Home LA TORRE DI TATLIN - di Giovanni Bruno Riapertura scuola, la dematerializzazione dei cervelli

Riapertura scuola, la dematerializzazione dei cervelli

by Giovanni Bruno

La riapertura delle scuole annunciata dal ministro Azzolina all’insegna del panico, della confusione e della incompetenza

È ormai accertato: il 14 settembre si rientrerà a scuola “in presenza”. Lo ha decretato la Ministra Azzolina, campionessa per le innumerevoli e contraddittorie dichiarazioni che hanno avuto l’acme nel corso dei mesi di lockdown, a cui va dato comunque atto di aver sempre anticipato le proprie intenzioni politiche gettando nel panico di volta in volta le componenti del mondo della scuola (docenti, ATA, studenti, famiglie, perfino i dirigenti…) per la mancanza di indicazioni precise e circostanziate del modo in cui si sarebbero dovute (e potute) realizzare le sue, della Ministra, volontà.

Il rientro nelle aule è auspicato e richiesto da tutti, dopo la necessaria, ma devastante, esperienza della DAD (didattica a distanza), ma non si può nascondere le criticità che esistono in questa scelta.

Che non sarebbe stato un anno scolastico – il prossimo – all’insegna della completa normalità lo si sarebbe dovuto comprendere già da fine aprile, e comunque era chiaro un po’ a tutti coloro che non si trastullano con velleità propagandistiche o teorie negazioniste e complottiste che qualche accorgimento per il rientro in classe di circa otto milioni e mezzo di studenti e per gli oltre 800mila docenti (almeno un terzo precari) e di oltre 80mila di personale ATA (di cui una metà precario) sarebbe stato necessario.

Sarebbe stato necessario iniziare a diminuire il numero di alunni per classe; per smantellare le cosiddette “classi pollaio”; cominciare immediatamente a rintracciare locali (plessi chiusi, edifici comunali e provinciali inutilizzati, e da rendere agibili, biblioteche, musei, caserme …) per predisporli ad accogliere alunni di ogni ordine e grado; elaborare un piano di stabilizzazione dei docenti precari che continuano a garantire l’avvio degli anni scolastici ed il funzionamento delle scuole; dare linee generali, da adattare ad ogni situazione specifica, ma comunque improntate ad una omogeneità sul piano sia organizzativo che didattico.

Invece, a poco più di un mese dall’inizio della scuola, ci troviamo senza alcuna certezza su come realmente si rientrerà “in sicurezza” nelle aule: non lo sanno gli studenti, non lo sanno le famiglie, non lo sanno gli insegnanti né i collaboratori scolastici (i custodi), non lo sanno i dirigenti alle prese con le indicazioni generiche tra cui il distanziamento tra studenti (tra banco e banco) per garantire una (parzialissima e a mio giudizio assai poco efficace) precauzione contro il contagio.

Non sono cambiate le norme per la formazione delle classi e in molte scuole sono state accorpate classi perché troppo piccole secondo i parametri correnti con l’effetto che le classi numerose (con più di 25, talvolta 30 alunni) sono aumentate; non si sono stabilizzati i precari, ma si è scelta la via dei concorsi (ordinario e straordinario) che partiranno non prima dell’autunno inoltrato; il recupero o l’adattamento di strutture, edifici e locali da assegnare alle scuole è ancora in alto mare; le misurazioni delle aule per applicare le norme anti-assembramento hanno rivelato che buona parte delle aule e degli edifici scolastici (già non adeguati secondo le attuali norme di sicurezza, a cose normali) non potranno accogliere le classi numerose con le dovute distanze, e qualora sia possibile consentirà solamente una garanzia legale per i responsabili della sicurezza (dirigenti in primis), ma non certo sul piano sanitario.

E allora, il colpo di genio della Ministra: se non si possono diminuire gli alunni per classe (perché occorrono troppe risorse) o aumentare le aule (sia di numero che tantomeno di dimensioni, perché occorrerebbe un piano edilizio straordinario di parecchi miliardi e programmato negli anni), si possono rimpicciolire i banchi o addirittura sostituirli con delle seggioline mobili, su rotelle, da luna park, dotate di tavolinetti reclinabili su cui non potrà stare altro oltre ad un quadernino e un paio di penne o matite.

I libri? Finalmente aboliti, raccolti digitalmente su tablet per la felicità di chi sostiene una didattica “leggera”, talmente leggera de essere affidata a strumenti dematerializzati e digitalizzati. La pandemia sta diventando l’occasione, che le aziende multinazionali della digitalizzazione aspettavano da tempo, per applicare alla scuola italiana criteri europei, in particolare nordici: “frugalità e digitalizzazione”. Le conseguenze saranno enormi sul piano della formazione culturale: si tratta di un processo massiccio, a cui ci si dovrà opporre con tutte le forze possibili, di “dematerializzare i cervelli” di un’intera generazione, e avrà l’effetto di distruggere l’alfabetizzazione di massa che la scuola pubblica, dal dopoguerra a fine secolo, aveva raggiunto, nonché l’aggravamento di quell’analfabetismo funzionale che è stato rilevato in ampie fasce di popolazione.

Che una nuova, sciagurata, riforma della scuola potesse passare dalla trasformazione degli arredi, anziché da una visione pedagogico-didattica e da una finalità di cittadinanza, non ce lo saremmo veramente mai aspettato.

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