Giancarlo Altavilla - Toscana Today

Mimmo Lucano, la solidarietà è un dovere costituzionale

di GIANCARLO ALTAVILLA – Una sentenza che non ha ripristinato l’ordine violato, ma ha mortificato la coscienza civile.

Ogni comunità ha bisogno di giustizia. È così dai tempi più remoti, quando anche nei gruppi sociali più ristretti vi era l’arbiter, colui al quale spettava di dirimere i conflitti, di stabilire l’ordine e la prevalenza tra posizioni contrapposte.

Gli uomini hanno bisogno di giustizia, perché il conflitto inter partes, asfittico e potenzialmente destinato a diventare violento, è nella funzione terza dello judex che trova il componimento.

La lunga storia dell’uomo sociale è anche la corrispondente rappresentazione delle sue giustizie, degli apparati, più o meno sofisticati, ai quali nel tempo le comunità hanno affidato il sommo compito del giudicare il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.

La giustizia è stata dea, figlia di Zeus e chiamata Dike; nel mito è rappresentata come una donna bendata, con una bilancia in una mano, e una spada nell’altra.

La spada simboleggia la severità e la punizione, cioè la sanzione comminata al reo dalla legge, la bilancia fa riferimento all’attività del giudice, che soppesa le argomentazioni delle parti in lite, la benda sugli occhi indica l’imparzialità.

Il mito di Dike è roba antica. Così le statue e i dipinti della dea.

Gli dei sono ormai tutti morti, le loro storie sono custodite nei libri e le loro effigi stanno chiuse nei musei.

Ma la giustizia c’è sempre. E anche oggi la vogliamo imparziale, bendata e ‘bilanciata’.

Tutti i suoi antichi orpelli sono spariti; oggi c’è solo la toga, che, come scriveva Antoine Garapon, nel suo ‘Del giudicare’, ‘è un costume maestoso che magnifica non tanto la persona, quanto la funzione’.

Ma cos’è la giustizia? Qual è il suo scopo?

La giustizia è la più umana delle scienze.

Essa è ciò che garantisce il rispetto del patto sociale tra gli uomini, i quali, oggi come sempre, è alla vecchia (e gagliarda) Dike che si affidano per ristabilire l’ordine violato, per punire la violazione delle regole, per decidere dove c’è il diritto e dove la soggezione.

La giustizia è instrumentum legis. Essa è il mezzo col quale viene garantito il rispetto della legge, in tutti i casi in cui essa sia stata violata o risulti male applicata.

La giustizia, quindi, non è un prius, ma un post. Prima di Dike c’è la legge. E la giustizia non è chiamata a pronunciare il suo discrezionale responso, ma a pronunciare il verdetto che la legge le indica, e le impone.

La legge, dunque.

La legge nella storia è stata quella divina, assoluta e superiore alle umane miserie (come dimostrò Antigone quando invocò la lex superior della pietà nei confronti dei defunti, per opporsi al dettato del re di Tebe che le avrebbe impedito la sepoltura dell’amato fratello Polinice). E sono state leggi quelle dettate dai monarchi assoluti e dai dittatori.

Oggi (almeno nella parte democratica del mondo), la legge è vox populi, è quell’insieme di regole e precetti che la comunità pone a presidio del proprio ordine, della propria organizzazione, dei propri principi e valori.

La legge moderna e democratica si è affrancata da qualsivoglia pretesa di assolutezza e definitività, per assumere un ruolo contingente, immanente. Essa deve dare voce giuridica e normativa alle regole che la società democratica ritiene adatte per la sua organizzazione, dismettendo i precetti che non trovino più nel comune sentire la loro legittimazione e sancendo quelli che, invece, esprimono la sopravvenuta sensibilità sociale.

E così, per esempio, il delitto d’onore o il duello tra ‘gentiluomini’, che la legge una volta tollerava tanto quanto la comunità li condivideva, oggi sono ascritti tra gli illeciti, perché la comunità non vuole (più) che un non meglio inteso ‘onore’ scrimini i delitti.

E così, per esempio, il reato di mendicità ha ceduto il passo alla regola della solidarietà sociale, come l’autorità genitoriale assoluta è stata cancellata dalle norme sulla violenza domestica e famigliare.

La legge democratica dà voce alla volontà del popolo e la recepisce nel suo continuo mutare. La giustizia, quale fedele e obbediente strumento di effettività della legge, impone l’applicazione delle norme e presidia l’ordine sociale.

Un circuito complesso e in incessante movimento; ma perfetto.

E tuttavia, il meccanismo a volte si inceppa.

Ieri, per esempio.

La giustizia italiana ha condannato l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, reo di aver commesso una serie di reati, tanto gravi da costargli una pena ultradecennale.

Secondo il tribunale di Locri, Lucano avrebbe delitto in modo spudorato: associazione a delinquere, truffa, concussione, peculato, falsità ideologia e qualche altra pagina del codice penale.

Nella sostanza, la responsabilità penale dell’ex sindaco discende tutta dalla sua azione di accoglimento e integrazione di alcuni immigrati nella città di Riace, ai quali il delinquente Lucano ha offerto l’occasione di una nuova vita di decoro, lavoro e dignità.

Ieri, la spada di Dike ha inferto una condanna (probabilmente) rispondente al disvalore normativo dei fatti processuali, e tuttavia non ha ripristinato l’ordine violato, perché la punizione del sindaco buono non ha risarcito la comunità offesa ma ha mortificato tante e tante persone che considerano l’aiuto ai migranti un dovere, non un delitto.

A Locri, ieri, la legge e il suo instrumentum non hanno danzato al passo del popolo e delle sue sensibilità, ma hanno fatto inciampare la coscienza di molti (e in primis del buon Lucano) negli offendicula di una giustizia nella quale il codice ha vinto sul giusto e sul sentimento della comunità.

Il tema non è quello di criticare una sentenza (che è materia di ricorso in appello), quanto di stigmatizzare l’odiosa circostanza che in Italia la solidarietà verso gli ultimi è un dovere costituzionale che tuttavia la legge non conosce, e che anzi punisce sotto il fuoco di fila di una serie di norme penali che esalano il miasmo della ingiustizia sostanziale, quella che con la spada non risarcisce ma ferisce.