di ALDO BELLI – Gestione di ingente denaro pubblico, non rispondere è una qualità di chi non sa, o di chi ha qualcosa da nascondere
Toscana Today ha posto nelle scorse settimane, oramai molto scorse, una domanda al presidente-direttore artistico della Fondazione Festival Pucciniano Alberto Veronesi. Una domanda semplice: quale motivazione artistica sta dietro l’ingaggio di 6 diversi direttori d’orchestra per 2 opere?
La domanda non era capricciosa, derivava dalla medesima constatazione pubblicata sulla più importante rivista web del settore esistente in Italia: OperaClick quotidiano di informazione operistica e musicale. “Difficile giudicare le bacchette al Pucciniano, specie in questa edizione in cui ci sono tre direttori diversi per tre esecuzioni di Tosca e altri tre per quattro esecuzioni di Turandot, dovendo legittimamente dubitare che chiunque di questi abbia avuto un numero di prove sufficienti per elaborare una lettura personale dell’opera”.
Un festival musicale, tanto più se si tratta di lirica, si ‘gioca’ il prestigio sulla qualità degli interpreti e dell’esecuzione orchestrale: le opere, si sa, sono sempre le stesse, possono variare i costumi e le scenografie, la regia, ma la musica è vincolata allo spartito e la ‘novità’ alla sua “lettura personale”.
La domanda, dunque, era non solo legittima ma anche doverosa. Pensiamo, ad esempio, alla prima di Tosca del 15 luglio, e lo facciamo riportando un’altra recensione di OperaClick: alle suggestioni della regia “non si allinea il podio, che pare andare in senso opposto. Pedro Halffter, madrileno di nascita e dal curriculum di tutto rispetto (è compositore, nonché direttore artistico del Teatro de la Maestranza di Siviglia), pare più direttore sinfonico che operistico. Il gesto è curato e preciso, ma la lentezza dei tempi nei passaggi cantabili priva di nerbo, in particolare, il primo atto e soprattutto sembra mettere in qualche difficoltà i cantanti. Una bacchetta compassata, che non respira con gli interpreti, insomma, ma che trova momenti suggestivi in alcuni passi concitati, nello spettacolare e spettrale Te Deum concepito da Del Monaco con un enorme incensiere che inonda il palcoscenico di fumo e, soprattutto, nei passaggi solo orchestrali (la coda del finale secondo, l’alba del terzo atto), con ciò ribadendo l’impressione confermata peraltro dalla sua ricca discografia di una maggiore attitudine a dirigere musica non vocale”.
Come si vede, non si discutono le qualità personali del maestro madrileno: ci si chiede, semplicemente, perché mai il direttore artistico Alberto Veronesi abbia chiamato a dirigere per un’opera lirica un direttore internazionalmente riconosciuto “più sinfonico che operistico”. OperaClick non è il Vangelo: proprio per questo, una risposta sarebbe stata salutare, per il Festival e pure per il maestro Veronesi (cadendo nel contesto di una scena effettivamente unica al mondo, quale quella di 6 diversi direttori d’orchestra per 2 opere).
Ma Veronesi non risponde. C’è qualcosa da nascondere? Si è trattato di un errore del direttore artistico? errare è umano. Oppure, nella scelta di 6 diversi direttori d’orchestra, si è di fronte ad una sperimentazione artistica, e allora perché non dirlo? Perché lasciare il dubbio che anche questa scena torrelaghese possa rientrare in quel conflitto di interessi sul quale già si è scritto?
Quando parlo di ‘conflitto di interessi’ del presidente-direttore artistico della Fondazione con la sua professione privata di direttore d’orchestra non mi riferisco a reati contemplati dal nostro codice penale, ma all’umana inclinazione delle naturali simpatie comuni a coloro che fanno lo stesso mestiere e vivono lo stesso mondo professionale.
E’ stato un errore, quindi, nominare un direttore d’orchestra presidente della Fondazione Festival Pucciniano: perché le competenze del presidente operativo di un ente hanno una natura tecnica manageriale, e il maestro Veronesi nel proprio curriculum non pare avere esperienza di questo genere). Ed è stato un errore anche nominarlo direttore artistico: perché l’imparzialità di valutazione artistica era inevitabilmente condizionata dalla sua attività professionale privata (il suo curriculum di direttore artistico non lo conosco, e quindi sulla ratio della decisione mi astengo).
Il fatto che il maestro Veronesi non abbia risposto alla domanda non è né elegante, né corretto per la carica che ricopre.
Ma meritevole di attenzione è pure il silenzio, il fingere di non sentire, di chi sta sopra di lui per il ruolo che ricopre: mi riferisco all’assessore alla Cultura, responsabile di tutto quanto accada al Pucciniano. Di fronte poi, ad una scena tanto macroscopica: 6 direttori d’orchestra per dirigere 2 opere. Ho cercato di immaginare una scena del genere al Teatro Regio di Torino, o alla Scala, o all’Arena di Verona.
L’assessore alla Cultura del Comune di Viareggio Sandra Mei mi sembra trasparente più che un un’ Alfiera della Trasparenza, come dire: politicamente composta di una materia esteticamente avvolgente ma inconsistente, politicamente buona a volteggiare nelle pubbliche cerimonie quanto a lasciare che i soffi d’aria della città la trapassino senza alcuna resistenza, ignara della sua protemporietà. Ma ha il dovere istituzionale di rispondere anche all’ultimo cittadino perché è così che funziona (o dovrebbe funzionare) il vero esercizio democratico del potere pubblico. Anche se alle volte stare seduti in una carica pubblica è un po’ come la gatta sul tetto che scotta, ma fa parte delle regole del gioco.
Aldo Belli giornalista.
