Giancarlo Altavilla - Toscana Today

Non capisco la differenza tra un operaio e un sanitario

di GIANCARLO ALTAVILLA – Sul tolto obbligo vaccinale in Sanità non mi persuade il mutamento politico di regole tecniche e sanitarie.

Provate ad immaginare che un operaio dell’edilizia dichiari la sua obiezione di coscienza e si rifiuti di indossare il casco anti infortuni. Oppure provate ad immaginare il passeggero di un aereo che esprima la sua ideologica contrarietà alla cintura di sicurezza e quindi voglia viaggiare liberamente seduto sulla sua poltroncina o in piedi.

La maggior parte di noi dissentirebbe. Alcuni per reazione istintiva: c’è una regola, e deve essere rispettata. Punto. Altri, più meditatamente, penserebbero che le norme che disciplinano le azioni e i comportamenti non sono mere coercizioni ma strumenti posti a tutela della collettività e dei singoli individui che la compongono, cosicché il loro ossequio non solo un fatto personale, ma anche sociale e di sistema.

Il casco serve al lavoratore edile per garantirgli la protezione in caso di sinistro. La cintura di sicurezza in aereo serve al passeggero per proteggersi in caso di turbolenze, che potrebbero farlo cadere o sbattere contro qualcosa o qualcuno. Il casco e la cintura proteggono l’individuo, ma non solo. Garantiscono la sicurezza del lavoro e del trasporto, evitano i sinistri e quindi i fermo-cantiere, i risarcimenti e quindi i costi assicurativi (che incidono sul cuneo fiscale).

I precetti comportamentali, quindi, hanno una valenza che, al netto del crescente, diffuso e incivile fastidio di rispettarli, riguarda il singolo e lo supera, per divenire regole di civiltà, sociale, lavoristica, etica, etc. Insomma, anche il cittadino più ostile al colore rosso, è bene che rispetti le regole del semaforo, perché ignorare l’ordine di fermarsi all’incrocio rischia di essere molto pericoloso, per sé e per gli altri.

Anche quella di vaccinarsi contro il Covid 19 è stata una regola, e anche quella ha dato luogo alle obiezioni di coloro che non hanno voluto rispettarla. Tra questi alcuni medici, non sempre scienziati ma stabilmente incardinati nelle (sempre meno) folte schiere degli operatori sanitari del servizio pubblico nazionalregionale. Per loro l’effetto del mancato rispetto della regola vaccinale era l’inibizione al lavoro, l’obbligo di astenersi dal prestare servizio negli ospedali e nei luoghi di diagnosi e cura.

La ratio della regola era composita.

Innanzitutto, era necessario sottrarre i lavoratori della sanità al rischio dell’infortunio professionale (tale è la contrazione di una infezione per ragioni di servizio). Come ha stabilito che nei cantieri edili si lavora con il casco per proteggersi dagli infortuni, così l’ordinamento ha prescritto che gli operatori sanitari dovessero essere vaccinati per scongiurare o ridurre al massimo possibile il rischio di infezione da Covid.

L’infortunio professionale non solo è fonte di obbligazione risarcitoria in capo allo Stato, ma è causa di disservizio, stante il fatto che il lavoratore offeso non lavora e, nella scalcinata sanità pubblica, la defezione anche di pochi lavoratori ha effetti perniciosi sulla efficienza del servizio.

Poi, quando il vaccino non era stato ancora massivamente distribuito nella popolazione, la presenza di persone malate e non vaccinate rendeva necessario scongiurare il rischio che il veicolo del virus pandemico fosse proprio l’operatore sanitario non vaccinato. Infine – ma questa è una illazione di chi scrive – la necessità che i lavoratori della sanità fossero vaccinati era anche sottesa al rischio della loro indisponibilità a occuparsi di pazienti malati di Covid (o anche di Covid), la cui infettività certo avrebbe consigliato i non vaccinati di astenersi da qualsivoglia contatto professionale.

Insomma, il vaccino per i sanitari era il casco dei lavoratori edili e la cintura di sicurezza dei viaggiatori nel cielo. Il beneficio atteso stava nella salute dei lavoratori, ed anche nella protezione del sistema sanitario, e perciò dei malati.

È di questi giorni la notizia che il nuovo governo d’Italia ha abrogato la regola della astensione obbligatoria dal servizio dei sanitari non vaccinati. Nonostante un (per ora modesto) riaccendersi di focolai d’infezione da Covid, i medici sine vax sono legittimati a rientrare in servizio.

Quale tra i presupposti e le finalità sottese alla vecchia prescrizione sia venuta meno non è dato di saperlo, e credo sia legittimo pensare che il contrarius actus del governo trovi sostegno non nelle mutate esigenze di sicurezza del lavoro e sanitaria ma solo nell’obiettivo di segnare un approccio nuovo e diverso al tema della pandemia.

Sembra oggi che il panico diffuso, le migliaia di morti, gli ospedali in tilt, non ci siano stati e che le regole dure e sofferte dei mesi che furono siano state superflue e sbagliate. Non è che le regole non possano essere cambiate; anzi, l’adeguamento e l’aggiornamento delle discipline è ciò che garantisce l’adeguatezza costante delle azioni e dei comportamenti.

Quel che non mi persuade è il mutamento politico di regole tecniche e sanitarie; quel che mi preoccupa è il timore che le regole nuove siano state dettate solo per segnare la differenza di questo tempo (nostalgico di identità partitica) da quello di prima (perduto nella sua vaghezza ideologica). Quel che sarebbe una beffa è che il personale sanitario non vaccinato si ammali per causa di servizio o, per non contrarre il Covid, si astenga dal curare coloro che, loro malgrado, se ne sono ammalati.

Il mutamento di rotta che serve non è quello di mutare e contraddire le regole precedenti, ma di organizzare un futuro. Ed è cosa facile per i neodecisionisti di questo tempo: investimenti corposi e seri, che partano dal finanziamento congruo e vigilato delle scuole e delle università e dalla immediata abolizione del numero chiuso nei dipartimenti tutti e innanzitutto di Medicina; e poi assunzioni, adeguate e meritate, tese a dare nuova e vera concretezza ed efficienza al Paese che langue.