occhi chiusi: la colpa e l’espiazione sono il centro e l’anello della responsabilità personale; la comprensione degli altri e l’accoglienza di tutti sono i doveri della società degli uomini.