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Mario Monicelli, anniversario, un libro di Umberto Guidi

“Monicelli – Viareggino per amore e per forza”, nel decimo anniversario della scomparsa, uno stralcio del libro di prossima pubblicazione

In occasione del decimo anniversario della scomparsa di Mario Monicelli, pubblichiamo uno stralcio del libro di prossima pubblicazione “Monicelli – Viareggino per amore e per forza” di Umberto Guidi, con grafica di Beppe Bertuccelli, edizioni L’Ancora Viareggio.

CI HA FATTO SORRIDERE ANCHE SULLA MORTE

di Umberto Guidi

Che è mai la vita? Breve romore… sequito da un fiato ammorbante. (Vittorio Gassman, Brancaleone alle crociate)

Nel film I soliti ignoti c’è un ladro, Cosimo, interpretato da Memmo Carotenuto, al quale Peppe er Pantera (Gassman) ha estorto in galera il piano per il colpo perfetto al Monte di Pietà. Una volta uscito, Cosimo rompe con i suoi complici e  durante un solitario tentativo di scippo finisce sotto un tram e muore. Così, piuttosto inopinatamente per un film dai toni comici, la morte fa irruzione nella vicenda degli sconclusionati malfattori.

La sequenza successiva si apre con il funerale del povero Cosimo, con Totò che sentenzia: “Eh, è la vita: oggi a te, domani a lui”. E’ il 1958 e Mario Monicelli ha inventato la “commedia con il morto”, ossia la commedia all’italiana, che consiste nel trattare con il sorriso sulle labbra gli argomenti più drammatici. Anche la Grande Falciatrice.

E davvero la riflessione sulla morte è uno dei temi ricorrenti nell’opera di Mario Monicelli. La morte come parte della vita, la cui brevità e precarietà è ben presente al nostro regista e sceneggiatore. Sono note  le sue definizioni dell’esistenza, tratte da ricordi personali e adagi: “La vita è un’affacciata alla finestra”, motto mutuato dalla madre. Oppure “La vita è un dépliant”: “Mario – sostiene Chiara Rapaccini – guardava con una punta di disprezzo la vita – il dépliant, l’affacciata alla finestra – un segmento di esperienza insignificante se confrontato all’eterno, assai più misterioso e dunque più dignitoso”.

Questa frequentazione gioiosa della morte attraversa l’intera filmografia di Monicelli.

Si prenda un film come Amici miei, apparentemente tutto scherzi ed eccessi zingareschi. In realtà per questi attempati buontemponi la nemica da rimuovere o da irridere è la morte, presenza evidente nel film, cui vengono riservati due supremi sberleffi: la “supercazzola” di Noiret durante la cerimonia dell’estrema unzione e la scena finale del funerale.

Del resto che in Amici miei l’idea della morte sia una presenza costante, neppure tanto sotterranea, lo conferma anche la bella colonna sonora,  malinconica e struggente, di Carlo Rustichelli. Ma, appunto, Amici miei è qualcosa di più di un semplice film comico. E’ una riflessione sull’esistenza e per convincersene basta ripensare al monologo interiore del Perozzi nel mesto, quasi elegiaco ritorno a casa dall’ultima zingarata, poco prima di essere colpito dall’infarto che gli sarà fatale: “Di nuovo le stelle. Come l’ho viste la notte scorsa e tante altre notti. Notti, giorni, amori, avvenimenti… Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio? Oppure che abbia ragione mio figlio? […] Però è stata una bella giornata. Bella, libera, stupida. Come quando s’era ragazzi. Chissà quando ne capiterà un’altra…” C’è tutta una riflessione esistenziale, sulla preziosa fragilità della vita umana, tanto amata quanto breve.

Secondo il critico Gianni Canova, Amici miei è “un film esemplare: Monicelli prende la morte e, con il suo cinismo leggero e disincantato, la trasferisce dai territori del tragico a quelli del comico. La spoglia di ogni serietà e la immerge, di volta in volta, nel grottesco o nel ridicolo (…) Un simile comportamento non è solo un rito esorcistico, come pure molti hanno scritto. E’ qualcosa di più profondo e complesso, che affiora qua e là non solo in questo film ma un po’ in tutta la filmografia del regista”.

