Improvvisatore involontario a New York
CULTURA, Eventi: Arte Musica e Teatro, MUSICA

MUSICA – Improvvisatore Involontario

di CINZIA GUIDETTI – Storia di un collettivo di artisti e di un’etichetta: Francesco Cusa, Paolo Sorge e Carlo Natoli

Nell’attuale situazione Covid italiana, tra le realtà più colpite e fortemente in crisi c’è quella della musica: musicisti e addetti ai lavori si sono trovati ad affrontare annullamenti dei concerti e restrizioni e tutto il comparto ne ha risentito fortemente. Di questo ne fanno parte anche i collettivi di artisti, come Improvvisatore Involontario fondato nel 2004 da tre musicisti: il batterista Francesco Cusa e i chitarristi Paolo Sorge e Carlo Natoli, uniti dall’amicizia e da un’idea comune.

Com’è nata l’idea del collettivo Improvvisatore Involontario? E come si è evoluto in questi 16 anni?

Paolo Sorge – Nel 2004 Francesco Cusa, io e Carlo Natoli (poliedrica figura di musicista e produttore di musica acustica e elettronica, attualmente residente a Londra che ha lasciato il collettivo per altre esperienze) lavoravamo già da qualche tempo su una versione in trio batteria-chitarra elettrica-chitarra baritona del progetto Skrunch, un gruppo fondato da Francesco Cusa, qualche anno prima, e interamente basato su sue composizioni dal linguaggio rigoroso nella scrittura, ma anche molto aperto all’improvvisazione. Ognuno di noi aveva già un notevole bagaglio di esperienze creative e aveva vissuto più volte, da protagonista, certe realtà associazionistiche formate da musicisti. In quel periodo avvertivamo la necessità di mettere in connessione queste esperienze provando ad andare oltre la realizzazione di progetti musicali, e gettare così le basi per la creazione di una rete formata da personalità creative simili alle nostre, cioè fortemente motivate alla diffusione di linguaggi artistici “off”, ovvero non sostenuti da alcun mercato o istituzione. Il dato forse più interessante è che Improvvisatore Involontario nasce sì a Catania, ma fin dall’inizio si rivela una realtà geograficamente delocalizzata, con adesioni da ogni parte di Italia e anche oltre. Abbiamo pensato, fin dalle origini, di poter aprire questo network spingendoci ad accogliere istanze artistiche, anche molto diverse da quelle che costituiscono il nostro humus creativo (nel mio caso il jazz), convinti che l’improvvisazione fosse una pratica dal grande potenziale comune a molte forme espressive non soltanto musicali. Di fatto l’espressione più nota di Improvvisatore Involontario è forse l’etichetta discografica che ancora oggi continua a offrire una cassa di risonanza importantissima a molti musicisti che difficilmente troverebbero una loro collocazione nel panorama mainstream attuale. Tuttavia siamo riusciti a consolidare la nostra realtà anche ponendo l’accento sull’idea di collettivo delocalizzato, un luogo in cui possono ritrovarsi artisti di varia estrazione e provenienza e in cui, pragmaticamente, chi ha voglia di creare contenuti trova un contenitore pronto ad accoglierli senza logiche commerciali e senza un manifesto artistico troppo vincolante. Questo spiega la nostra propensione a un ricambio generazionale continuo e l’assenza di una vera e propria gerarchia nel nostro organigramma.

Francesco Cusa

Punta di diamante del collettivo è “Naked Musicians”, l’orchestra di improvvisazione ideata e diretta da Francesco Cusa attraverso una personale versione della tecnica di conduction. Com’è nata questa idea?

Francesco Cusa – “Naked Musicians” nasce delle mie esperienze di conduction che via via si sono susseguite negli anni a cominciare da quelle, intorno ai primi anni ’90, con Butck Morris (1947 – 2013) con cui ho avuto modo di suonare varie volte. Pian piano ho elaborato un metodo (in treno, in uno dei quei lunghi viaggi dal sud al nord che si facevano un tempo) che ho chiamato “Naked Musicians” e che è disponibile gratuitamente su Ibook Store (Francesco Cusa in Naked Performers: “Elementi di Conduction”). E’ un lavoro che si basa sulla rielaborazione personale della mia idea di conduction che, più che essere un rigido codice per regolare l’improvvisazione, è in realtà uno strumento che utilizza la simbologia per sublimare in qualche modo lo stesso segnale che viene dato; un musicista, comunque, resta libero di scegliere se seguire il segnale oppure no.

