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"Nel blu" di Franco Galletti

by Antonio Carollo

Franco Galletti è attivo dagli ultimi anni Settanta. Era il momento in cui si avverte un bisogno nuovo di comunicare, dopo la febbre degli anni Sessanta, tesa a rinchiudersi in un formalismo quasi scientifico, in una ricerca di strutture e strumenti di scrittura, nella messa in discussione dello statuto stesso del lavoro poetico. Dopo l’annullamento dell’io, la disseminazione e la degradazione dei significati, riemerge dalle macerie e dalle scorie un soggetto stralunato e marginale, spossessato del suo stesso linguaggio, smarrito nell’impossibilità di agire nel presente, segnato dalla propria inautenticità e inutilità. Tuttavia c’è la voglia di una pronuncia. Il binomio scrittura-oralità è sotto tensione. La parola s’insinua in altre forme di espressività. La voce , il gesto, il respiro fisiologico, il movimento del corpo, la performance, le sonorità, sono il tentativo di uscire da un’impasse, di sfuggire all’afasia.
A Viareggio abbiamo avuto un epigono di questo fare poetico con la presenza di Luciano Caruso, Arrigo Lora -Totino, Lamberto Pignotti, Adriano Spatola e con la mostra “Spazio Suono” a Villa Paolina nel 1984. Il pluralismo delle tendenze, la ricerca di nuove vie, erano vanificate dalla mancanza di un progetto. Che fare? Era l’interrogativo. Negli anni Ottanta cominciano a delinearsi dei percorsi (vedi la poetry-body di Porta). Franco Galletti (figura appartata ma in sintonia col mondo letterario nel travaglio sulla produzione di un senso per mezzo di una parola ormai quasi indicibile) s’inserisce nell’alveo delle nuove proposte. La sua scelta è precisa: il linguaggio parlato, fino ai piani più bassi della significazione. L’io è scarnificato, residuale, oppresso dall’impotenza e dall’inutilità del gesto, del segno della voce. È consapevole della frana in assenza della metafisica. Il suo è un lirismo anti-canto, ossificato. La sua voce è dimessa, spersonalizzata, eppure pungente, che colpisce, che scava nei recessi dell’esistenza. La parola è pietra levigata dal flusso delle vite e dei destini; è segnata dalla durezza dell’esperienza (non si può fare, e la poesia è fare, se non si è sperimentato). Il suo è un abbandono vigile, di fronte alla realtà prevaricatrice e violenta. Il discorso è un sillabare sommesso, scabro, ma denso di tonalità , spesso diretto, fatto di immagini, a tratti metaforico, reso inquieto dall’umore che a volte s’impenna e sfocia in parole crude, senza appello, per poi acquietarsi, sostanziato da un pensiero tagliente ma intriso sensibilità, aperto ad accogliere le complesse sfaccettature della vita. Notevoli sono gli squarci narrativi, i frammenti di vissuto, la limpidezza visionaria del sogno, l’incandescenza di schegge del reale. Il suo linguaggio sembra scorrere senza ostacoli, sa mimetizzarsi nella tessitura densa di motivi, nella varietà delle corde, negli scarti, nelle tregue inquiete, nelle accensioni. Il verso libero si adegua docilmente alla temperie che investe il poeta. Spesso da un andante stralunato e malinconico si passa ad un martellamento giocoso, ironico o sarcastico. La parola è aperta, a tratti risentita o cruda, l’immagine scorre come specchio di un’anima smarrita, ma consapevole e sensibile. Il percorso tematico si svolge, con cadenza quasi prosastica, contrassegnato dal rumore di fondo del conflitto con la realtà.
Il poeta entra subito in media res, avvolto in una atmosfera di sospensione “… teniamo il respiro/ tesi e trepidi/ eccitati e folli pieni di paura…” In pochi versi, scolpiti sul granito, ecco delineata la condizione dell’uomo, sospeso, eccitato, angosciato, folle. La densità metaforica di questa poesia ha l’evidenza di un destino incontrovertibile. Visione non nuova, pensiamo, solo per qualche aspetto, a Montale, ma folgorante nell’originale snodarsi della sua corporeità testuale. Sulla spiaggia, da dove lo sguardo si allunga sul mare, “…in controluce le onde al largo / intessono la tela d’oro…”, dove la solarità della natura dà un qualche balsamo, il poeta s’interroga: “Sono felice?”. È solo un guizzo, “Mi sentivo freddo duro scabro/ come una pietra levigata dalla/ salsedine. Scheggia reliquia di vita./ Un nulla senza senso. Refrattario al/ mondo”.