Canova, nel suo saggio Figure di un ordine cannibale, si spinge ancora oltre ed evoca il nichilismo novecentesco, accostando Monicelli a Beckett. Anche i protagonisti delle storie monicelliane si muoverebbero in scena – sia pure con evidenti differenze rispetto al teatro del drammaturgo irlandese – per reagire con iperattivo vitalismo “all’assurdo del vivere e alla presenza della morte che costantemente li insidia”.

Questa dimestichezza con la morte si evince dalla frequenza con la quale Monicelli mette in scena i funerali. Si comincia appunto con quello di Cosimo e si va avanti, costruendo un senso insistente di finitezza. Però considerata con il sorriso sulle labbra, tanto da giustificare l’azzeccata definizione-ossimoro di “feralità sorridente” suggerita da Lino Miccichè a proposito di questa cifra stilistica, tipica del regista viareggino d’adozione.

Monicelli ha commentato: “In molti miei film la scena chiave è un funerale, in Casanova 70, Amici miei, In viaggio con Anita, I soliti ignoti, Un borghese piccolo piccolo, Caro Michele, Totò e i re di Roma, I compagni, Speriamo che sia femmina, Bertoldo, Mattia Pascal. I funerali sono la cosa più esilarante che esista, secondo me. Io vado volentieri ai funerali degli amici, perché mi trovo con altri amici, comincio a scherzare sulla loro prossima morte. Viene fuori una cosa abbastanza divertente, non macabra. Anche nel mio ultimo film Le rose del deserto, c’è un funerale, quello del soldato Sanna”.

La morte, mai rimossa, qualche volta irrisa, può anche diventare una sorta di liberazione. Come nella poetica sequenza della fine di Abacuc in L’armata Brancaleone. Il vecchio “giudeo” dopo una caduta nelle gelide acque di un torrente è agli estremi e sta per compiere il passaggio finale. Così Brancaleone lo consola. L’aldilà, gli spiega, “sarà sempre meglio di questa vita che ci toccò in sorte”. La morte diventa così la via di fuga da una vita matrigna, e Gassman prospetta al vecchio un altro mondo, non più costellato da sofferenze e privazioni, “ma uno cielo sempre abello e li uccelletti sui rami degli arbori in fiore. E gli agnoli che ti daranno le gran pagnocche di pane e cacio e vino e latte in abbundantia”. Brancaleone è tanto convincente che Carlo Pisacane muore in scena con un’espressione estatica sul viso e Pecoro commenta: “Beato a isso!…”

Chi, morendo, si congeda da una situazione insostenibile, può essere ben invidiato da chi resta. Da questa prospettiva, anche per un ateo dichiarato come Monicelli, si affaccia l’idea che la morte non sia sempre il peggiore dei mali.

Sul piano privato, Monicelli ha raccontato più volte del suicidio del padre, avvenuto nel 1946 con un colpo di pistola alla tempia. Fu lui a ritrovare il corpo senza vita del genitore: “Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto” .

Chiara Rapaccini ci spiega: “Nonostante questo fatto così drammatico, Mario sosteneva che il suicidio è una cosa buona per chi ritiene di aver esaurito le cose da fare in vita e infatti ha seguito l’esempio”.

Questa concezione dell’uscita programmata dall’esistenza era condivisa anche dal fratello minore Furio, lo scrittore autore di Il gesuita perfetto, scomparso nel 2011.

Sappiamo che Mario ha posto fine volontariamente alla propria vita, la sera del 29 novembre 2010, saltando da una finestra del quinto piano dell’Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per un cancro alla prostata in fase terminale. Da regista consumato quale era, ha deciso lui il momento di dire “stop”, ordinando l’arresto della macchina da presa. Luci spente, azione fermata.

Il corpo è stato cremato e le ceneri, su sua richiesta, sono state sparse in mare, al largo di Viareggio, come ha rivelato pubblicamente nel 2011 Chiara Rapaccini, in occasione della mostra omaggio dedicata al regista da EuropaCinema.