Meraviglie della Mente - di Ugo Cirilli

Motivazione ed esercizio fisico, due teorie

In questa rubrica ho già affrontato il tema dell’attività fisica, che può avere positive ripercussioni anche sul benessere psicologico.

Tante persone avranno vissuto in prima persona la difficoltà di mantenere, nel tempo, routine di esercizio costanti. È una situazione comune: si inizia con entusiasmo uno sport o un’altra forma di attività fisica, pieni di buone intenzioni, poi l’entusiasmo va gradualmente svanendo. Una problematica forse più presente che mai in questo periodo, con le palestre chiuse e la necessità di motivarsi da soli a fare un po’ d’esercizio. Per i più sedentari, poi, l’ostacolo può presentarsi già in partenza: difficile cambiare drasticamente stile di vita dall’oggi al domani.

Motivazione ed esercizio fisico, due teorie
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Due ricercatori delle Università di Potsdam e Ginevra, il dott. Ralf Brand e il dott. Boris Cheval, hanno esaminato due teorie sull’argomento. In un articolo dell’anno scorso, pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychology”, ci aiutano a capire come incrementare la motivazione all’esercizio fisico.

Non siamo poi così razionali…

I due psicologi partono da una constatazione. Negli studi sulla motivazione spesso si ritiene che per adottare una routine di esercizio, in particolare, occorra ragionare sui benefici che otterremo e creare situazioni che incoraggino il cambiamento (ad esempio, allenarsi in compagnia di persone che ci stimolino ad agire). Insomma, la questione viene affrontata in termini molto razionali. Tuttavia, osservano Brand e Cheval, gli studi di area psicologica stanno mettendo in discussione tale impostazione. Nella decisione di cambiare qualcosa nel nostro stile di vita, entrano talvolta in gioco aspetti emotivi e irrazionali che non possono essere ignorati, o superati sempre imponendosi “buone intenzioni” e guardando al futuro.  

Motivazione ed esercizio fisico, due teorie
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La Affective-Reflective Theory (ART) ipotizza che l’idea di fare esercizio attivi associazioni mentali ed emotive automatiche, che dipendono dalle nostre esperienze passate con l’attività fisica. Ci è capitato di provare imbarazzo? Abbiamo vissuto sensazioni molto spiacevoli, l’ultima volta che ci siamo dedicati all’attività motoria? O, al contrario, ci siamo sentiti soddisfatti, orgogliosi, rinvigoriti? Quando valutiamo a distanza di tempo l’idea di riprendere l’allenamento, il peso del passato si fa sentire. L’esperienza di ognuno di noi ci predispone positivamente o negativamente verso l’esercizio.

Un’altra teoria contribuisce, secondo Brand e Cheval, a spiegare perché incrementare l’attività motoria nel quotidiano possa risultare difficile: la TECM, Theory of Energetic Cost Minimization. Secondo tale visione, per ragioni evolutive cerchiamo istintivamente di minimizzare gli sforzi. È stato osservato, ad esempio, che le persone tendono a impiegare meno energie possibile per una determinata azione. Questa caratteristica è un “lascito” dei nostri antenati: quando il cibo scarseggiava, un dispendio metabolico inutile poteva essere perfino pericoloso.

Cosa fare per uno stile di vita più attivo?

Cosa ci dicono queste due teorie, quando ci chiediamo come superare la pigrizia e fare regolarmente esercizio fisico?

Per vincere l’istintiva tendenza al risparmio metabolico, spiegano i due autori dell’articolo, occorre sentirsi rilassati, concentrati e coltivare l’autocontrollo, ma non solo. Diviene importante anche rendere quanto più possibile piacevole l’iniziale approccio con l’allenamento.

Come fare? Non credo che esista un’unica risposta. Ognuno di noi ha le proprie preferenze, la propria sensibilità. Qualcuno potrebbe sentirsi a suo agio condividendo l’attività fisica con un amico: adesso non è possibile allenarsi insieme, perché non scambiare allora consigli via social o messaggistica, spronandosi a vicenda, dandosi degli obiettivi? Altre persone, al contrario, possono preferire l’allenamento in solitaria. Pensiamo poi alle condizioni in cui facciamo esercizio: vogliamo ascoltare le nostre canzoni preferite, o gradiamo la concentrazione del silenzio? Anche l’abbigliamento può rendere più o meno piacevole l’attività fisica, non solo in termini pratici. La nostra “tenuta da fitness” non deve farci sentire ridicoli: l’estetica vuole la sua parte. Non consideriamoci quindi frivoli a scegliere l’”outfit” con un occhio di riguardo anche allo stile.

Con riferimento alla teoria ART, che si sofferma sul peso delle esperienze negative passate, Brand e Cheval sottolineano l’importanza dell’atteggiamento del personal trainer o dell’istruttore sportivo (un aspetto da considerare anche in questo periodo, poiché qualcuno richiede la consulenza di esperti via web). Occorre una comunicazione verbale incoraggiante, accompagnata alla capacità di assegnare un carico di esercizi adeguato, non eccessivo. Nelle prime fasi in cui una persona si approccia al fitness o a uno sport, infatti, è facile che subentri lo scoraggiamento di fronte a un impatto iniziale negativo.

Riassumendo le considerazioni dei due psicologi, quindi, non dobbiamo vederci come perfette “macchine razionali”, alle quali bastano pensieri del tipo “dimagrirò a tempo per la prova costume” o “avrò un fisico più muscoloso” per cambiare abitudini. Piccoli accorgimenti, come un esercizio graduale e condizioni di allenamento piacevoli e rilassanti, possono fare la differenza.

Articolo citato:

“Theories to explain Exercise Motivation and Physical Inactivity: Ways of Expanding Our Current Theoretical Perspective” (R. Brand, B. Cheval, Frontiers in Psychology Studies, 21/05/2019, https://doi.org/10.3389/fpsyg.2019.01147)