Improvvisatore Involontario in NYC to present its orchestra and its latest releases. March 9. 2011 @ Italian Academy – Columbia University Improvvisatore Involontario with Mauro Pagani in concert Francesco Cusa, conduction Gaia Mattiuzzi, vocals Antonino Chiaramonte / Anna Troisi, live electronics Flavio Zanuttini, trumpet Alberto Popolla, bass clarinet Gaetano Messina, violin Tommaso Vespo, piano Marco Cappelli / Enrico Cassia / Fabrizio Licciardello / Paolo Sorge, electric guitar Alessandro Salerno, classical guitar Michele Caramazza / Luca Lo Bianco, electric bass Antonio Quinci / Andrea Sciacca, drums

L’idea di creare anche un’etichetta discografica com’è nata?

Sorge – Dal 2004 in poi abbiamo messo insieme un catalogo discografico molto ricco e variegato nelle proposte, e questo è stato un chiaro segnale di quanti artisti sentissero, e sentano tuttora, a partire da una progettualità distintiva, la forte esigenza di farsi ascoltare. Da sempre abbiamo un piccolo gruppo di ascolto che seleziona alcune fra le tantissime proposte che ci arrivano. Evidentemente chi ha una nuova produzione musicale preferisce affidarsi a un “marchio” in cui si può riconoscere e attraverso il quale può avere una buona visibilità, piuttosto che organizzare in modo del tutto indipendente la filiera produzione – stampa – distribuzione – comunicazione. Un aspetto molto interessante per gli artisti è che Improvvisatore Involontario è davvero un ente no-profit: non facciamo attività commerciale, ma espletiamo unicamente la funzione di amplificatore verso il pubblico agli addetti ai lavori apponendo un nostro “bollino di qualità”. Un altro aspetto che mi piace evidenziare è quello della contraddizione (soltanto apparente) tra produzione discografica su supporto fisico e in digitale, visto il largo consumo di musica in streaming, e la vocazione eminentemente effimera che è caratteristica delle musiche improvvisate, mai ripetibili testualmente.

Paolo Sorge

Cosa vuol dire oggi, in periodo di Covid, avere un’etichetta discografica? Quali sono le difficoltà?

Cusa –Il Covid ha accentuato problematiche che erano già presenti in maniera lampante. Avere un’etichetta discografica in periodo di Covid significa rischiare e credere molto in un supporto, quello del CD, che ormai ha un mercato molto relativo. Significa sostanzialmente essere convinti di una forte risposta da parte di chi, in qualche modo, è in grado di sostenere ancora una proposta musicaleche passa attraverso questi supporti. Devo dire che anche ai concerti si trova sempre qualche appassionatolegato all’oggetto come se fosse un feticcio. Per esempio il mio ultimo doppio disco “The Uncle – Giano Bifronte” uscito a febbraio 2020 per la nostra etichetta e Kutmusic, per la prima volta unite insieme, è stato sì un investimento, però, chi ha avuto questo prodotto tra le mani, ha potuto trovare nel booklet le mie poesie dedicate alla memoria del pianista Gianni Lenoci (scomparso il 30 settembre 2019), che con me aveva collaborato alla realizzazione del disco. Speriamo che il CD non perda la sua caratteristica un po’ come il libro non l’ha persa nei confronti dell’audiolibro, nonostante ci sia una forte crisi dell’editoria.

Il settore della musica, già in crisi, in questo periodo storico è stato uno di quelli più colpiti. Come pensate che ne uscirà?