La bellezza della natura non può annullare il buio del destino, il rifiuto di un mondo estraneo e indifferente; è un’intermittenza. Rimane la paura della perdita, il labirinto a spirale verso il basso. Il pensiero della morte incombe. Il suicidio di un amico, un incubo notturno lo prostrano. Il senso di estraneità si fa acuto, l’umore si abbassa fino a sfiorare sarcasticamente la vanità del fare poesia. Un pianto senza lacrime, un’angoscia, un’interrogazione si fa strada nella psiche; nessuna possibilità di risposta, l’io si attorciglia in spirali di impotenza e di paura. Il poeta prova ad ironizzare sulle proprie idiosincrasie, ma è un’ironia fredda, amara. Lo sfascio, il dissolvimento di ogni certezza sono sotto gli occhi, tirano, tirano giù. Non ci sono risposte alle domande, però bisogna andare avanti. C’è una strada da fare. C’è una vita da consumare. La natura, la gioia, l’amore, sono là, si offrono, sa appropriarsene l’uomo? Il nichilismo di Galletti non arriva a negare all’uomo una chance lungo il percorso che porta verso il disfacimento. C’è “un bagliore, una fioca luce lontana…” appare all’orizzonte. Il fuoco non è del tutto spento; c’è un istinto ancestrale di sopravvivenza, un “magma incandescente” esplode nei ritmi spasmodici del desiderio, di corpi intrecciati in amore. La parola avvampa di sensualità; irrompono sulla scena pizzi, reggicalze nere, odori femminili, movimenti erotici “… le trafficavo sotto / le mutandine bianche con le dita…” L’obbiettivo si sofferma su un episodio di sesso in pineta, sui sentieri cosparsi di aghi di pino, invasi dall’odore del sale misto alla resina, nella luce abbacinante di un raggio di sole, mentre il mare sciaborda sulla battigia. L’amplesso è furioso e selvaggio, quasi una affermazione di forza e di vita. Il cammino si rischiara, escono dall’ombra delicate figure di giovani donne, disponibili e giocose, pronte a offrire le proprie nudità. Il passo si fa dolce, il ricordo di un bacio, di un sorriso, penetra di amore il corpo e l’anima del poeta; amore e dolore si mescolano al momento del distacco e della lontananza. Ma la tristezza è in agguato, il desiderio di annullamento torna ad oscurare il procedere incerto nell’intrico dell’esistenza. L’amore è solo un bagliore. Il ricordo di un viso, di un gesto, di una parola, dà tregua all’infelicità. Signora rimane madama malinconica solitudine, non accompagnata dalla fede, “Siamo senza rete”. “Quando al mattino mi prende la tristezza”. Torna la pulsione di morte. Di un fulminante realismo è lo strazio del padre sul letto di morte. I bagliori però persistono. “Amore e morte si confondono / e danzano alla luce della luna…” I gabbiani, i pescherecci, il declinare del giorno in un mite settembre, le frenesie del carnevale danno un breve sollievo, ma la ineluttabilità del destino umano incalza minacciosa; il sogno di una pienezza di vita presto cade. La ricerca diventa inutile e tutto degrada verso la noia e l’indifferenza.
A questo punto la voce del poeta si contrae; riemerge a sprazzi, in schegge aforistiche.
La varietà dei temi, che circolano nei testi di trent’anni di vita, fa di questo libro una summa del fare poetico di Galletti. L’impressione è di una full immersion nell’anima di un uomo, che “ha capito di non capire”, ma trova ancora la forza di uno sguardo sulla realtà, la percezione di una possibilità, la capacità di esorcizzare la quotidianità con l’esercizio duro solitario ed esaltante dell’arte.

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