Restituire al medico la dignità del Giuramento di Ippocrate

di MARIO PECCATORI – Il medico non è un impiegato pubblico, una lucida lettura lungimirante del prof. Antonio Ciofani primario ospedaliero.

La situazione della Sanità italiana è giunta ad una precarietà preoccupante, non solo per la scarsità di fondi ad essa destinati, ma soprattutto per la perdita della professionalità missionaria del medico. Ormai i medici sono considerati dei semplici burocrati alle dipendenze della politica.

Restituire ai medici la loro centralità e primazia renderebbe più agevole ogni azione sanitaria, migliorerebbe il rapporto con i pazienti e ridurrebbe l’impatto sulle strutture ospedaliere, non più idonee e insufficienti ad accogliere tutte le esigenze a loro demandate.

Per questo motivo, riporto volentieri, di seguito, una valutazione della professione medica fatta dal Prof. Antonio CIOFANI e datata 7 novembre 2013, ma del tutto attuale ed attuabile.

Il prof. Antonio Ciofani

E’ responsabile della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi, Ospedale Spirito Santo di Pescara, Consigliere Nazionale Anaao-Assomed.

“Il medico è il garante del malato”.

E’ questo il succo che lega la riflessione del prof.Ciofani: “La centralità e primazia dell’atto medico sono sanciti dalle leggi e dalla giurisprudenza, oltre che dal nostro giuramento d’Ippocrate. Il medico è infatti il ‘garante’ del malato“.

A chi va sostenendo che sia esaurita la stagione della centralità e primazia medica, il professore riunisce le origini e lo sviluppo di questa professione: “Premettendo” scrive, “che effettivamente nel corso dei 2500 anni circa di attività dei medici, molti sono entrati nel mito e nella leggenda a cominciare da Ippocrate, il cui padre affermava di essere discendente del dio della medicina Asclepio ,e che tuttora la medicina non è una scienza esatta e conserva per sua natura svariate caratteristiche di “arte”, questa autoreferenzialità viene ripetutamente e ricorrentemente sancita dalla massima giurisprudenza italiana che delinea chiaramente e perentoriamente proprio il compito del medico di oggi, che, nella sua solitudine, deve  farsi carico di vitali decisioni sulla persona malata. In pratica si impone al medico proprio di essere autoreferenziale. È lui il garante del malato”.

Il tema, come sappiamo, ha assunto toni inediti nel nostro paese con la vicenda della obbligatorietà dei vaccini anti-covid imposta per via politica e gerarchica.

Suprema Corte di Cassazione sentenza n. 1873/2010 – Quarta Sezione Penale

“… la direttrice del medico non può che essere quella di rapportare le proprie decisioni solo alle condizioni del malato, del quale è, comunque, responsabile. – …. i principi fondamentali che regolano, nella vigente legislazione, l’esercizio della professione medica, richiamano da un lato il diritto fondamentale dell’ammalato di essere curato ed anche rispettato come persona, dall’altro, i principi dell’autonomia e della responsabilità del medico, che di quel diritto si pone quale garante nelle sue scelte professionali…

Nel praticare la professione dunque, il medico deve, con scienza e coscienza, perseguire un unico fine: la cura del malato utilizzando i presidi diagnostici e terapeutici di cui al tempo dispone la scienza medica, senza farsi condizionare da esigenza di diversa natura, da disposizioni, considerazioni, valutazioni, direttive che non siano pertinenti rispetto ai compiti affidatigli dalla legge ed alle conseguenti relative responsabilità… a nessuno è consentito di anteporre la logica economica alla logica della tutela della salute, né di diramare direttive che, nel rispetto della prima, pongano in secondo piano le esigenze dell’ammalato.      

Mentre il medico, che risponde anche ad un preciso codice deontologico, che ha in maniera più diretta e personale il dovere di anteporre la salute del malato a qualsiasi altra diversa esigenza e che si pone, rispetto a questo, in una chiara posizione di garanzia, non è tenuto al rispetto di quelle direttive, laddove esse siano in contrasto con le esigenze di cura del paziente  e non può andare esente da colpa ove se ne lasci condizionare, rinunciando al proprio compito e degradando la propria professionalità e la propria missione a livello ragionieristico”.

l primo presidente emerito della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone

Ha affermato che i medici: “possono non ottemperare alle norme dell’ordinamento qualora queste contrastino con gli scopi della professione medica”.

Quarta Sezione Penale della Cassazione sentenza 11493/2013

Nel confermare la condanna di un ginecologo campano che aveva provato a discolparsi citando le linee guida regionali sui criteri di scelta tra cesareo e parto naturale – osservava ancora il prof. Ciofani nel suo articolo, coglie l’occasione per ribadire che le linee guida “non devono essere ispirate a esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente”. Il medico ha dunque “il dovere di disattendere indicazioni stringenti dal punto di vista economico che si risolvano in un pregiudizio per il paziente”. 

Ed ecco il commento: “Dunque nell’obbligo (e non nella facoltà) imposto al medico di non ottemperare a disposizioni o direttive, pena una sua imputazione, se le ritiene (discrezionalmente e nella sua solitudine) dannose per il paziente, risiede proprio quella autoreferenzialità che tanto infastidisce qualcuno. Ma a tale obbligo consegue anche un altro aspetto, la “primazia medica”: attenzione, anche questa caratteristica è un obbligo in quanto la responsabilità diretta ed individuale imposta giuridicamente al medico nelle sue decisioni, comportano che sia lui l’attore che “conduce” le operazioni relative a tutto ciò che va fatto per curare e/o salvare il malato, è lui il leader designato ed obbligato a ciò”.

Cassazione 4° Sezione Penale sentenza n. 26966/2013

La Cassazione, respingendo il ricorso di un medico condannato per omicidio colposo, stabilisce che è invece responsabile dei danni subiti dal paziente se non si dissocia dalla scelta del direttore e ne risponde (nella fattispecie omicidio colposo): “il medico che insieme al direttore del reparto compie attività sanitaria, non può pretendere di essere sollevato da responsabilità ove ometta di differenziare la propria posizione, rendendo palesi i motivi che lo inducono a dissentire dalla decisione eventualmente presa dal primario “.
 
Il commento del professor Ciofani: “E nelle esplicite ed emblematiche sentenze della Suprema Corte è insita a mio avviso anche la risposta a chi afferma che è ora di dire in che cosa consiste l’atto medico. Ebbene, l’atto medico, la cui definizione è stata peraltro approvata lo scorso 25 aprile a Bruxelles nel corso dell’ultimo meeting dell’UEMS (Unione Europea dei Medici Specialisti) non va inteso riduttivamente come qualcosa fatta al paziente (iniezione, intervento chirurgico, radiografia, prelievo, etc.) ma come la decisione, la conduzione e parte o tutta l’esecuzione di tutto ciò che è ritenuto necessario alla diagnosi, alla terapia ed alla guarigione di un malato, rispondendone unicamente al malato stesso ed alla propria coscienza.  È sempre stato così nel corso dei secoli e delle rivoluzioni in ogni campo, è così oggi e credo sarà così anche in futuro perché il malato ha sempre più bisogno di una presa in carico umana e certa del proprio caso”.

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