Sorge – Ho sempre pensato al supporto discografico, e in generale all’oggetto audio, come un richiamo per il pubblico, uno strumento molto potente per invogliare la gente a uscire di casa per venire ad ascoltare dal vivo la musica. Niente di più. Ritengo che questa missione oggi sia ancora più importante di fronte al collasso del mercato discografico di cui è artefice Spotify in primis e in generale i social network, e alla luce del recente lockdown globale che rappresenta una minaccia diretta per la cultura e in particolare per le arti performative. Dalla crisi attuale se ne uscirà attraverso una presa di distanza da tutto ciò di negativo che offre lo scenario dei social network, la sindrome da smartphone, ormai riconosciuta come tossicità anche presso i nostri SERT e oggetto di studi e piani terapeutici, l’illusione di essere in contatto con altri esseri umani o di partecipare ad eventi standosene a casa. Occorrerà ritornare alle esperienze reali, vissute sulla pelle. Occorrerà mettere in secondo piano il paradigma visivo che impera sovrano da decenni, chiudere gli occhi e tornare ad esperire il mondo con gli altri sensi. Da musicista non posso che constatare l’ovvietà: la musica è l’arte dei suoni, e le onde sonore compiono il loro viaggio essendo prodotte da una superficie vibrante, trasmettendosi nell’aria e raggiungendo le orecchie e il cuore di chi le ascolta. Questo processo naturale e fisiologico, che si può compiere benissimo ad occhi chiusi, è stato brutalizzato e ormai devitalizzato dal video e dalla conversione in codice binario, la prerogativa dell’informatica. Occorrerà tornare agli strumenti musicali, alle voci, all’emozione di andare ad ascoltare un bravo musicista dal vivo, al respiro musicale. I computer e gli smartphone faremmo bene ad abituarci a lasciarli a casa o nei luoghi di lavoro.

Quindi quali potrebbero essere le idee per risollevare le sorti della musica?

Cusa – Questa è una domanda epocale. Io penso che la musica non abbia nessuna sorte da cui risollevarsi. La gente ha sempre operato, dal punto di vista musicale, in ogni momento. Il problema non penso che sia come risollevare le sorti delle musiche, ma delle coscienze. Sono un po’ distante dall’osservazione che ha fatto Paolo: io ritengo che questo sia un cambiamento fondamentale, e che siano semplicemente i prodromi di un futuro in cui tutte le nostre speranze e ambizioni gioveranno dell’interconnessione per passare a una fase di totale rigenerazione che io definisco “big network”, anche se occorrerà passare attraverso molte sofferenze. E comunque, in fin dei conti, criticare ciò che accade è sempre stato il leitmotiv di tutte le vecchie generazioni rispetto alle nuove: ricordo “I vecchi e i giovani” di Pirandello, ad esempio. Io ritengo, invece, che le nuove generazioni avranno le risposte e si ritroveranno di fronte un mondo che noi non possiamo neanche concepire. Io sono molto fiducioso. Credo nelle  generazioni future e nella biotecnologia e tutto ciò che i nuovi ragazzi, forse i nostri nipoti, riusciranno a fare: secondo me sapranno affrontare meglio di noi le problematiche del mondo e quindi anche la musica.

Come vedete Improvvisatore Involontario al compimento dei 20 anni?

Sorge – A 20 anni siamo giovani! Non posso che augurarmi quello che abbiamo sempre auspicato, come ho già detto, ovvero un continuo ricambio generazionale. Per noi questa realtà in un certo senso appartiene a chi se la prende, a chi ha voglia di esprimersi e si riconosce nelle nostre prerogative. Le porte sono sempre state aperte, soprattutto nei confronti dei più giovani che hanno voglia di dire qualcosa. Mi auguro anche che i giovani, prima di dire qualcosa di proprio, apprendano dallo studio della storia ciò che è già stato detto, per non rischiare di scoprire l’acqua calda come spesso accade.

Cosa dovrebbe cambiare (e se) l’etichetta discografica a fronte, non solo del Covid, ma della digitalizzazione?

