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Musica e Natura

by Massimo Arduino
Musica e natura

Tra tutte le forme d’arte, la musica è quella che ha il rapporto più stretto, per il solo fatto di essere “aria”, impalpabile materia

Tra tutte le forme d’arte la musica è sicuramente quella che ha il rapporto più stretto con la natura e con la scienza in generale. Il solo fatto di essere “aria”, di esistere come emissione d’onde sonore e di essere impalpabile materia fatta solo di frequenze e di timbri, la rende difficilmente classificabile.

I primi esseri umani conoscevano i suoni e impararono presto a doverli anche riconoscere per motivi di pura sopravvivenza: il tuono annunciava la tempesta, un ruggito consigliava la fuga. Una delle più comuni definizioni di musica è quella di “arte del suono organizzato”, o, specificando meglio, di arte del produrre significati e sensazioni organizzando suoni e silenzio. Potremmo, forzando un po’ il concetto, sbilanciarci a dire che la musica sia un lodevole tentativo di mettere ordine nei suoni della natura, imponendole la forza organizzatrice dell’essere umano “custode del creato”.

In realtà, fin dagli albori, la musica, e soprattutto il canto, suo primo e naturale strumento, è stata concepita proprio come emulazione dei suoni della natura e usata per cerimonie propiziatorie e di celebrazione degli eventi naturali. Con la musica si festeggiava la fine dell’inverno e il ritorno del sole così come si auspicava il buon raccolto e la buona caccia. Si usò poi sempre la musica come strumento di preghiera agli Dei che, personificazioni della natura stessa, si chiamavano Cerere o Cibele oppure Gea, la primigenia dea della terra. E, proprio come accadde per la natura, l’uomo trovò nella musica tutta una serie di grandi e piccoli misteri da indagare, non tutti svelati completamente nemmeno oggi.

Il più grande resta quello degli effetti della musica sulla psiche. La certezza fondamentale è che la musica, come tutti gli altri suoni, viene percepita con le orecchie. Il mistero comincia subito dopo: dove va a finire? Al cervello? Al cuore? Nell’anima? “La musica è una delle vie per le quali l’anima ritorna al cielo” scrisse Torquato Tasso, ma ancora nessuno ci ha spiegato come. Così pure ignoriamo come mai l’uomo, che evita con cura la sofferenza in ogni campo, goda della musica in maniera maggiore quando questa è malinconica, struggente se non addirittura triste. Quasi a voler domare questa ribellione della musica alle spiegazioni scientifiche, per molti anni i musicisti si sono adoperati, con la tenacia di un entomologo, ad analizzare i fenomeni musicali, a studiarli, a parcellizzarli per poter domare una materia assolutamente sfuggente.

La notazione di Guido d’Arezzo, nell’anno mille, fu tappa fondamentale per consentire di tramandare le melodie in assenza di strumenti riproduttivi sonori, che arriveranno un migliaio di anni dopo. Nel XVII secolo iniziarono gli studi sulla composizione per stabilire note certe e criteri tonali e armonici uguali per tutti. Sarà Johann Sebastian Bach nei due volumi del Clavicembalo ben temperato, a codificarli all’inizio del ‘700, fornendo lo strumento di riferimento a chiunque vorrà cimentarsi nell’arte del contrappunto, dei preludi e delle fughe. Questi meritori studi sull’armonia e la composizione ebbero però, come effetto collaterale, quello di ingabbiare l’estro dei musicisti in una serie di regole troppo rigide e matematiche, con il risultato di inibire gli slanci compositivi e uniformare troppo le creazioni artistiche. E lo stile barocco divenne, con accezione negativa, barocchismo.

Pur con la felice eccezione del genio di Mozart, anche nel periodo cosiddetto “Classico”, a cavallo tra i due secoli, la composizione sarà ancora rigidamente inquadrata nelle teorie armoniche consolidate. Perché la natura torni prepotentemente al centro della musica bisognerà aspettare i primi anni dell’ottocento e il Romanticismo.

Il Romanticismo contrappone all’individualismo razionale degli Illuministi la spiritualità, l’emotività, la fantasia ma, soprattutto, l’affermazione dei caratteri individuali d’ogni artista. Nella musica è un’autentica rivoluzione, gli autori si sentono nuovamente liberi di infrangere le regole e di misurarsi con se stessi e con la natura che li circonda. Accanto ai generi consolidati, quelli liturgici, le sonate e il melodramma, si affacciano alla ribalta nuovi generi, esclusivamente orchestrali, come la sinfonia e il poema sinfonico che sono composizioni di forma libera ispirate a suggestioni letterarie e naturalistiche, sovente  esplicitate nel titolo.

La musica si riappropria così del compito di tradurre in suoni i contenuti di un testo e di far stagliare la figura umana sullo sfondo imponente della natura. Pensiamo, come esempio sommo, a Beethoven e alla sua sinfonia numero sei o Pastorale in cui imita con l’orchestra i suoni del bosco fino allo scatenarsi di una tempesta e alla successiva quiete. Mendelssohn fa ancora di più, usa la musica per descrivere la natura anche nella corrispondenza privata! Dopo una visita nel 1830 alla grotta di Fingal nelle isole Ebridi in Scozia, scrive alla sorella Fanny, anch’essa musicista, una lettera e, per descrivere lo spettacolo naturale, non trovando parole adeguate le manda otto battute musicali con il commento “Davanti a quello spettacolo mi sono sentito così”. Da quella melodia appena accennata Felix Mendelssohn trarrà poi l’Ouverture Le Ebridi, il cui tema iniziale è ripetuto e accelerato per riprodurre l’instabilità del moto delle onde con effetto quasi cinematografico.

