Meraviglie della Mente. COME AGISCE LA MEDITAZIONE? (di Ugo Cirilli)

La meditazione è indubbiamente uno dei grandi trend del momento, soprattutto quando viene presentata attraverso discipline strutturate come lo Yoga.

Come tutti gli argomenti in voga, crea divisioni tra entusiasti sostenitori e detrattori o, semplicemente, indifferenti.

Poiché molti scettici rischiano di associarla a pratiche di dubbia origine, occorre fare chiarezza: la meditazione vera e propria, praticata con costanza, è oggetto da tempo di studi scientifici che ne mettono sempre più in evidenza i possibili benefici. E con “meditazione vera e propria” mi riferisco alla pratica che prevede di rilassarsi focalizzandosi sul qui e ora, liberandosi del caotico fluire di pensieri e preoccupazioni.

La parola chiave è la costanza: perché la pratica meditativa ci cambi nel profondo occorre mantenersi allenati.

Ma vediamo alcuni dati interessanti sull’argomento.

Una collaborazione tra scienza occidentale e tradizione tibetana

Studi importanti sulla meditazione sono stati condotti dal dott. Richard Davidson, docente di Psichiatria alla University of  Wisconsin. Il ricercatore ha utilizzato la risonanza magnetica per studiare l’attività cerebrale di un campione di meditatori d’eccezione: un gruppo di monaci tibetani. Davidson è riuscito a coinvolgerli anche grazie a una figura chiave nel rapporto tra tradizioni orientali e scienza occidentale: il Dalai Lama, da anni interessato allo studio scientifico della meditazione.

I dati dello scienziato americano hanno evidenziato cambiamenti cerebrali nei soggetti che praticavano la meditazione regolarmente e da tanto tempo, come i monaci.

I cambiamenti nell’attivazione dell’amigdala

Tali cambiamenti riguardavano, ad esempio, miglioramenti della capacità attentiva e una minore attivazione di un’area del cervello, l’amigdala, in risposta a improvvisi suoni emotivamente attivanti.

L’amigdala è coinvolta nelle sensazioni di paura e allerta. In pratica, negli esperti meditatori anche un suono improvviso induceva una reazione di agitazione piuttosto ridotta e contenuta, che non interrompeva la loro concentrazione. Era come se questi individui godessero di un maggiore autocontrollo, reagendo meglio allo stress.

In un altro studio di Davidson, in due mesi di pratica meditativa la produzione di anticorpi in un campione di 25 persone era aumentata. La meditazione potrebbe quindi produrre effetti riscontrabili in termini di benessere non solo mentale.

E l’attenzione? In che modo può essere migliorata?

Per capirlo, dobbiamo pensare al fatto che la pratica meditativa, fondamentalmente, richiede di focalizzarsi sul momento presente e su elementi come il “mantra” (tipiche ripetizioni di suoni) o il respiro, controllato consapevolmente affinché sia lento e profondo.

Ci pone quindi in una condizione di concentrazione assoluta: l’esatto opposto del continuo, frastornante bombardamento di stimoli distraenti in cui ci troviamo a volte oggi, tra notifiche di messaggistica e social sul cellulare, radio accese ovunque nei negozi, caos urbano e mille pensieri.

Un confronto tra esperti di meditazione e soggetti che non meditavano

Nel 2015 un gruppo di ricercatori ha messo a confronto 20 meditatori esperti e 26 persone che non praticavano la meditazione, utilizzando la risonanza magnetica funzionale.

È stato così possibile osservare un dato interessante: durante le sessioni di meditazione, nel cervello degli esperti si verificava una minore attivazione di un circuito di aree cerebrali chiamato Default Mode Network (DFM). Perché questo dato è significativo? Perché il DFM si attiva tipicamente quando la mente “vaga” di pensiero in pensiero, senza un obiettivo preciso.

I meditatori esperti sembrano quindi meno inclini alla distrazione e maggiormente capaci di concentrarsi. È interessante osservare che alcune ricerche hanno messo in relazione una forte attività del DFM con la depressione, l’ansia e addirittura le dipendenze, oltre che con peggiori performance mentali.

È come se un’attivazione esagerata di quest’area cerebrale fosse specchio di una mente irrequieta, che “divaga” continuamente senza concentrarsi, ossessivamente in cerca di stimoli; la meditazione può controllarne l’attività, favorendo il benessere.

Naturalmente occorreranno altri studi per approfondire queste dinamiche, ma i dati già esistenti sono di grande interesse.

La meditazione vera e propria, basata sul vivere pienamente il qui e ora mettendo da parte lo stress, ha quindi notevoli potenzialità. In una contemporaneità frenetica, ritagliarsi una parentesi giornaliera di pace interiore può essere la chiave per rapportarsi al quotidiano con un nuovo equilibrio.

Questo articolo è un testo puramente informativo e non rappresenta in nessun modo prescrizioni o consigli medici.

Approfondimenti

Richard J. Davidson, Antoine Lutz. Buddha’s Brain: Neuroplasticity and Meditation (2008)

Richard J. Davidson, John Kabat-Zinn, Jessica Schumacher, Melissa A. Rosenkranz, Daniel Muller, Saki F. Santorelli, Ferris B. Urbanowski, Anne White Harrington, Katherine A. Bonus, John F. Sheridan. Alterations in brain and immune function produced by mindfulness meditation. Psychosomatic Medicine 2003, Jul.-Aug; 65(4): 564-70

Kathleen A. Garrison, Thomas A. Zeffiro, Dustin Scheinost, R. Todd Constable, Judson A. Brewer. Meditation  leads to reduced default mode network activity beyond an active task. Cognitive, Affective & Behavioural Neuroscience, sept. 2015, Volume 15, Issue 3, pp 712-720