Referendum 2025_Occupazione femminile

Referendum. Lavoro e libertà delle donne

di Ilaria Venuta – Avvocato. Occupazione: per le donne le assunzioni a tempo indeterminato sono pari al 18%, contro il 22,6 degli uomini.


di Ilaria Venuta *

La libertà delle donne passa per il diritto a un lavoro stabile, a un salario adeguato, alla tutela sui luoghi di lavoro, al riconoscimento della loro dignità di lavoratrici.

I primi quattro quesiti referendari dell’8 e 9 giugno si prefiggono e ci chiedono di modificare disposizioni di legge che comprimono queste libertà e di essere pertanto noi stessi fautori di questo cambiamento.

“Volete voi l’abrogazione?” questo l’incipit dei quesiti referendari per l’abrogazione di norme che ostacolano il diritto alla dignità del lavoro  e della donna. Tecnicamente essi rispondono a domande complesse che hanno un unico comune denominatore: garantire la sicurezza personale e sociale di lavoratrici e lavoratori, diminuire le disuguaglianze e la precarietà.

Il rendiconto di genere presentato dall’INPS in data 24.02.2025 che contiene dati particolarmente significativi relativi sia alla presenza delle donne nel mercato del lavoro che ai livelli retributivi e pensionistici, agli strumenti di sostegno, al lavoro di cura e alla violenza di genere, mette in luce un divario significativo tra lavoratrici e lavoratori.

In particolare nell’anno 2023 (anno di riferimento del rendiconto) il tasso di occupazione femminile si è attestato al 52,2% rispetto al 70,4% degli uomini, evidenziando un divario di genere pari al 17,9%. Inoltre le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42% del totale.

Anche l’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto le donne: il tasso di  assunzioni  a tempo indeterminato delle lavoratrici è pari al 18% a fronte del 22,6% degli uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 64% del totale e anche il part-time involontario è prevalentemente femminile.

Il gap retributivo di genere segna un dato preoccupante: le donne percepiscono stipendi inferiori di oltre venti punti percentuali rispetto agli uomini e a livello di inquadramento appena il 21,1% dei dirigenti è donna, mentre tra i quadri il genere femminile rappresenta solo il 32,4%.

L’abrogazione totale o parziale delle leggi attualmente vigenti a tutela del lavoro e del licenziamento può dare un contributo importante per diminuire questo divario di genere soprattutto affinchè le lavoratrici possano percepirsi per ciò che sono: una parte fondamentale del Paese da proteggere e valorizzare e non più un mero strumento nelle mani di un datore di lavoro che possa decidere arbitrariamente sulla  loro stabilità e  dignità.

Invero in caso di vittoria del sì con l’abrogazione del D.Lgs 23/2015 (oggetto del primo quesito), nelle  imprese con più di quindici dipendenti tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori indipendentemente dalla data della loro assunzione godrebbero della tutela reintegratoria non solo in caso di licenziamento nullo, ma anche in caso di licenziamento illegittimo poiché privo di giusta causa,  giustificato motivo soggettivo e  oggettivo o disciplinare. Non più quindi una generalizzata monetizzazione dell’illegittimo licenziamento ma la conservazione del proprio posto di lavoro e la conseguente conservazione della stabilità e autonomia  economica a ciò legata e della indipendenza della donna.

Invece per le imprese di più piccole dimensioni ove la reintegrazione non è prevista (a eccezione dei licenziamenti nulli), l’abrogazione parziale dell’art. 8 della Legge 604/1996 (oggetto del secondo quesito) e la conseguente abolizione del tetto massimo di indennizzo in caso di licenziamento illegittimo (oggi pari a sei mensilità che possono arrivare sino a 14 per anzianità di oltre dieci anni) potrebbe finalmente liberare le lavoratrici e i lavoratori dalla attuale esposizione a licenziamenti del tutto arbitrari a fronte di un costo del licenziamento assolutamente irrisorio. Tale importante modifica coinvolgerebbe  circa sei milioni di lavoratrici e lavoratori.

Con l’abrogazione degli artt. 19 e 21 del D.Lgs 81/2015  (oggetto del terzo quesito referendario) si realizzerebbe un modello di flessibilità contrattata , conservando il limite massimo di durata dei contratti a termine di 24 mesi e a  parte l’ ipotesi di sostituzione di lavoratori si rinvierebbe alla contrattazione collettiva di vario livello la determinazione delle ragioni economiche e organizzative. Il contratto a tempo indeterminato tornerebbe a essere la regola e non più come oggi una rara eccezione.

Come messo in rilievo dal rendiconto di genere, solo il 18% delle donne ha un contratto a tempo indeterminato, essendo le altre costrette a accettare contratti a termine, trasformati negli anni in strumenti fungibili rispetto al contratto a tempo indeterminato. L’intento perseguito è stato chiaramente quello di aggirare in tal modo la normativa sui licenziamenti o testare la forza lavoro per un periodo più lungo di quello di prova e creare così all’interno delle aziende una quota fissa di lavoratori e ben potremo dire purtroppo di lavoratrici a termine, visto che, come rilevato dal rendiconto di genere, solo una bassissima percentuale delle donne che lavorano ha un contratto a tempo indeterminato.

Invero, il lavoro deve essere stabile e non precario poichè la precarietà è una limitazione della libertà.

Infine l’ultimo quesito referendario ha a oggetto la sicurezza sui luoghi di lavoro andando a modificare il Testo Unico n. 81 del 2008 e introducendo in caso di vittoria del sì una importante modifica, ovvero la responsabilità solidale dei committenti e appaltatori e subappaltatori. Attualmente la solidarietà riguarda solo rischi generici ma in caso di vittoria del sì si amplierebbe ai rischi specifici da infortuni.

In Italia sono circa cinquecentomila le denunce da infortunio sul lavoro, cambiare le leggi che favoriscono il ricorso a appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche significa dare maggiore tutela sui luogi di lavoro per lavoratrici e lavoratori che oggi spesso se ne trovano sprovvisti.

In conclusione la vittoria del sì contribuirebbe a un cambiamento nel mondo del lavoro che le donne stanno attendendo da troppi anni, costrette a essere spesso precarie, prive di una stabilità lavorativa e quindi economica che costituisce invece una base importante delle nostre libertà.

* Ilaria Venuta è Avvocato centro antiviolenza Casa della Donna di Pisa.