Non è il numero dei parlamentari il problema, ma la loro qualità

Sta al popolo reagire alla tirannia della casta, al nichilismo dei politici da accatto, alla inconsistenza dei leader stagionali, che non sono meteore ma meteorismi

L’Italia è una repubblica parlamentare. Questo vuol dire che al centro dell’elaborazione delle prospettive politiche e delle leggi c’è il parlamento, composto, come si sa, della Camera e del Senato. L’Italia è intrisa di democrazia rappresentativa, nel senso che le determinazioni politiche, normative e di governo, non vengono assunte direttamente dal popolo, ma da coloro ai quali esso ha affidato la propria rappresentanza in seno alle istituzioni.

A livello locale, la comunità governa per il tramite dei propri rappresentanti comunali e regionali; sul piano nazionale, gli italiani governano affidandosi ai parlamentari, ai quali spetta di legiferare e di esprimere e sostenere il governo del paese, il quale può operare solo laddove abbia la fiducia della maggioranza dei parlamentari di Camera e Senato.

I costituenti hanno escluso la democrazia diretta, quella che rimette alla decisione del popolo le scelte di governo. Perché?

Be’, perché la sociologia, la scienza della politica e il diritto hanno insegnato che governare non è solo decidere (i casi singoli,) ma elaborare strategie di sistema, secondo visioni di medio/lungo periodo che (a parte le competenze culturali specifiche) richiedono riflessioni e confronti, dibattiti e approfondimenti, in genere incompatibili con il manicheismo della piazza: contro o a favore, si o no, giusto o sbagliato.

I più intellettualmente onesti non hanno mancato di esprimere la propria sfiducia nel popolo ‘ultimo decisore’; troppo influenzato dalla propria ‘pancia’, spesso scevro di strumenti di indagine e di conoscenze specifiche e non sempre in grado di proiettare i temi in una dimensione affrancata da logiche campanilistiche, di quartiere. Il popolo che lascia libero Barabba e accusa Gesù è l’argomento, o la suggestione, che fortemente milita a favore della democrazia rappresentativa, quella che dà al popolo la sovranità di eleggere i suoi rappresentanti, affinché in aule deputate al confronto, alla discussione e alla elaborazione politica, individuino e perseguano quel che tutti auspicano: il bene del paese.

Le aule parlamentari come vetrine luminose di una gioielleria

Secondo le prospettive costituzionali, al popolo deve essere incondizionatamente consentita la libertà di scegliere i propri rappresentanti, individuando i migliori, quelli che abbiano la levatura, la competenza, la generosità di scegliere per tutti. Costantino Mortati paragonava le aule parlamentari alle vetrine luminose di una gioielleria, nelle quali i deputati e i senatori sono i monili preziosi che brillano di luce propria. Guardate, non è un pensiero ingenuo (Mortati è uno dei più grandi maestri del diritto costituzionale italiano), né tristemente anacronistico.

Se, negli anni in cui è stato espresso, questo motto era poco meno che una constatazione, allora e di più oggi esso è un monito, un auspicio: il parlamento è il luogo dei migliori, dei pensatori, dei generosi, di coloro che hanno cose da dire e da dare.

La crisi del Parlamento e la riduzione dei parlamentari

Oggi il parlamentarismo è in crisi. Scarsa, scarsissima è la fiducia nei ‘rappresentanti del popolo’, troppo spesso rivelatisi inadeguati, incompetenti, propriamente delinquenti, a volte. È sulla risposta a tale contingenza che mi è piaciuto riflettere.

In questi anni, ci siamo sentiti dire che la politica costa, e troppo; che i parlamentari sono una pletora di sfaccendati e privilegiati, che il parlamento è asfittico e inefficiente. E dopo li sistematico refrain di questo argomentare, siamo di recente giunti alla approvazione di una legge costituzionale che ha diminuito il numero dei parlamentari: i deputati, da 630, sono stati ridotti a 400, i senatori, da 315, a 200. Così, secondo i pasdaran della politica italiana, minori spese, meno manovre di palazzo, maggiore snellezza nelle decisioni. Messa così, la condivisione è garantita.

