di ALDO BELLI – Domenica 12 giugno si deve andare a votare il Referendum per difendere la democrazia fondata sulla sovranità del popolo.
Domenica 12 giugno il popolo italiano sarà chiamato ad esprimere la propria volontà sul referendum riguardante la Giustizia. I quesiti referendari assumono un valore in sé, e rappresentano anche l’indicazione dell’aria che tira nel paese su un tema dei più controversi dell’ultimo terzo di secolo. Ma c’è dell’altro.
Il referendum è un diritto riconosciuto dall’art.75 della Costituzione italiana: “È indetto referendum popolare per deliberare la abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.
La formulazione fu ispirata dal parlamentarismo piuttosto che dalla democrazia liberale (termine quest’ultimo, liberale, massacrato in Italia con l’avvento di Berlusconi confondendo liberalismo e liberismo, un po’ intenzionalmente e un po’ per ignoranza). Si vede bene dall’art.75, che la Costituzione riconosce una sovranità del popolo (su iniziativa di 500.000 cittadini o 5 Consigli Regionali, sottoposta al vaglio della Corte suprema) più come atto dovuto che come schietta adesione al principio sacro di ogni sistema democratico costituito, potremmo dire, dall’ultima parola al popolo sempre.
Al di là del divieto di esprimersi sui trattati internazionali, tema quanto mai attuale, il punto grave rimane il limite di validità dell’esito referendario sottoposto alla partecipazione al voto della “maggioranza degli aventi diritto”. Se a votare sarà un numero di elettori inferiori al 50% il referendum è come se non fosse mai avvenuto (anche se il 49% degli italiani si esprimesse totalmente per il Si o per il No).
Il sorriso malizioso verrebbe spontaneo: l’astensione dal voto per le elezioni politiche e amministrative viene bollato come incivile, un segno di irresponsabilità dei cittadini di fronte ad un dovere pubblico verso il proprio paese; nel caso del referendum, invece, disertare le urne fa la legge. Ci sono una miriade di sindaci che a conti fatti risultano eletti da una minoranza di elettori, e non per questo qualcuno ha mai gridato.
La verità, purtroppo, è che la sovranità popolare in Italia vale solo quando fa comodo alla maggioranza: la quale, vero è che governa (Parlamento, Regioni, Sindaci) in nome del popolo, ma questo non dovrebbe sottrarla mai dalla volontà dei cittadini elettori: e in una democrazia liberale la volontà si esprime nelle urne.
Quel limite previsto dall’art.75 suona, e si spiega, come riserva di un sistema che all’art.1 della Costituzione sancisce “La sovranità appartiene al popolo”, ma che del popolo comunque diffida. Il referendum abrogativo rappresenta lo strumento inviolabile con il quale il popolo convalida o boccia il Parlamento. Non stupisce, dunque, come sta accadendo in questi mesi, che di fronte ad un referendum che in Parlamento non piace, si cerchi di sabotarlo con il silenzio; o magari liquidandolo come un verdetto pro o contro Matteo Salvini e la Lega che l’hanno promosso insieme ai Radicali.
In conclusione, ciascuno secondo coscienza, domenica 12 giugno vada a votare il Referendum: per difendere la democrazia fondata sulla sovranità del popolo.
Aldo Belli giornalista.