Cusa – Certamente una etichetta discografica si deve adeguare al cambiamento, ma è anche vero che da questa punto di vista non avendo noi uno scopo di lucro, come ben spiegato da Paolo, tendiamo a preservare un patrimonio di cultura e conoscenza. Chiaramente se dovessimo competere in un mercato saremmo tagliati fuori.

L’ultimo disco di Improvvisatore Involontario è uscito anche in vinile. Pensate di mantenere questo nuovo supporto?

Sorge– Sì. Pierpaolo Chiaraluce “The Pier” ha optato per la stampa del suo lavoro “Imaginary Geographies” (uscito ad agosto 2020) sul fascinoso supporto del long-playing in vinile e noi abbiamo accolto con entusiasmo questa novità. Naturalmente questa scelta retrò corrisponde, come è noto, a una tendenza generalizzata nel mondo delle musiche indipendenti e non solo in quanto costituisce un ritorno al supporto fisico, un invito alla presa di distanza dalla saturazione di proposte cui lo streaming digitale ci ha abituato. E’ una scelta che ci piace molto, e del resto può convivere tranquillamente con la consueta distribuzione sulle piattaforme digitali più note. Inoltre siamo in attesa di una bellissima novità, che è la ristampa su vinile, in altissima qualità, dell’album “Animal Love” del Glen Ferris Italian Quintet. Glenn Ferris, storico trombonista crossover con alle spalle tra l’altro collaborazioni con Frank Zappa, in compagnia di quattro noti musicisti di area toscana (Mirco Mariottini, Giulio Stracciati, Franco Fabbrini e Paolo Corsi) ha pubblicato ad agosto 2018 con Improvvisatore Involontario questo lavoro che è poi diventato oggetto di interesse da parte dell’etichetta discografica statunitense SoundScapes. La pubblicazione è prevista entro la fine del 2020 e farà parte di una tetralogia di dischi in vinile interamente dedicata alla musica di Glenn Ferris. Per noi vuol dire che i semi buoni germogliano!

Il collettivo nel corso degli anni ha perso un po’ di iscritti. Come pensate di sollevare le sorti di II?

Cusa – Il collettivo è indubbiamente cambiato dopo tanti anni di sforzi e di amore per la musica condivisa. Improvvisatore Involontario aveva come obiettivo di aprire le porte a tutti, cioè di non di essere un laboratorio artistico riservato a un’idea estetica, ma era una sorta di portale attraverso cui esprimersi: e per un periodo, infatti, abbiamo avuto anche centinaia di iscritti. Nel 2011 con tutto il collettivo abbiamo fatto anche una “spedizione” di una settimana a New York, che adesso sembra quasi epica: un’esperienza che ho ripercorso in “L’avventura degli Improvvisatori Involontari alla conquista delle Americhe”, racconto contenuto nel mio libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa” uscito con Algra Editore l’anno scorso. Le sorti di Improvvisatore Involontario non sono più da risollevare perché Improvvisatore Involontario si è trasformato in una etichetta gestita da me, Paolo Sorge e Mauro Medda (a cui riconosco il merito di portare avanti in primis il lavoro), e quindi noi continueremo soltanto come etichetta. Dichiaro qui, che per me, è finita la parentesi dei collettivi. Sono stato tra i creatori di Bassesfere e Improvvisatore Involontario ed è stata una esperienza che ha attraversato lustri della mia vita; adesso la considero conclusa anche in funzione di questo cambiamento che è in atto.

(Video: Improvvisatore Involontario in NYC to present its orchestra and its latest releases. March 9. 2011 @ Italian Academy – Columbia University Improvvisatore Involontario with Mauro Pagani in concert Francesco Cusa, conduction Gaia Mattiuzzi, vocals Antonino Chiaramonte / Anna Troisi, live electronics Flavio Zanuttini, trumpet Alberto Popolla, bass clarinet Gaetano Messina, violin Tommaso Vespo, piano Marco Cappelli / Enrico Cassia / Fabrizio Licciardello / Paolo Sorge, electric guitar Alessandro Salerno, classical guitar Michele Caramazza / Luca Lo Bianco, electric bass Antonio Quinci / Andrea Sciacca, drums)