Non lasciatevi espropriare dal diritto di votare

di GIANCARLO ALTAVILLA – Oggi quello di poter votare sembra un diritto da poco, scontato, Il voto per tutti è nato nelle piazze.

Il 25 settembre si vota. L’Italia avrà un nuovo parlamento e un nuovo governo. Si dice che sia alla Camera, sia al Senato la maggioranza sarà di Destra e che il governo sarà presieduto dalla capa di Fratelli d’Italia, il partito della Destra italiana.

Può essere; stando a quel che si legge sui giornali e a quanto si sente nei discorsi della gente, stavolta può accadere davvero, che gli italiani, dopo le esperienze destrorse dei governi di Silvio Berlusconi, affidino il Paese alla Destra ontologica, quella del MSI, evolutosi in FdI.

Non mi addentro nella questione insistita dal Centro-centro-centrosinistra di Enrico Letta, in merito al pericolo della deriva neofascista. L’invocazione – a torto o a ragione – di quel rischio, quale strumento di convincimento degli elettori a votare in favore della deriva neodemocristiana, non mi persuade, né mi appassiona. Dico di più, non mi piace.

Quel che invece mi sollecita qualche breve riflessione è la certezza che molti cittadini, alcuni, ostili alle derive neo fasciste e neo democristiane, altri, indifferenti alla prospettiva di incaricare chicchessia di guidare il Paese, si asterranno dal votare, che, come si suol dire, diserteranno le urne. Li capisco. Tentazione forte, desiderio crescente e pandemico.

Non in mio nome; stavolta non li voto; nessuno mi rappresenta, facciano quel che vogliono; tanto non cambia niente. È questo il lessico di coloro che intendono rinunciare al voto; e pare siano così tanti che, se votassero, sbaraglierebbero sondaggi e pronostici, e se votassero per la medesima forza politica la farebbero vincere. Insomma, in un sistema di democrazia rappresentativa gli astenendi sono una parte significativa di popolo, una moltitudine di cittadini dalla voce muta.

A questi voglio rivolgermi. In Italia il diritto di voto nel 1861 era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di condizione sociale ‘elevata’. Il Paese era nelle mani di pochi, e quel manipolo di cittadini politicamente riconosciuti erano gli aristocratici. La popolazione italiana era composta di sudditi, proni al potere esercitato da altri, spesso contro di loro. Venti anni più tardi, nel 1881, il Parlamento dispose l’estensione del diritto di voto in favore della media borghesia, riducendo il limite d’età a 21 anni: i ricchi votavano, i poveri subivano.

Nel 1912, il parlamento approvò l’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi a partire dai 21 anni di età che avessero superato con buon esito l’esame di scuola elementare e tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni indipendentemente dal loro grado di istruzione. Quindi, il suffragio universale maschile vero e proprio è stato introdotto con la legge n. 1985/1918, che ha ammesso al voto tutti cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni, nonché i cittadini di età superiore ai diciotto anni che avessero prestato il servizio militare durante la Prima Guerra Mondiale.

Per il riconoscimento del diritto di voto alle donne bisogna aspettare fino al 1946. Sarà infine la Costituzione repubblicana che a proposito del voto politico stabilirà che esso è personale, eguale, libero e segreto e che il suo esercizio è un dovere civico.

Detto così però è un po’ semplicistico, sembra la placida evoluzione di un sistema (culturale, prima che politico) che a partire dalla oligarchia delle aristocrazie, giunge alla democrazia delle masse (elettorali).
La storia è più complessa, perché la spinta di quella evoluzione è stata popolare, e si è tradotta in rivendicazioni forti, tenaci, a volte violente.

Il popolo d’Italia ha voluto conquistarsi il diritto di decidere, di determinare le proprie sorti e quelle del Paese, di affidarsi agli uni invece che agli altri.

Il voto per tutti non è nato in parlamento, ma nelle piazze, nelle fabbriche, nei giornali progressisti e nei volantini clandestini, e ha rappresentato il più formidabile atto di coscienza politica del popolo italiano, che nel diritto di votare ha trasfuso il diritto alla libertà e alla autodeterminazione democratica.

Oggi quello di poter votare sembra un diritto da poco, scontato. Impellenze maggiori ne offuscano l’importanza, quasi che il bisogno di lavoro, di sanità, di strade, scuole e ferrovie sia quel che conta davvero, altroché le pantomime della politica.

Dobbiamo riflettere invece, e capire che il voto è il seme fecondo della democrazia, l’incipit di un sistema che non bisogna mai mandare alla deriva o lasciare in mani altre, senza il sostegno delle nostre.
Non si vota per prevalere, ma per partecipare, per far vincere l’unica cosa che conta: la democrazia.
Il voto è presenza, coscienza, responsabilità; ed è voce.

Il 25 settembre si contenderanno il palio della elezione tante proposte politiche, vecchie, fallimentari, neo vestite, nostalgiche; ci sono partiti vecchie e nuovi, candidati buoni e pessimi: decidere chi votare tra loro non è facile per quelli che non hanno appartenenze fideiste, convenienze opportunistiche o convinzioni ottimistiche.

E sia, però non lasciamoci espropriare del diritto di voler votare, non lasciamoci annichilire dalla inconsistenza dei troppi politicanti senza merito. Votiamo, andiamo a votare: e che sia primo su tutti un partito nuovo e trasversale: quello della cacciata dei mercanti dal tempio.