Ma siamo sicuri che la riduzione del numero di rappresentanti del popolo nella massima istituzione del paese sia una cosa giusta? Secondo me non lo è, e provo a dire il perché.

L’Italia è un paese complesso, specchio del suo popolo, nel quale le idee come le ideologie assumono sfumature e connotazioni ricche di particolarismi, tradizioni, specificità, culture. La sua rappresentanza, per essere vera rappresentatività, non può rinunciare alla proiezione istituzionale della complessità, per garantire che il parlamento davvero risulti la proiezione della vasta e varia comunità di riferimento. E questo deve spingere non solo ad adottare un sistema elettorale che sia in grado di dare ‘voce’ al popolo tutto, nella sua dimensione numerica e civica, ma deve garantire una adeguata capacità rappresentativa. Anche dal punto di vista del numero di rappresentanti del popolo in parlamento.

Un parlamento (numericamente) piccolo non persuade

In un momento storico in cui abbiamo dovuto assistere alla ‘compravendita’ dei parlamentari, allo ‘scilipotismo‘ impudico, alla invocazione dei pieni poteri, un parlamento (numericamente) piccolo non persuade. Gli italiani sono 60 milioni e, sebbene facciano pochi figli, diventano progressivamente più numerosi. Non voglio tediare con la indicazione dei numeri, ma è facile rilevare che la proiezione di sessanta milioni di persone in 400 deputati e 200 senatori è asfittica e fa del parlamentare un rappresentante obeso, nel quale (solo per finta) si dovrebbe sintetizzare il mandato rappresentativo di un numero abnorme di cittadini. E quindi, se è vero come è vero, che il deputato e il senatore sono espressione di un bacino territoriale al quale dovrebbero essere legati da una afferenza concreta, politica e civica, la loro abnorme (e apparente) rappresentatività risulterà inevitabilmente inefficiente.

Si dirà: ma come reagire alla crisi di qualità del parlamentarismo italiano e al senso dello sterile e costoso privilegio di parlamentari inadeguati e, a volte, indegni? Secondo me, tornando al Mortati.

E’ il popolo che deve reagire alla tirannia della casta. Non è il numero dei parlamentari il problema, ma la loro qualità.

Sta al popolo reagire alla tirannia della casta, al nichilismo dei politici da accatto, alla inconsistenza dei leader stagionali, che non sono meteore ma meteorismi. Non è il numero dei parlamentari il problema, ma la loro qualità. Sono gli elettori che devono allestire le ‘vetrine’ del parlamento con monili luccicanti, rifuggendo dai fuochi fatui.

Non è facile, ma nemmeno impossibile. Come? Be’, la risposta sarebbe troppo ampia e difficile, ma, sinteticamente, direi così: una società senza politica è destinata alla confusione e alla dissoluzione; la politica è la scienza irrinunciabile che regola il patto sociale e lo arricchisce di contenuti e di futuro; il popolo non deve ricercare i suoi eroi, ma i suoi maestri, ai quali affidare il compito di indicare la strada, di disegnare il futuro e di proporre la prospettiva; i parlamentari inadeguati non devono rendere l’idea della inutilità del parlamento, ma quella della necessità di evitarne l’elezione, per dare spazio e voce ha chi lo merita.

Il referendum

Mi fermo qui, per arrivare al punto. Il 29 marzo 2020 si svolgerà il referendum con il quale gli italiani saranno chiamati a decidere se la riduzione del numero dei parlamentari deve essere definitivamente inserita nella Carta costituzionale o meno. Nello spirito del vecchio mito della Pietra di Minerva, rassegno la mia dichiarazione di voto: no, a mio avviso quella riforma del parlamento italiano è bene che venga respinta.

Non sono la concentrazione dei poteri e la riduzione della rappresentatività la risposta alla crisi del parlamentarismo e della democrazia istituzionale. Tutto al contrario, ci salverà la tutela delle istituzioni e la consapevolezza della urgente necessità di sottrarle ai politici sciocchi e bari, nella ricerca libera e democratica di quei monili che, brillando di luce propria, generosamente indichino il giusto cammino.