Philippe Besson e “L’ultimo figlio”

di GIANCARLO ALTAVILLA – Il viaggio muto dello scrittore francese per accompagnare il figlio nella sua nuova casa.

Estate, tempo di riposo e di letture.
Negli scaffali delle librerie l’offerta è generosissima e sono tanti i volumi che meritano di essere letti.
Un bel libro è quello scritto da Philippe Besson, ‘L’ultimo figlio’, pubblicato da Guanda. Non è una storia, è un viaggio sentimentale. Quello di una mamma che assiste (e partecipa) al trasloco del figlio dalla casa di famiglia a quella dove andrà a vivere da solo, nella città in cui lavorerà, studierà, e sarà uomo.

È un libro di ripensamenti, nel quale lo sguardo dei ricordi accarezza le scene di una vita quotidiana che ha compiuto il suo ciclo, e che rimarrà viva solo nei luoghi della rimembranza, in alcuni oggetti che non servono al presente e in qualche foto che dà prova che i pensieri del passato non sono invenzione ma storia famigliare.

C’è l’ultima svegliata dal sonno pigro del figlio, c’è l’ultima colazione seduti al tavolo bambino. C’è lo svuotare una cameretta che, liberata dal suo disordine, scolora, diventa muta e inutile. Ci sono gli sguardi di sottecchi e i sorrisi incoraggianti, buoni solo a celare la tristezza. Ci sono le raccomandazioni e il regalo della fotografia di due nonni sorridenti, zavorra sentimentale da condurre nel nuovo mondo.
Una mamma, un figlio che scalpita. Un babbo che guarda l’ultima scena e fa finta di non sentire quanto già pesa la nostalgia di una quotidianità che non sarà più. La cameretta è vuota e nel soggiorno si sono accumulate scatole pronte a riempire una casa nuova. Ed è sorprendente che pochi bagagli possano portar via sguardi, sorrisi, litigi e accudimenti; possano far trincea tra il prima e un dopo che sarà pure la cosa più normale del mondo, e tuttavia frastorna, annienta, annichilisce.

Il libro racconta del viaggio muto per accompagnare il figlio nella sua nuova casa, la fatica del cuore di porgergli le scatole piene delle cose con le quali la riempirà. E poi del pranzo che serve solo a prolungare il tempo di prima che ormai non è più.

Le lacrime rimangono discrete, la generosità della mamma a lasciare che il figlio cominci il suo cammino prevale sul dolore di sentirsi abbandonata. Il figlio è cresciuto ed è pronto a vivere, come è giusto.
E lo fa intendere alla mamma, quasi a rimproverarle un dolore che non capisce. Ma poi i genitori partono, e il figlio rimane fermo sulla strada, guarda la macchina che si allontana, con la mano alzata in un saluto incredulo che sembra non dover finire mai.