Quintaeffe - “Liceo scientifico Bruno Touschek” di Grottaferrata
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QUINTAEFFE – 5 marzo 2020

Non voglio tornare alla normalità, voglio migliorare la normalità, la pandemia è l’opportunità di riscoprire me stesso e migliorare me stesso.

Inizia con questo articolo una nuova rubrica su Toscana Today. Dico apertamente che sono stato molto felice a ricevere questa proposta, perché proviene dagli studenti di una quinta classe delle scuole superiori: la VF del Liceo Scientifico Bruno Touschek di Grottaferrata, in provincia di Roma. Gli studenti e le studentesse hanno deciso di non firmare singolarmente gli articoli che verranno pubblicati, ma come frutto collettivo della classe. (AB).


È passato esattamente un anno da quando la mia scuola, insieme a tutte le altre d’Italia, ha chiuso per la prima volta.

La chiusura delle scuole sul territorio nazionale era una delle misure previste da un decreto legge approvato la mattina del 5 marzo 2020 per il contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. La notizia dell’immediata chiusura degli istituti di ogni ordine e grado, pubblicata sulla sezione digitale del giornale “La Repubblica”, si diffuse rapidamente tra la maggior parte degli studenti. Ricordo distintamente cosa accadde quel giorno e come mi sentii. In realtà ricordo altrettanto lucidamente tutto ciò che è accaduto dopo quel giorno, per un anno, e altrettanto chiaro è il ricordo, la traccia, lasciata da ogni stato d’animo, ogni sensazione, legata a ciò che ho vissuto.

Non mi era mai capitato prima che guardando al passato, al mio passato, ogni memoria mi si presentasse così nitida, da regalarmi la percezione di poterla far rivivere, forse per completarla. È esattamente questo che accomuna ogni mio ricordo legato all’ultimo anno-oltre alla loro limpidezza si intende-: una sensazione di incompiutezza, di parzialità, come se mancasse qualcosa per portare a termine ognuna di queste memorie e abbandonarle definitivamente al loro trascorso.

Il primo ricordo dell’ultimo anno riguarda proprio l’uscita da scuola alle due di pomeriggio del 5 marzo 2020, ed è accompagnato da una sensazione di smarrimento, con la quale in seguito ho imparato largamente a convivere, dovuta in quell’occasione, a un clima di euforia collettiva che generalmente caratterizza i giorni di scuola che precedono l’inizio delle vacanze natalizie o estive, in cui non mi riconoscevo. Infatti, solo pochi istanti dopo venni a conoscenza della notizia, e allora anche io avvertii quella sensazione di esaltazione, dovuta non tanto all’informazione in sé, quanto piuttosto al fatto che fosse inattesa e quindi sorprendente.

L’allegria, la gioia portata da una novità a dir poco assurda, scemò poco dopo in relazione all’inconsapevolezza del pericolo che ognuno di noi stava vivendo, alla sua inconoscibilità, alla sua invisibilità, al fatto che ci limita nei nostri movimenti, ci limita nel nostro comportamento, descrive le nostre relazioni interpersonali, le annulla, confinandoci a noi stessi.

Dunque è passato un anno da quel giorno, un anno di sacrifici, un anno di rinunce, un anno di occasioni perdute, un anno di sconforto. Non credo sia già finito. Non credo sia l’ultimo. Allora ci si augura un ritorno alla “normalità”, si attende una soluzione definitiva che riesca a risolvere compiutamente la presente situazione, e in quest’attesa messianica si crede di poter tornare a vivere, finalmente. Non è forse evidente che si è di fronte a un cambiamento irreversibile sotto ogni aspetto? Non è forse palese che attendere un “ritorno” a una situazione ormai non più verificabile, è una grande illusione? Io non voglio tornare alla normalità. Io voglio migliorare la normalità; iniziando dall’unica nota positiva che la presente pandemia globale ha portato con sé: l’opportunità di riscoprire me stesso e migliorare me stesso.