Meraviglie della Mente - di Ugo Cirilli

MERAVIGLIE DELLA MENTE. Non siamo schiavi dei ricordi paurosi: il cervello può gestirli! (di Ugo Cirilli)

La paura: un’emozione spiacevole, che ha però una sua innegabile utilità. Senza la paura, probabilmente, i nostri antenati non sarebbero mai sopravvissuti al loro ambiente e oggi non ci troveremmo qui.

Questa emozione, però, nella società attuale prende talvolta derive non solo inutili, ma anche dannose. Oggi la vita quotidiana non prevede minacce come animali feroci, frane, fulmini; ciò che ci spaventa spesso è qualcosa di simbolico o addirittura immaginario.

Molte forme di fobia o di ansia grave nascono da ricordi di eventi ormai passati, senza che chi ne soffre ne sia sempre del tutto consapevole. Uno spavento subito al volante, appena patentati, può lasciarsi dietro un’avversione alla guida che limita la quotidianità. Una sensazione di paura vissuta percorrendo una strada a piedi di notte, per l’idea magari del tutto infondata di essere seguiti, può trasformarsi in una fobia dell’oscurità.

La nostra capacità di pensiero simbolico si ritorce in tali casi contro di noi: “rivediamo mentalmente” un fatto anche a distanza di tempo. Insomma, la paura che aiutava il nostro antenato a fuggire da un lupo e a ricordarsi dove lo aveva incontrato, oggi può complicarci molto la vita. Ricordare il predatore era utile. Rimuginare per anni sul giorno in cui abbiamo rischiato un incidente d’auto, invece? Se non avevamo colpe ed è stata una fatalità, chi ha detto che riaccadrà?

Una buona notizia: il cervello archivia i ricordi negativi ma può anche reprimerli

La scienza ci conforta: il nostro cervello, che si svela sempre più complesso, può gestire i ricordi paurosi e decidere, a un certo punto, che non devono più ossessionarci.

Una recente scoperta ha ampliato le nostre conoscenze sui meccanismi di formazione di tali memorie. Un team internazionale, con scienziati provenienti da Spagna, Francia, Germania e Italia, ha osservato che quei ricordi sono immagazzinati nell’ipotalamo, una delle parti più “antiche” del cervello. In pratica, è come se la paura facesse leva su una componente ancestrale, istintiva. I ricercatori hanno scoperto che, nei ratti di laboratorio, l’ipotalamo comprendeva anche neuroni capaci di interrompere il condizionamento della paura: una volta attivati, l’animale che associava un ambiente a un brutto ricordo riprendeva a esplorarlo normalmente.

Quindi, sembra possibile che una paura “passi” perché la mente interiorizza, istintivamente, un segnale di “fine pericolo”. Cosa fare, però, se ciò non accade?

La “sfida” tra tracce di memoria

Altri ricercatori aiutano a rispondere. Un’equipe dell’Università di Austin, Texas, ha fatto una scoperta analizzando il comportamento dei topi. Gli animali avevano subito uno spavento in un determinato ambiente, ma successivamente vi venivano introdotti più volte senza che nulla di pauroso accadesse.

Le esposizioni “innocue” al luogo temuto avviavano un processo molto interessante. In un’area cerebrale diversa dal suddetto ipotalamo, l’ippocampo, alcuni neuroni reprimevano il ricordo pauroso mano a mano che l’animale si “convinceva” che non c’era più nulla di preoccupante.

L’ippocampo appariva coinvolto sia nel consolidamento dei ricordi spaventosi, che nella loro estinzione. Secondo i ricercatori, insomma, nel cervello si crea una “competizione” tra tracce di memoria: quella del ricordo passato e quella nuova, che “invita” a non avere più paura.

Si ritiene che questa dinamica possa applicarsi anche all’uomo.

Ciò spiegherebbe perché la terapia dell’esposizione, utilizzata in molti casi di fobia, può essere più o meno efficace. Il risultato dipende anche da quanto (e come) il paziente viene esposto alla situazione temuta: deve avere il tempo di consolidare delle nuove tracce di memoria che gli dicano “Ok, ora puoi smettere di avere paura”. Un’esposizione scarsa o veicolata male rischia di non cambiare molto le cose. Capiamo così perché evitare di affrontare una paura e, al contempo, ruminare, ossia pensare e ripensare al ricordo spaventoso, fa sì che ne rimaniamo schiavi. Impediamo al cervello di creare una nuova traccia mnestica che prevalga su quella vecchia.

Insomma, smettere di essere ossessionati da un ricordo è possibile, eccome. Servono solo un po’ di tempo e il giusto approccio, magari con la guida da un professionista.

Studi citati

“A Fear Memory Engram and Its Plasticity in the Hypothalamic Oxytocin System” Mazahir T. Hasan, Ferdinand Althammer, Miriam Silva da Gouveia, Stephanie Goyon, Marina Eliava, Arthur Lefevre, Damien Kerspern, Jonas Schimmer, Androniki Raftogianni, Jerome Wahis, H. Sophie Knobloch-Bollmann, Yan Tang, Xinying Liu, Apar Jain, Virginie Chavant, Yannick Goumon, Jan-Marek Weislogel, René Hurlemann, Sabine C. Herpertz, Claudia Pitzer, Pascal Darbon, Godwin K. Dogbevia, Ilaria Bertocchi, Matthew E. Larkum, Rolf Sprengel, Hilmar Bading, Alexandre Charlet, Valery Grinevich. Neuron, Volume 103, Issue 1, 3 July 2019, Pages 133-146.e8

“Distinct hippocampal engrams control extinction and relapse of fear memory” Anthony F. Lacagnina, Emma T. Brockway, Chelsea R. Crovetti, Francis Shue, Meredith J. McCarty, Kevin P. Sattler, Sean C. Lim, Sofia Leal Santos, Christine A. Denny & Michael R. Drew. Nature Neuroscience, 1–9 doi:10.1038/s41593-019-0361-z