Negli stessi anni l’opera lirica si impossessa del romanzo storico tedesco, francese e inglese, le opere di Scott, Hugo e Schiller vengono saccheggiate dai librettisti nostrani che portano in scena mirabili esempi di natura al servizio della musica, basti solo pensare al vento impetuoso riprodotto dal coro nel terzo atto di Rigoletto, o, sempre rimanendo a Giuseppe Verdi, alla tempesta spaventosa che apre l’Otello. Ma già in quella che è considerata la prima opera romantica, figlia dello Sturm und Drang tedesco, Der Friescutz, composta nel 1821 da Carlo Maria Von Webber, la famosa scena della Valle del lupo con una foresta tempestosa popolata di figure demoniache, aveva riportato la natura a protagonista assoluta di un’opera lirica.

All’inizio dell’Ottocento, e a supporto della musica romantica, arriva anche uno strumento che prima mancava nel panorama musicale: il pianoforte. E con il pianoforte arrivano anche le composizioni che approcciano la natura dal suo lato più nascosto e seducente: le canzoni senza parole, i notturni. E’ Chopin, con le sue note perlate, con i suoi arpeggi soffici e raffinati a farsi paladino di quel genere in cui la musica e la notte diventano una cosa sola.

Sdoganata ormai dal Romanticismo, la natura si riprende il suo posto nel palcoscenico musicale tramite alcuni topos ben precisi. Il più frequentato tra questi è l’astro notturno per eccellenza: la luna. Vincenzo Bellini dedica alla luna la sua romanza più famosa “Casta diva” in Norma, con quell’esposizione melodica iniziale, lunghissima e articolata, che ci fa “vedere” letteralmente la luna piena che appare tra le nuvole per rispondere alla preghiera della sacerdotessa. Settant’anni dopo la luna tornerà magica protagonista nell’opera Rusalka di Antonín Dvořák, anche questa volta evocata in scena ma per portare consiglio in una vicenda amorosa. Completamente illuminata dai raggi della luna è pure la soffitta di Rodolfo mentre aiuta Mimì a cercare la chiave nel primo atto di Bohéme perché “… qui la luna l’abbiamo vicina”. E, tornando al pianoforte, la sonata numero 14 di Ludwig Van Beethoven porta il titolo esplicito di “Chiaro di luna” e sarà solo la prima di altre composizioni pianistiche ispirate al nostro satellite, che ci accompagneranno fino alle soglie del ‘900, come farà Debussy con la  delicatissima “Clair de Lune”. Claude Debussy, grande ispiratore dell’impressionismo musicale, legò gran parte dei suoi titoli alla natura, basti ricordare la composizione orchestrale La mer o il suo preludio per pianoforte La cattedrale sommersa dal titolo così cupo e misterioso.

Appena meno frequentato dai musicisti rispetto alla sorella luna è il sole, che può comunque vantare exploit operistici notevoli come il finale del Guglielmo Tell di Rossini o quello dell’opera incompiuta di Puccini, Turandot, in cui la protagonista assoluta è l’alba, momento in cui il principe Calaf vincerà. Qui vale la pena di inserire una brevissima digressione nella musica meno paludata, in cui però la natura e gli astri hanno da sempre recitato ruoli importanti, come nella canzone napoletana. In O sole mio di Capurro e Di Capua, il sole diventa fulgido termine di paragone per lo splendore della donna amata mentre la luna in Luna rossa di De Crescenzo e Vian funge da testimone di una delusione amorosa sentenziando “Qua non ci sta nessuno”.

Il genere progenitore della canzone, figlio del madrigale, è genere nobile: la liederistica tedesca, fatta da canzoni per voce solista e pianoforte su poesie romantiche. Il ciclo di lieder più famoso è il “Winterreise” (Viaggio d’inverno) di Franz Schubert, composto nel 1827 su 24 liriche del poeta tedesco Wilhelm Müller. Qui troviamo il trionfo del pianoforte che si fa Natura: di volta in volta diventa l’urlo del vento, l’infuriare della tempesta, lo scorrere dell’acqua, il gracchiare dei corvi. Si potrebbe andare avanti sul tema per esempi quasi all’infinito, ma forse è sufficiente appena un’ultima considerazione: la musica prende etimo dal sostantivo greco μουσική, cioè “relativo alle Muse”, quelle divinità che nella mitologia greca e poi romana sovrintendevano alle arti. Curiosamente non esisteva una Musa della musica, in quanto la musica era l’arte comune a tutte le Muse. Un’arte che supportava tutte le altre, un’arte intrinseca e necessaria. In fondo, non così anche per la Natura, di cui tutti siamo parte senza bisogno di specificazioni anche se spesso ce ne dimentichiamo?

(foto: Valipohotos – licenza Pixelbay)

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